Poesie della Notte. Andrea Bajani

a cura di Anna Spissu

Prendere una pillola ogni sera
per dormire. Trasformare
la disperazione in infelicità. 
Scegliere quale preferire. 
La dottoressa riceve il giovedì.
Per non annegare dentro il sonno
disporre i pensieri in posizione 
verticale. Se possibile tappare.
Poggiare l'orecchio sul guanciale.
Non partire senza lasciare una
sporta di parole per chi resta. 
Dire"questa è per la mattina
quest'altra è per la sera".
Lasciare una sporta a parte
per chi la notte nel buio si dispera. 

Andrea Bajani da "Promemoria" ( Einaudi Ed.)

CORRADO BAGNOLI. La casa di vetro della poesia

di Luigi Cannillo

Corrado Bagnoli

Il ruolo del poeta nei testi di Corrado Bagnoli è quello di una presenza coinvolta, vigile, e allo stesso tempo interrogante e dubbiosa, con riferimenti sia materici che metafisici. Un esserci interno agli eventi, agli spunti di scrittura, e allo stesso tempo esserne osservatore esterno, in una logica di apparenti opposizioni. Nella prima delle poesie, scelte dall’autore stesso, si affiancano così la corolla e lo stelo, la belva e la vittima, l’amore e il terrore: le figure antitetiche “dicono il mio posto di uomo.”

Nelle raccolte di poesia di Bagnoli si alternano allo stesso modo sillogi liriche e opere poematiche e i toni della rivelazione convivono con quelli del commento colloquiale. Il fiore della vita si manifesta in tutte le sue manifestazioni e metamorfosi, eppure: “questo suo mutare, celebrare/ il tempo che l’accoglie e strazia,/ aspetta noi e le parole nostre/ che in niente le somigliano:/ in esse soffia da lontano/ quello che non abbiamo/ e che dobbiamo dare indietro./ E’ la città di un altro/ che s’innalza di steli/ e abbracci di corolle,/ prato, campo di cui siamo/ un poco figli, un po’ custodi.” E tra vita e parola si crea, se non un conflitto, un circuito dinamico, una corrente nella quale le due entità non possono fluire disgiunte.

L’ interesse nei confronti della vita come narrazione e sequenza neo epica emerge in particolare, e ad ampio respiro, nelle opere di genere più poematico: Fuori i secondi e Casa di vetro. La prima, intesa come “romanzo in versi” o “poema narrativo”, è incentrata sulla vicenda del padre del poeta a partire dalla sua attività di pugile e sulla vita famigliare successiva. La seconda è ispirata dalla formazione artistica dell’amico pittore Pierantonio Verga, inizialmente apprendista nello studio di Lucio Fontana,  con riferimenti alla Milano del secondo dopoguerra e alle sua associazioni di carità. Anche nel caso dei poemi la narrazione si muove tra forze in circuito: vicende individuali e contesti storico-culturali, eroismo sportivo e vita quotidiana, eventi e linguaggi, figurazione e parola.

Nella prefazione alla raccolta La scatola dei chiodi Gianfranco Lauretano osserva: “Ma a Bagnoli non basta neppure l’evocazione. Occorre conversare con la parte inconscia e sfuggente, incompiuta del mondo, a cui manca sempre una porzione della complessità del disegno. La parola che si distende allora, che non si nega e anzi accerta di avanzare nella complessità del mondo come in una selva oscura, ha qualcosa che somiglia all’abbandono – parola cara all’autore – un mettersi a disposizione di una dura speranza, un dialogo che si vorrebbe il più largo possibile.” La parola poetica consente questo dialogo, e, verbalizzando la nostra condizione esistenziale, assegna e dice non solo “il posto di uomo” dell’autore, ma il posto di ciascuno di noi.

Nei testi più recenti si fa particolarmente trasparente lo sgomento nei confronti dell’addensarsi e dell’urto delle voci e comunque, all’interno delle manifestazioni naturali e soprannaturali, rispetto all’accettazione delle loro dinamiche e del mistero che le caratterizza: “imparare l’inchino del tronco,/ del pino esile in bilico tra terra/ e mare: nessuna sottomissione,/ riconoscere soltanto il cielo sopra,/ prendere parte alla sua rivincita/ d’ombra, dormirci dentro, quasi,/ docili, sentirsi parte di questo/ lento e forte consistere del mondo,” E il consistere contempla il Tempo, il cambiamento, la condivisione, la convivenza con quanto sembra superarci, come nell’ultimo testo il diverso cammino e le necessarie soste nel percorso tra padre e figlio.

La Casa dell’Angelo dipinta da Pierantonio Verga è una essenziale nelle sue linee, incorporea, aperta. Così Bagnoli raffigura la casa del poeta, nella quale il mondo circola attraverso le parole nella trasparenza e nella fragilità del vetro. Un edificio mai concluso, mai chiuso. Il luogo nel quale viene ospitato il mondo e, allo stesso tempo, dal quale il mondo viene restituito attraverso la parola poetica. Questo doppio movimento è fondamentale in Bagnoli, un’elica incessante che tutto percepisce e diffonde: “Casa che non è più casa, cosa di vetro,/ volto, braccia nel mondo, tutto/ portato lì perché sia portato ancora,/ custodito e ritornato. La casa, adesso,/ è il poeta; il poeta, adesso, è questa/ casa di vetro, ferita aperta, voce./ Pietà necessaria, profezia inutile./ Ricominciare.”

da La scatola dei chiodi, La Vita Felice, 2008

Insisto. Negli occhi la luce
radente del sole. Più rossa
però è la corolla piagata:
in precario equilibrio
non teme la notte che avanza,
non si cura di nulla, se non
del suo stare, vivere ancora.
Grata solamente del fuoco
che in essa è bruciato, che brucia.
Io sono l’altro. La fragile
trama, lo stelo già curvo del
fiore, s’abbandona al respiro,
caldo di tempo, che la terra
rilascia lento ed inquieto.
Insisto. In questo sguardo lungo
le cose ritornano cose:
dure e imperfette accadono,
crudeli e innocenti fanno
occhi da belva e di vittima
insieme. Mi sfidano adesso
all’amore insieme al terrore.
Dicono il mio posto di uomo.

Eppure questo fiore,
questo lampo che s’accende
di nulla e nulla chiede,
consistendo nella terra;
eppure questa vita che saluta
e se ne va com’è venuta,
consumata nell’obbedienza
all’aria, all’acqua, al sole,
ch’è cresciuta dentro quello
ch’era in suo potere; eppure
questo suo mutare, celebrare
il tempo che l’accoglie e strazia,
aspetta noi e le parole nostre
che in niente le somigliano:
in esse soffia da lontano
quello che non abbiamo
e che dobbiamo dare indietro.
E’ la città di un altro
che s’innalza di steli
e abbracci di corolle,
prato, campo di cui siamo
un poco figli, un po’ custodi.

da Fuori i secondi, La Vita Felice, 2005 e 2016

Fuori i secondi. Adesso, di nuovo sotto la luce,
riprende il centro del ring, sente il tempo con sé,

lo legge nella fatica dell’altro e lo inchioda alle corde
e lo vince perché questo è il gioco in quel mondo
quadrato che mi è sempre sembrato meno schifoso:
lì le regole sono chiare, i confini segnati e ci sali
soltanto quando sei pronto e ti sei preparato e lo sai
cosa ti aspetta, che puoi vincere o perdere
ma non ci sono magie e i colpi bassi o segreti sono vietati.

Non nella vita che ha una legge diversa.
E anche lui, quando scende con la vaselina
che gli sporca ancora la faccia, mentre
piscia nel buco della turca sotto le croste del muro,
forse questo lo sa. Che la vita è diversa,

che non gioca pulita, che non ci sono dei gong.
E dei secondi ti buttano dentro e ti lasciano solo,
ma non sai da dove e quando partono i colpi,
se e quando l’arbitro arriva e divide
il grumo di corpo e ferite che sei con la vita.

da Casa di vetro, La Vita Felice, 2012

Io guardo e sono guardato dal loro
silenzio: non spiegano, non fanno luce
sull’amore e il dolore che attraversano,
lo attraversano soltanto, se ne portano
dentro l’odore, lo tirano in fondo,
lo spingono in alto, lo allargano fino
a coincidere con gli occhi, a metterlo
davanti al nostro, a diventarne padre
e madre, custode. Forse è così
che la casa dell’angelo diventa la casa
del poeta. Così anche il filo bianco
prende una strada nuova, gli spigoli
vanno via, s’inventa come in una lancia,
in una foglia, in un ovale fragile
che non ha nemmeno voglia di segnare
nessun confine; trasparenza e basta,
lasciare entrare, lasciare uscire.
La casa, anche lei, un’altra cosa,
di vetro: un volto che ha la stessa
trama delle cose intorno, della terra,
del cielo, dell’acqua; lo stesso dolore
e lo stesso amore, lo stesso fuoco.
Si aspetta che lo dica, il suo nome,
dal mio silenzio aspetta questo nome,
un altro, quando finisce di accostare
tutti i quadri alla parete, quando chiude
questa lunga fila di passi e sassi.
Casa che non è più casa, cosa di vetro,
volto, braccia nel mondo, tutto
portato lì perché sia portato ancora,
custodito e ritornato. La casa, adesso,
è il poeta; il poeta, adesso, è questa
casa di vetro, ferita aperta, voce.
Pietà necessaria, profezia inutile.
Ricominciare.

da Il cielo di qua, La Vita Felice, 2018

Ci si apre soltanto una scia
dentro la deriva del bianco,
dentro il disfarsi fluttuante,
il rumore secco della frattura,
degli scontri, dei baci, dell’urto.
Si richiude dietro di noi,
tutt’intorno, si stende ancora
davanti questo foglio spezzato,
parole, voci che si disperdono,
tremano, pungono e chissà
se invece potrebbero dircelo
il cielo, intero. O se invece
non è proprio così, solo così,
che adesso lo possono fare;
che adesso, anche noi, ci parliamo.
Con niente che si scrive davvero
negli occhi, che lasci nella carne
una strada, una mappa, una roba
che resta per dire casa, oltre l’acqua.

Devo cominciare da qui, dalla lentezza,
dall’azzurro sempre, sempre immobile
qualunque vento, qualsiasi aria, parola
lo tentasse, spigolosa come la schiena
della montagna o liquida e inquieta
come l’acqua che si guardano
da vicino sotto la sua mano ferma.
Così anche noi, che ci lasciamo
andare a una certezza chissà
da quanto e dove andata via, perduta.
Così, anche a noi, non resta che obbedire,
imparare l’inchino del tronco,
del pino esile in bilico tra terra
e mare: nessuna sottomissione,
riconoscere soltanto il cielo sopra,
prendere parte alla sua rivincita
d’ombra, dormirci dentro, quasi,
docili, sentirsi parte di questo
lento e forte consistere del mondo.

Prendiamo le bici che ci hanno lasciato
in cortile, poi le leghiamo alla spiaggia.
Ci siamo messi le scarpe con le suole
buone per correre un mese,
ma io ti rimango vicino soltanto
per qualche minuto, ti lascio andare:
ti guardo da lontano con il tuo passo
lungo, io quasi incollato alla strada,
tu invece con il piede che sembra solo
sfiorarla, già distante. Il sole ha parole
ancora appena appena pronunciate,
il mare liscio si sta svegliando adesso
e ci guarda con tenerezza di madre
che mi serve per tirare il fiato, credere
che non ho fatto una cosa più grande
di me in questo volare dentro l’estate
in cui bruci di crescere e andare.
Con quale sguardo mi cerchi,
voltandoti indietro, cosa vedi di me,
della mia fatica con l’aria che manca?
Io so che ti voglio bene da qui,
io so da sempre che, come adesso succede,
vai via con le tue gambe; ma mi piace
che ridi quando arrivo e riparti,
mi dici ti aspetto alle bici e lo sai
che, magari lento e lontano, ci sono.

Nota Biografica

Corrado Bagnoli, già redattore della rivista  “La Mosca di Milano” e della collana di poesia, saggi e traduzioni “Sguardi” delle edizioni La Vita Felice, collabora con il  quotidiano ilsussidiario.net. Dal 2004 dirige la collana di libri d’arte “Fiori di Torchio” editi dal Circolo Culturale “Seregn de la Memoria”.  Tra le sue pubblicazioni: Terra bianca (poesie, Book Editore, 2000, premio Caput Gauri); Nel vero delle cose (poesie, Book Editore, 2003); Fuori i secondi (poema con versione dialettale a fronte di Piero Marelli, La Vita Felice, 2005 e pubblicato anche per i tipi di Arché in  edizione scolastica nel 2008); La scatola dei chiodi (poesie, La Vita Felice, 2008, finalista premio Pascoli); In tasca e dentro gli occhi, (poesie, Raffaelli Editore, premio Clandestino 2009); Casa di vetro (poema in tre quadri, La Vita Felice, 2012); Il cielo di qua ( poesie in tre movimenti, La Vita Felice, 2018); La luce che ci abita intorno (poesie, Il ragazzo innocuo, 2020) con una xilografia di Luciano Ragozzino. Nel 2016 ha realizzato la versione teatrale del poema Fuori i secondi, messa in scena da Teatro Pedonale con la regia di Adriana Bagnoli e Matteo Riva. Sue poesie e suoi saggi compaiono in riviste e in varie opere antologiche.

La pazza gioia

di Alessandra Paganardi

LA PAZZA GIOIA
(Italia, 2016)

Soggetto di Paolo Virzì
Sceneggiatura di Francesca Archibugi, Paolo Virzì
Regia di Paolo Virzì
Prodotto da Marco Belardi
Casa di produzione: Lotus Production con Rai Cinema in coproduzione con Manny Film
Fotografia di Vladan Radovic
Montaggio di Cecilia Zanuso
Musiche di Carlo Virzì
Scenografia di Tonino Zera
Con Valeria Bruni Tedeschi, Micaela Ramazzotti, Valentina Carnelutti, Tommaso Ragno, Bob Messini, Sergio Albelli 
Costumi di Carla Dottori
Durata 118 min.

In questo film del 2016, con Valeria Bruni Tedeschi nella parte di Beatrice Morandini e Micaela Ramazzotti in quella di Donatella Morelli, Paolo Virzì, già all’apice della successo dopo Il capitale umano, realizza un’interessante e finora inedita commedia psicologica on the road. Beatrice è una donna matura affetta da un disturbo istrionico di personalità e con tendenze pericolosamente manipolatorie. Donatella è una madre single con un tragico passato di baby blues. La strana amicizia che il film, con grande perizia scenica e introspettiva, racconta, ha origine dal fatto di essere entrambe ospiti di una comunità terapeutica femminile toscana, che rappresenta a sua volta un cocktail assai riuscito di realtà e fantasia. È un luogo protetto, ambientato sulle colline pistoiesi, ricostruito in una tenuta agricola abbandonata, ispirato ad ambienti e progetti sociali molto simili e realmente esistenti. La Villa Biondi del film non è affatto l’erede politically correct di un manicomio criminale: essa è un posto assai meno feroce del mondo vero. Di ciò si renderanno presto conto le due donne nel corso della loro fuga – un po’ alla Ridley Scottun po’ alla Miloṡ Formanun po’ all’Elia Kazan.

Se i murales sono realizzati appositamente per il set, le ospiti della struttura sono interpretate da una trentina di attrici professioniste, affiancate tuttavia da un buon numero di pazienti “vere” del Dipartimento di salute mentale di Pistoia, che avevano già praticato attività teatrale nel centro diurno. Questo particolare trasforma il film in un interessante esperimento di ricerca-azione sociale: un modo di procedere certo assai congeniale a un regista come Virzì, da sempre attento a denunciare con profondità e garbo le ineguaglianze, il disagio e la discriminazione. Completa il quadro delle curiosità una dichiarazione rilasciata dal regista in un’intervista: l’idea del film sarebbe sorta alcuni anni prima sul set del Capitale umano, quando egli aveva notato la stessa Micaela Ramazzotti, stavolta non attrice ma consorte in attesa del loro secondo figlio, appoggiarsi al braccio di Valeria Bruni Tedeschi, per timore di scivolare sul terreno viscido. Realtà e rệverie dunque, denuncia sociale ma anche nucleo caldo degli affetti, crudo verismo di pari passo con una grande empatia nei confronti della fragilità umana. Il film rispecchia mirabilmente tutto questo, che è poi una sintesi del mondo artistico e interiore di Virzì, così come la Toscana è l’esatto spaccato del mondo e della sua reale, non protetta follia. Ogni luogo, decontestualizzato dall’eventuale immagine patinata o turistica, ha un suo perché. Il carnevale di Viareggio mostra tutta la labilità di questa malinconica festa, la sua solitudine non solo finale, ma strutturale; la discoteca è il luogo del divertimento consumistico, forzato e sempre un po’ insensato; i centri commerciali sono una sintesi della finta libertà del capitalismo postindustriale e l’autostrada da Lucca alla Versilia su un’auto rubata diviene simbolo dell’incombente passato, che non sarà tuttavia facile lasciarsi alle spalle. La Toscana, luogo delle radici per il livornese Virzì, è avvertita come un po’ maledetta e un po’ magica: complessa e travagliata, ma attraversata da una storica energia vitale, che sin dagli esordi della nostra letteratura costituisce il suo genius loci

Il duo Beatrice-Donatella rispecchia nel suo insieme la personalità dell’inventore; l’amicizia narrata nel film, per quanto non risolutiva in senso ingenuo e definitivo di situazioni personali estremamente difficili, simboleggia forse quel momento di felice equilibrio fra tutte le parti del Sé – comprese le famose “ombre” – che la creazione artistica riesce almeno momentaneamente a restituire. «Ma io non ci sto più/ e i pazzi siete voi», cantava Francesco De Gregori in uno dei suoi primi, mai dimenticati successi. La cosiddetta normalità non è altro che follia consensualmente accettata in base a codici e canoni discutibili, capricciosi e mutevoli come il potere che sempre ci dirige dall’alto; il matto dichiarato è invece spesso un ribelle inarreso al disagio, come Beatrice, o un solitario ancora in cerca di una silenziosa guarigione da ferite forse impossibili da rimarginare, come Donatella. Non dimentichiamo che in entrambi i casi (ma forse in tutti i casi) alla base del comportamento deviante non c’è un disagio puramente endogeno, né tantomeno una colpa, ma storie assai complessa di ingiustizie e abusi.

Eppure, nonostante tutto, dopo le nebbie brianzole e un po’ gaddesche del Capitale umano, con questo ritorno alle proprie origini il regista riesce a recuperare una sorta di solarità interiore ed esteriore, troppo lucida per potersi chiamare banalmente speranza. La vita è crudele e violenta, ma anche ridicola, goffa, eccessiva. Se non possiamo cambiarla, possiamo almeno tentare di sorriderne con intelligenza: sappiamo bene quanto sia sempre più difficile farlo, soprattutto attraverso un’opera cinematografica o teatrale. Fa davvero piacere constatare quanto un regista italiano, creando un personaggio come Beatrice Morandini – molto originale, sebbene chiaramente ispirato ai disadattati logorroici e narcisisti di Woody Allen – ci riesca ancora.

                                                                                     

La frase celebre del film è: Chi ha mai trovato la felicità in un tramezzino? …

La pazza gioia è visibile gratuitamente al link:

https://www.raiplay.it/programmi/lapazzagioia/film/film

#04.Poesia Sottobanco Il giardino segreto di Glück

di Alice SERRAO

#poesie sottobanco è una rubrica che parte da un’immagine: due compagni di banco che si passano di nascosto un foglietto su cui è scritta, folgorante come una rivelazione, una poesia; perché quando intravediamo la bellezza viene voglia di indicarla a qualcun altro, di condividerla.

L. Glück – Premio Nobel per la letteratura 2020

Louise Glück, I gigli bianchi

Mentre un uomo e una donna fanno
fra loro un giardino come
un lenzuolo di stelle, qui
indugiano nella sera d’estate
e la sera diviene
fredda dal loro terrore: potrebbe
finire tutto, è passibile
di devastazione. Tutto, tutto
può essere perduto, per l’aria profumata
le colonne sottili
che si alzano inutilmente, e più in là,
un mare agitato di papaveri –

Zitto, amore. Non mi importa
quante estati vivo per ritornare:
in quest’unica estate siamo entrati nell’eternità.
Ho sentito le tue due mani
seppellirmi per sprigionare il suo splendore.

(Louise Glück, L’iris selvatico, trad. Massimo Bacigalupo, il Saggiatore, Milano 2020).

Un uomo e una donna “indugiano” in una sera alla fine dell’estate. Prendono tempo, dilatano il più possibile la distanza che li separa dalla fine. Hanno paura di arrivare al momento del congedo, all’addio. E il loro terrore di separarsi è sudore freddo, è rugiada, è guazza della sera. D’altronde, loro sanno che tutto “è passibile / di devastazione”, che “Tutto, tutto / può essere perduto”. 

La temperatura di questo testo è mite e nostalgica, come il passo di settembre che conclude lo splendore fulvo dell’estate e agita il mare nell’ansietà dei ritorni.

“Zitto amore. Non mi importa […] in questa unica estate siamo entrati nell’eternità. / Ho sentito le tue due mani seppellirmi” forse in quello stesso giardino che è “un lenzuolo di stelle”. Il sudario degli amanti. 

La poetessa intima al compagno un silenzio appassionato. Dice: non importa se tutto deve essere, alla fine, restituito, perché anche nel compiersi dell’abbandono, nello svuotamento, la morte sprigiona splendore. Qualcosa resta salvo nell’eternità. Non c’è disperazione in questi versi, ma coscienza del limite posto alla durata delle esperienze umane. “Alla fine del mio soffrire / c’era una porta” scrive la Gluck in apertura alla prima poesia della raccolta.

C’è, nel gesto finale delle mani, uno scambio tra vita e morte, il perpetuarsi ciclico delle stagioni, la metamorfosi: infatti, le mani che seppelliscono ricalcano il lavoro del giardiniere che interra i bulbi, affinché fioriscano. Il seme che si spacca sotto terra conosce la liberazione dalla materia, il letargo assopito nel terriccio umido, la potenza del virgulto che sboccia.

Il giardino è il vero spazio poetico della Gluck, il grimaldello d’accesso alla sua riflessione letteraria: la percezione del conflitto tra tempo ed eternità. Il giardino che fanno insieme un uomo e una donna allude all’atto della creazione e la stessa figura del poeta-giardiniere a tratti si confonde con l’idea di un creatore, di un demiurgo che non sconfina nella religione; è il locus amoenus del matrimonio non ancora giunto sul crinale, è l’eden perduto, quasi la naturale conclusione di quell’erotico toccarsi che è già thanatos.

Ma sopratutto, come accade per Mary in Il giardino segreto di F. H. Burnett, è il valore di prendersi cura, di addentrarsi nella lucida analisi di sé a partire dalla natura.

Il ricordo della sabbia

   Un’immagine che accomuna tanti di noi; un tempo lontano nel ricordo, di quando il mare aveva non solo un odore, ma anche un sapore diverso.

L’autrice di questi versi, Hayashi Miki, è membro del circolo haiku Shungetsu fondato dallo haijin Totsune Haruhito. Una delle caratteristiche principali degli haiku di Miki è l’atmosfera fresca e leggera (sappari in giapponese), figlia di uno spirito poetico che, al di là delle stagioni della vita, è rimasto fermo all’estate.

   Il ku qui presentato è tratto dalla raccolta d’esordio Nike no zō (“La statua di Nike”), pubblicata nel 2019.

Diego Martina

Pane e Tulipani

di Alessandro Magherini

PANE E TULIPANI 

(Italia  ̶  Svizzera, 2000)
Diretto da Silvio Soldini 
Prodotto da Daniele Maggioni 
Soggetto e sceneggiatura di Doriana Leondeff e Silvio Soldini 
Fotografia di Luca Bigazzi
Montaggio di Carlotta Cristiani
Musiche di Giovanni Venosta 
Con Bruno Ganz, Licia Maglietta, Giuseppe Battiston, Antonio Catania, Marina Massironi, Felice Andreasi, Daniela Piperno, Tatiana Lepore  
Durata: 114’

Chi non ha nostalgia di Bruno Ganz? Nell’ampia serie delle sue interpretazioni cinematografiche, fra l’angelo Damiel di Il cielo sopra Berlino (1987) e il führer di La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler (2004), per citare solo due delle più memorabili, si situa il cameriere-cantante Fernando Girasole di Pane e tulipani, islandese dall’italiano forbito, personaggio misterioso, romantico e gentile, oppresso da un male oscuro che lo spingerebbe al suicidio se una circostanza “miracolosa” non lo salvasse.

Una circostanza dal viso dolce, quello di Rosalba Barletta (Licia Maglietta), casalinga pescarese. Lei dice di essere distratta ma in realtà è infelice, vittima di un ruolo tradizionale di moglie in una famiglia piccolo-borghese, che tarpa i suoi sogni e il suo talento musicale. Ed ecco che nel corso di uno di quei terribili viaggi organizzati (a Paestum, nella fattispecie) in cui il tragitto in pullman fornisce l’occasione per vendere materiale da cucina, viene dimenticata dai suoi congiunti in un autogrill. È questa la “trovata” cardinale del film, quella che spalanca a Rosalba le porte del vasto mondo, l’avventura del viaggio fuori e dentro di sé. Come spinta da un élan primordiale, Rosalba risale la penisola in autostop per andare a vedere Venezia, la città dei suoi sogni.

È a Venezia che Rosalba incontrerà Fernando e altri personaggi che contribuiscono alla sua trasformazione: la massaggiatrice olistica Grazia (Marina Massironi) e l’irascibile fioraio anarchico Fermo (Felice Andreasi), mentre la città assolve a una sorta di funzione rituale, alla creazione di un mondo “altro”, con i suoi meravigliosi spazi sospesi. Ma a sua volta Rosalba è, con la sua naturale empatia, come una vivente bacchetta magica che senza saperlo dispensa gioia e ridà vita agli stanchi.

Ovviamente la costruzione della trama ha bisogno anche di una figura antagonista, che si materializza in Mimmo, il marito produttore di sanitari, interpretato da un Antonio Catania che, forse, è un po’ troppo caricaturale, e in Costantino, improvvisato investigatore privato, interpretato da Giuseppe Battiston. In un certo senso è come se le forze della sensibilità si misurassero con quelle della grettezza, in una favola che non è né per bambini né per adulti ma per tutti e nella quale vince la musica.

Considerato il capolavoro di Silvio Soldini (autore di altri film di pregio come L’aria serena dell’ovestAgata e la tempestaGiorni e nuvole), Pane e tulipani ha ottenuto numerosi riconoscimenti (David di Donatello, Nastro d’argento, Premio Flaiano), è stato recentemente restaurato e si presenta, quindi, con audio e definizione ottimi.

Il film è visibile gratuitamente cliccando questo link: https://www.raiplay.it/video/2020/10/Pane-e-tulipani-359b14da-9b22-42fc-90d8-460ca26231b2.html

La frase celebre è:

“Le cose belle sono lente, vieni a prendere il tè!”.

ANDREINA CEKOVA: la Slovenia in Italia

di Alfredo Panetta

Inauguriamo oggi il nostro viaggio all’interno di una delle 12 minoranze linguistiche riconosciute ufficialmente, intervistando una poetessa che vive in Friuli e si esprime in una variante della lingua slovena. Si tratta di un’eccellente poetessa: Andreina Cekova Trusgnach alla quale diamo il benvenuto nel nostro Blog.

D1) Ciao Andreina, tu risiedi in un paese delle Valli del Natisone e ti esprimi in uno dei dialetti sloveni ancora vivi in Italia, nelle zone limitrofi all’ex confine con la Slovenia. Mi puoi riassumere brevemente qual è la genesi della vostra minoranza linguistica e quanti siete grossomodo i parlanti in Friuli?

R1) Sono nata e vivo nelle Valli del Natisone – Nediške Doline, in  Benečija o Slavia Veneta o Slavia Friulana, nella provincia di Udine all’estremo nord-est dell’Italia.

Sulla fascia confinaria con la Slovenia, che và da Tarvisio fino a Muggia (oltre Trieste), aree storicamente insediate da popolazioni parlanti diverse varietà di lingua slovena che affondano le proprie radici dagli insediamenti di popolazioni slave del VI-VII secolo.

Terra di confine da sempre, in quanto posta nel punto d’incontro fra diverse aree geografiche, culturali, linguistiche e statali. 

In provincia di Udine si stima che gli appartenenti alla minoranza linguistica slovena abitanti sul territorio siano circa 10.000, drasticamente diminuiti a causa dello spopolamento delle zone montane e di una massiccia emigrazione, a partire soprattutto dal secondo dopoguerra. Altrettanti potrebbero essere quelli che vivono »in Friuli«, ossia nel territorio storicamente abitato dai friulani. 

Naturalmente ve ne sono moltissimi anche sparsi in ogni Paese del mondo.

Lo sconquasso provocato dal terremoto del 1976 ha favorito l’inizio di una rapida regressione delle parlate slovene nelle famiglie, con l’apparizione della terribile generazione del »capisco ma non parlo«. L’inizio della fine. 

D2) In una nostra telefonata mi hai accennato alle difficoltà della vostra minoranza linguistica in suolo italiano. Nella tua esperienza diretta o indiretta hai potuto riscontrare atteggiamenti di razzismo o comunque di discriminazione? 

R2) Certamente! Da che si ha memoria, c’è stato un grande impegno generale in modo che gli abitanti sloveni di queste terre si convincessero – e in una certa parte lo hanno fatto – di essere inferiori ai friulani e agli italiani, appunto perché sloveni, quindi non “italianissimi”.

Conseguenza di oltre un secolo di indottrinamento e assimilazione da parte del sistema scolastico (tutte le scuole dell’area orientale della provincia di Udine erano solo in lingua italiana e avevano lo scopo di »estirpare« le parlate slovene, considerate barbare e spregevoli), del fascismo (per motivi intuibili), della Chiesa degli alti vertici e non ultimo dell’organizzazione segreta Gladio, che avevano l’obiettivo, come scrisse il giornale di Udine subito dopo l’unificazione dell’Italia, di “eliminare questi slavi”. 

Con l’unione d’Italia, infatti, fu messa in atto una massiccia campagna di assimilazione e cancellazione della lingua  e della cultura slovena. 

Tutt’oggi parte della popolazione non accetta di essere considerata minoranza slovena, in quanto assimilabili a comunisti o contrari all’Italia o comunque favorevoli alla Jugoslavia (che non esiste più da quasi 30 anni!). Slavi, protoslavi o qualsiasi altra denominazione va bene per loro, basta non essere sloveni. 

Il lato tragicomico di questa situazione assurda è che te lo dicono in sloveno “Ist niesan Slovenj!”, ovvero “Io non sono sloveno”. Sono concetti per i quali servirebbe molto tempo e spazio per poterli far comprendere a chi non ha vissuto sul confine nord-orientale durante le guerre mondiali o la guerra fredda.

A casa Cekova, ossia a casa mia, invece, fin da piccola mi hanno insegnato a non vergognarmi della mia lingua e, le volte in cui i friulani, per offendermi, mi hanno dato della “Sclava” – “serva”, io rispondevo loro “Ti mene me na zastopeš, ist pa tebe te!” – »Tu non mi capisci, io invece si!« così, non capendo ciò che avevo detto loro e vedendomi determinata ed orgogliosa, non osavano insistere.  Purtroppo non erano molti quelli come me e tuttora gli sloveni delle Valli del Natisone per i friulani sono “Sclas” – “schiavi”, anche se generalmente in forma meno offensiva di allora.

D3) Mi puoi dire quali sono i tuoi autori di riferimento, in particolare se c’è qualcuno in lingua slovena? E in che misura hanno contagiato la tua scrittura?

R3) Non avendo avuto un’istruzione scolastica in sloveno, ho conosciuto Srečko Kosovel solo verso i 15-16 anni, periodo in cui già scrivevo nel mio dialetto sloveno. Questo autore, morto di meningite a 22 anni, me lo sono immediatamente sentito vicino, col suo parlare di cose (anche) piccole, in modo perfettamente comprensibile, significativo ed emozionante. 

Nel panorama italiano i miei preferiti, fin da piccola, sono Ungaretti e Quasimodo, non mi stanco mai di rileggerli. In FVG vi sono molti poeti molto interessanti e mi mancano tantissimo i numerosi reading che venivano organizzati prima del Covid, erano davvero un balsamo per il cuore. Ovviamente vi sono molti altri validi autori, sia sloveni, che italiani, che internazionali,  che leggo volentieri – sia del passato che contemporanei – ma non voglio fare torto a nessuno, citandone alcuni e tralasciandone altri. Posso solo dire che adoro le emozioni delle piccole cose.

Una cosa bellissima, che credo sia abbastanza unica nel suo genere, è quella che da ormai una decina di anni abbiamo costituito il Kulturno Društvo Nit- Circolo culturale Nit (filo) transfrontaliero, fra noi poeti e pittori sloveni della provincia di Udine e quelli della Valle dell’Isonzo in Slovenia, dei comuni di Kobarid-Caporetto, Tolmin-Tolmino e anche Nova Gorica.

D4) Cerco sempre un’immagine che semplifichi l’emozione che provo quando leggo buona poesia. Nel tuo caso, alla lettura dei primi due/tre testi, l’immagine sopraggiunta è una fonte d’acqua montana, limpida e briosa. Limpida perché le tue parole sembra non vogliano celare nulla, cercano la semplicità e la nitidezza dell’immagine. Briosa perché mi sembra che una tua cifra importante sia l’ironia, la leggerezza calviniana. Cosa puoi dirmi al riguardo, condividi le mie impressioni?

R4) In Benečija abbondano fiumi, ruscelli, rii e sorgenti, quindi mi piace tantissimo questa tua immagine e ti ringrazio molto. 

Scrivo in modo semplice, è vero, mi piace farmi capire, anche se so che in poesia non è fondamentale. Personalmente non sono serena se, dopo aver letto una poesia, mi rendo conto di non essere sicura di essere entrata in sintonia con ciò che voleva esprimere l’autore. In questi casi torno a leggerla e rileggerla, ciò nonostante a volte mi rimane un senso di incompiutezza, che mi reca disagio, che non mi da pace. 

Prediligo la poesia che è condivisione del sentire.

Per quanto riguarda l’ironia, non è propriamente una mia caratteristica, anche se alle volte fa capolino. Le poesie ironiche che ho scritto (sotto sollecitazione, per dire il vero) mi hanno comunque stupito e divertito.

D5) In alcuni testi lavori su figure archetipiche della contemporaneità: muri, radici, sogni, confronto col passato ecc. Mi sembra ci sia da parte tua una forte consapevolezza della disgregazione della nostra civiltà ma anche un desiderio urgente di cercare un lumicino che diradi la nebbia. Qual è la relazione passato-presente nel tuo sguardo poetico sulla realtà?

R5) Hai sintetizzato benissimo. Noi, nati negli anni sessanta, abbiamo visto il mondo cambiare in maniera impensabile. Oltretutto, noi, nati in piccoli paesi di montagna o in aree marginali e disagiate, questo cambiamento l’abbiamo vissuto in maniera ancora più incisiva. Nella mia poesia sovente riaffiora il passato  e mi offre infiniti spunti di ispirazione. Da qualche tempo cerco di non dargli una denotazione nostalgica, piuttosto vi attingo per fissare momenti, contrasti, sentimenti. D’altra parte le mie poesie non sono altro che piccole storie e al 95% parlano di cose realmente accadute.

D6)  Ho notato che una tua cifra importante è quella lirica. In particolare mi hanno colpito alcune belle poesie d’amore. Tu metti in rilievo non tanto l’aspetto della ferita e susseguente sofferenza (come spesso capita a chi affronta questo scottante argomento) ma l’amore compiuto, realizzato. Si può ancora essere felici in coppia al giorno d’oggi? La poesia può aiutare a trovare la strada giusta?

R6) Si può essere felici in coppia, certo che si! Ovviamente non 24 ore al giorno e 365 giorni all’anno. Però non bisogna mai pensare che la felicità ci venga in regalo, al contrario! D’altro canto, invece, è veramente troppo facile rischiare di perdersi. Continuamente. Bisogna darsi continuamente da fare, non lasciare cadere l’attenzione, lavorarci sopra sempre, lottare senza sosta. Vivere in coppia presuppone impegno e fatica, presuppone pensare al plurale o meglio – per noi sloveni che ce l’abbiamo!- al duale. 

Un’amica ci ha detto che io e mio marito dovremmo diventare oggetto di studio per antropologi, considerando che siamo insieme da 41 anni!

Non so se la poesia possa aiutare davvero a far trovare la strada giusta per la felicità di coppia ma certamente, senza stancarsi mai, può continuare ad indicarne le direzioni.

D7) Penso che in Italia le minoranze linguistiche e i dialetti rappresentino una ricchezza dal valore inestimabile, un patrimonio dell’umanità. Qual è o quali sono secondo te le peculiarità che rendono il tuo dialetto unico? E quale apporto possono dare i dialetti e le lingue di minoranza alla poesia italiana?

R7) Tutte le lingue madri sono patrimonio immateriale dell’umanità ma, come è noto, continuamente muoiono o sono a rischio di morire, ecco perchè è così importante, oltre continuare a parlarle, anche lasciarne traccia scritta. La poesia in dialetto per me è uno strumento di ricordo, di difesa, di protezione, la considero una forma di resistenza vera e propria. 

Non conoscevo molto il panorama della poesia dialettale, tranne quelle a me vicine, e solo nel 2019 ho iniziato a partecipare ai concorsi di poesia che mi hanno aperto un mondo molto interessante e dato la possibilità di conoscere un panorama ricchissimo di poesie e persone veramente eccezionali che innalzano la cultura generale. 

La buona poesia in vernacolo, seppure con la necessaria traduzione, non ha  nulla da invidiare a quella italiana.

D8) L’ultima domanda è sulla cruda attualità. Tu fai un mestiere nobilissimo, soprattutto in questo tremendo periodo: l’infermiera. Tutta la mia stima e ammirazione. Come usciremo da questa pandemia? E la poesia può avere un ruolo significativo?

R8) Ti ringrazio, perché essere infermiere non è mai facile. Figurarsi in questo periodo!

Se volessimo mentire a noi stessi -e vorrei tanto poterlo fare!- direi che ne usciremo migliori, ma la realtà non ce lo sta dimostrando. Durante il primo lockdown abbiamo davvero sperato in un futuro migliore, perché ci sono stati innumerevoli segnali di altruismo, generosità ed empatia.

Il persistere della pandemia, invece, troppo spesso riporta alla luce il peggio di molte persone … e non tutti leggono poesia.

ridejo ponoc

Te cjejo stuort umriet,

Benečija, san zastopila.

Mislejo, de na ušafajo obednega zbujenega,

kar pridejo ponoc, ku tatje,

pa mi bomo pokoncu an vsi kupe,

na sred vasi,

zapiejemo na moc tiste piesmi,

ki so nas učil te star.

Bomo piel.

An oni pridejo s škarjan

za nan odriezat jizik,

pa piesmi bojo že gu luhtu,

vesoke vesoke,

zbudjo vse judi na sviete,

vsi jih bojo čul an za tiste

na bojo mogle vič umriet.

Verranno di notte

Ti vogliono far morire, 

Benečija, l’ho capito. 

Si illudono di non trovare sveglio nessuno quando verranno di notte, come ladri, 

ma noi li aspetteremo alzati e tutti assieme,  in mezzo al paese, 

canteremo con forza quei canti 

che ci hanno insegnato gli anziani. Canteremo. 

E verranno con le forbici 

per tagliarci la lingua, 

ma le canzoni si saranno già levate al cielo 

in alto, sempre di più, 

sveglieranno il mondo, 

tutti le sentiranno, 

per questo non potranno più morire.

Čeriešnjove rože

Omartvieni

pred zidan arbide

viedet de vas je ucjefana

glih atu zdol

Počakat konac duzega izdiha

za pogledat nazaj

Zagledat

gor

na koncu velikega garmuja

varh cvetoče čeriešnje

Ponosna an nešpotljiva čeriešnja

Ka misleš

sada ki si nama pokazala

življenje?

Nies mogla

usahnit an ti

kier vse je že martvo?

Obedan nie biu mu ti zamiert

vse se je bluo zdielo na mestu

Toja smart v prestoru smarti

nie bla zmotila

naših misli

Toje biele rože

pa

so storle ratat vse

še buj grankuo

al vieš?

Fiori di ciliegio

Impietriti

dinnanzi al muro di rovi

sapendo che il paese è soffocato

proprio lì sotto

Aspettare la fine del lungo espirare

per poter tornare a guardare

Accorgersi

lassù

in fondo all’immensa sterpaglia

della cima di un ciliegio in fiore

Orgoglioso e sfrontato ciliegio

Cosa credi

adesso che ci hai ostentato

la vita?

Non ti potevi

seccare anche tu

visto che tutto è ormai morto?

Nessuno avrebbe potuto risentirsi

tutto sarebbe parso coerente

La tua morte nel luogo della morte

non avrebbe confuso

i nostri pensieri

I tuoi fiori bianchi

invece

hanno reso tutto

ancora più amaro

lo sai?

San bla tiela samuo ticjove pietje

Ka ima par tin

donas

guč reoplana

tan gor

čez garbido

čez nesrečnin kolan od letrika

med starin cvetočin

čeriešnjan?

Niema glih nič par tin

kar tiho ruoman

pruot vasi ki jo nie vic

pruot stuolietnemu zidu

ki so ga ščedle ogromne koranine

nesrečnega dreva

ki se je meu za njega parjatelja

San srecjala koščicje staze

pokrite z bielimi

glih martvimi čeriešnjovimi rožami

an san popeštala mocnuo

za pustit moje sledi

na mokri zemlji

No znamunje

– do druzega daža –

bo pričalo

de ist

niesan pozabila

Avrei voluto solo il canto degli uccelli

Che c’entra

oggi

il rumore di un aereo

lassù

oltre i rovi

oltre il palo dell’elettricità mutilato

fra i vecchi ciliegi

in fiore?

Non c’entra proprio niente

con questo mio pellegrinaggio silenzioso

verso il paese che non c’è più

verso il muro secolare

divelto dalle enormi radici

di un albero sfortunato

che gli si diceva amico

Ho incrociato tratti di sentiero

coperti di bianchi 

fiori appena morti di ciliegio

e ho pestato forte

per lasciare le mie impronte

nella terra bagnata

Un segno

– fino alla prossima pioggia –

testimonierà

che io

non ho dimenticato

Kolovrat

Vsakič

po starmi ciesti

ki peje na star konfin

na prestoru od nagnoju

četud ne še napihnjenih

armenih magli

vsakič

miseu predere v kras

preskočne tamneno jamo

parve ujske

se zaplede na moro

se popuzne na ponucano kri

pobuošca strah

an zamuči

Pa donas ne

donas

tista miseu se je ustavla pried

pod dažan

glih pred veliko tamno jamo

zmotile so jo

vse tiste cvetočpindulince

Colovrat

Ogni volta

lungo la ripida strada

che porta al vecchio confine

nel posto dei maggiociondoli

seppur non ancora gonfi

di nuvole gialle

ogni volta

il pensiero penetra nella roccia

attraversa l’oscura galleria

della Prima Guerra

inciampa nell’incubo

scivola sul sangue consumato

accarezza la paura

e ammutolisce

Ma oggi no

oggi

quel pensiero si è fermato prima

sotto la pioggia

proprio davanti all’ingresso buio

disorientato 

da tutti quei bucaneve in fiore

Ne mislit

Ne mislit, de je bluo glih takuo lahko

– an za me –

ostat tle.

Inkrat

popudan,

glih na zadnji dan lieta,

joče san šla v Čedad.

Vse se m’ je zdielo vederbano 

za nimar.

Pa san kupila medlo na letrik,

zlo mocno,

za očet vse tiste, k’ prah je biu prekru.

An san ostala.

Prah tud.

Non credere

Non credere che sia stato proprio così facile  – anche per me –  

restare. 

Una volta, 

di pomeriggio, 

proprio l’ultimo giorno dell’anno, 

sono andata a Cividale piangendo. 

Mi sembrava che tutto fosse perduto 

per sempre. 

Invece ho comprato una scopa elettrica,  molto potente, 

per ripulire ciò che la polvere aveva nascosto. E sono rimasta. 

La polvere pure.

Sa vieš?

Sa vieš, de že vic liet

se na dan cajta za pastiejo postrojit 

čez dan,

zak previc druzih reči

mi se zdijo buj potriebne.

Kar pride ura se ulegnit,

nomalo se m’ huduo zdi

videt vse šele na razan

pa potle,

pogledan tuoj kušaneu

blizu blizu mojga

– opart na anj –

an vien, de san nardila pru

pustit sled naše ljubezni

an ne vse arzbrisat,

ku de b’ na bluo nič.

»Già sai?«

Sai che da molti anni

non mi concedo il tempo di rifare il letto, durante il giorno,

perchè troppe altre cose

ritengo più importanti.

Quando è il momento di coricarci,

un po’ mi dispiace

vedere quel disordine

ma poi

guardo il tuo cuscino

vicino vicino al mio

– appoggiato sul mio –

allora so di aver fatto bene

a lasciare la traccia del nostro amore

e non cancellare tutto,

come se nulla fosse.

Pried ku se podat

Noge otekle

v čerievjah prestisnjenih

tistih pražnjih

šele dobrih

duovie dost jih je bla placjala

Počasna hoja

s spregnjeno glavo

spremja palco

malo od tega kupjeno

se parvast

ki dost peče

Lasje lepuo počesani

laščecja torbica

jopa ki je ratala prešaroka

pa pod pasko

šele spomini na ljubezen

an na bose noge

lahne

lahne

lahne

Prima di arrendersi

Piedi gonfi

in scarpe troppo strette

quelle da festa

ancora buone

chissà quanto le aveva pagate

Un incedere

lento a testa bassa

accompagna il bastone

comprato da poco

abituarsi

quanto brucia

I capelli ben pettinati

la borsettina lucida

la giacca diventata troppo larga

ma sottobraccio

ancora ricordi d’amore

e di piedi scalzi

leggeri

leggeri

leggeri

Vietru

Zavuoj an samuo

tiste more ki te je prebudila

z odpartimi oči

an s pieskan v niedrah

al

zavuoj drobiža

ki je padu na glerjo mokro

z obarnjenin dežnikan

od slavih misli

an

za tiste preliepe čerievje

ki ostajajo tu škatli

an ti kradejo sanjo

od tega ki je bluo moglo 

še se godit

sada genji jo

genji jo pihat!

Al vento

Per colpa anche solo

di quell’incubo che ti ha risvegliato

con occhi sbarrati 

e sabbia nel petto

o

per gli spiccioli

caduti sulla ghiaia bagnata

con l’ombrello rovesciato

dei cattivi pensieri

e

per quelle scarpe bellissime

che rimangono nella scatola

e ti rubano il sogno

di ciò che sarebbe potuto

ancora accadere

adesso smettila

smettila di soffiare!

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Andreina Trusgnach – Cekova, nata a Cividale del Friuli (UD) il 30.11.1961, ha vissuto a Grimacco inferiore fino al 1984. Appartenente alla minoranza linguistica slovena della provincia di Udine, sposata, due figli, vive nella famiglia Tomasetig – Dortih a Cosizza di San Leonardo, sempre nelle Valli del Natisone. Di professione è infermiera.

Partecipa attivamente alla vita delle associazioni slovene della Provincia di Udine e al Čezmejno Kulturno Društvo – Circolo di Cultura Transfrontaliero NIT (ex PoBeRe), fin dalla sua costituzione.

Ha cominciato a scrivere poesie verso i quindici anni e già nel 1977 un suo testo in dialetto sloveno delle Valli del Natisone è stato inserito nell’antologia per le scuole slovene “Slovenski jezik in stilistika”.

Ha partecipato a diversi concorsi letterari con testi nella sua lingua madre ed eventuale traduzione in italiano (Moja vas, Naš domači jezik, Senjam Beneške Piesmi, Calla in poesia, Mendranze ‘n poejia,…), alla 20° edizione del Festival letterario internazionale – Mednarodni literarni festival Vilenica (SLO, 2005), al Festival della letteratura dialettale – Festival Slovenske Narečne Književnosti Dialekta (SLO, 2011), a varie edizioni del Festival itinerante di poesia “Acqua di acque”, …

I testi di Andreina sono pubblicati su libretti, riviste, antologie scolastiche e letterarie, in vari Trinkov Koledar, nella raccolta collettiva di poesie in dialetto sloveno Besiede tele zemlje (Parole di questa terra), 2004.

Nel 2011 il Circolo di Cultura – Kulturno Društvo Ivan Trinko di Cividale del Friuli (UD) ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie Sanje morejo plut vesoko (I sogni possono volare alto), antologia contenente testi scritti dai 15 ai 50 anni.

In corso di pubblicazione la seconda raccolta di poesie “Pingulauenca ki jo nie bluo-L’altalena che non c’era”.

Partecipa a reading di poesia e eventi letterari, sia in dialetto sloveno che in italiano.

Ha ricevuto vari premi in diversi concorsi letterari: 

1° posto al Concorso di poesia del Festival Fronta (2013, Kobarid – Caporetto, Slovenija), 

3° posto al concorso biennale in dialetto e lingue minoritarie Mendranze n poeija (2016, Livinnalongo BL), 

1° posto al concorso di poesia Blue notte (2018, GO),

2° posto al concorso di poesia Pensare, scrivere, amare (2018, Remanzacco UD), 

miglior testo al Senjam Beneške Piesmi Festival della canzone slovena (2018, Grimacco UD), 

2° posto Premio Ischitella-Pietro Giannone (2019, Ischitella FG),

2° posto al concorso di poesia Un cuore, una voce (2019, Firenze), 

1° posto sez. lingue minoritarie Premio internazionale Giovanni Bertacchi (2019. Sondrio), 

1° posto assoluto nella finalissima del Premio internazionale Giovanni Bertacchi (2019, Campidoglio, Roma), 

2° posto assoluto al Premio letterario Onigo Mura Bastia (2020, Pederobba TV), 

“Miglior poeta del Friuli” al V Concorso Pensare, scrivere, amare (2020, Remanzacco, UD), 

Premio speciale Città di Cefalù – sezione vernacolo – al V Concorso internazionale di poesia e narrativa 2019 Città di Cefalù (Cefalù, 2020), 

Menzione Speciale nella Sezione B- Poesia in Vernacolo al I Premio Nazionale di Poesia naturalistica “Città di Castelbuono” (2020, Castelbuono, PA),

Segnalazione – sezione Silloge di tre poesie inedite – al Concorso nazionale biennale di poesia nei dialetti d’Italia Giordano Mazzavillani, Poeta di Ravenna (Ravenna, 2020),

3° posto Poesia onesta – silloge poetica in dialetto  o lingua di minoranza-, (2020, Falconara Marittima, AN), 

2° posto VII Premio Internazionale di poesia Giovanni Bertacchi – sezione lingue minoritarie – (2020, Sondrio), 

Menzione della Giuria al XXXV Premio mondiale della Poesia Nosside (2020, Reggio Calabria, RC),

2° posto XII Conc. Naz. di poesia P. Graziani – sezione dialetto – (2020,  Gioia dei Marsi, AQ),

Segnalazione della giuria al XXIV Concorso Nazionale di poesia Premio “Città di Foligno” (2020/2021, Foligno, PG),

Segnalazione con menzione di merito per poesia a tema e segnalazione con menzione d’ onore per silloge al IX Concorso letterario Nazionale “Memorial Miriam Sermoneta” (2021, Roma),

Menzione d’onore al 12° Concorso Letterario Città di Grottammare (2021, Grottammare, AP),

Menzione della Giuria al concorso “Scrittura in cibo”, (2021, Novilara, PU),

2° posto Concorso poetico Šinkovčevi dnevi poezije, sezione tema libero per sloveni nel mondo  (2021, Idrija, Slovenia),

2° posto terna di poesie inedite al XXIII Premio Nazionale di poesia “Oreste Pelagatti” (2021, Città di Civitella del Tronto, TE),

1° posto ex equo al Concorso Letterario Nazionale “I luoghi dell’anima” (2021, Meta, NA).

STELVIO DI SPIGNO. Nella vertigine del verso

di Luigi Cannillo

Di Spigno
Stelvio Di Spigno

Tra gli aspetti più rilevanti che caratterizzano la poesia di Stelvio Di Spigno spicca quello della testualità come massa materica, un insieme magmatico, eppure opportunamente articolato, nel quale sia il Senso che la lingua sono componenti inscindibili di una lava ribollente che si dirama in canali diversi. Testo e figura crescono insieme, come il volo degli stormi del primo testo, che compone e scompone forme, apparizioni e sparizioni. Oppure come la matassa della memoria de L’innocenza, nella quale, in una carrellata cinematografica, avanzano e arretrano episodi e stati d’animo. I contorni individuali si intrecciano in tempi e spazi, epoche ed eventi: “Lontano è quel tempo arrivato fin qui”. All’interno di questa materia, liquida e incandescente, si disloca la percezione – mai convenzionale – di luoghi ed eventi, nomi e figure, tutto in una corrente, in una sorta di vertigine nella quale il poeta si ritrova, sta, in equilibrio anche apparentemente mutevole, e tiene il punto. Magari giusto il tempo di chiudere la strofa riconducendo anche il lettore all’interno di quelle visioni e ve lo mantenga: “ […]quando alle vetrate/ tutta Napoli era in ginocchio e viva, morente/ e luccicante, come ogni città nel suo divampare…”
Gli episodi che si compongono in quella corrente vengono esposti per impulso, per elementi laterali, talvolta in modo rapsodico e intermittente. Il narrare qui non è mai pedissequa imitazione della prosa o inclinazione al discorsivo. La strutturazione del racconto è costruita a passaggi successivi, aggiustamenti, spezzature del verso, passaggi in diagonale. Le traiettorie risultano così impreviste, e impreviste le direzioni a cui aprono il loro sviluppo: “L’epilogo della tempesta/ fu che tu, reclinata nella morte/ che ti permeava/ ogni pensiero, rarefatta e abbuiata,/ ti allontanasti/ dalla stazione di Latina/ quasi in incognito// […]” L’utilizzo del verso lungo o di una sequenza di versi irregolari sembra nascere naturalmente, proprio come elemento del paesaggio frastagliato della composizione.
C’è spesso un fattore che viene taciuto, o sottratto, oppure spostato magari in alternanza con dati reali, esplicitati: a volte è l’uso del pronome ad anticipare o sostituire un soggetto nominale palese che entra successivamente in scena, ormai quasi imprevisto: “Si presentano a orari in cui ognuno prende il volo,/ verso le sette di sera quando ancora c’è il sole,/ e con i loro gridi prendono forme umane,/ […]/ e vorrebbe saperne di più, ma questi storni/ […]”. Questa forma di sottrazione vale anche per le preziose figure della memoria ora forse “in prima fila in paradiso”, o al protagonista di Galleria oppure come l’interlocutrice della poesia finale, Stato delle cose: “bambina mia mai nata, anima abortita”. Queste reticenze, che alludono a una identità senza nominarla esplicitamente, estendono la nostra attenzione verso il contesto e il senso profondo degli avvenimenti che illumina il compito della Poesia: “Provo a dire questa furia che è vivere,/ l’assottigliarsi della mascella di sorriso in sorriso,/ l’aria fredda che fa spessa la pelle in un abito di cera,/ e questo morire che è in tutti, da decenni,/ in un tempo scellerato e pazzo, come se/ l’esistenza fosse un paesaggio/ a tutti pervenuto e confinato altrove.”
In questo procedimento ellittico, che comprende in senso lato anche ombre, visioni e memorie, interagiscono anche riferimenti concreti: l’odore nei seni dei corpi, il Vesuvio, piastrelle e putrelle che ancorano gli aspetti più immateriali o le digressioni più disincantate alla percezione di presenze solide o date come oggettive. Quella di Di Spigno non è quindi una scrittura poetica che ci lascia lettori estatici o acritici di fronte al testo, ma piuttosto spinge a effettuare collegamenti, ipotizzare il non detto. Anche l’Omaggio a Leopardi si discosta dal risaputo e di fianco allo slancio lirico in “una roncola di stelle appese a un cielo di ringhiera” prescinde dall’immagine più convenzionale del Maestro (che l’autore ben conosce anche per la propria attività di studioso e saggista), allude agli aspetti meno edificanti della contemporaneità e ne cita i luoghi comuni. Non è un caso se l’autore si tiene alla larga dai social, in poesia più dei like contano i versi. E in queste poesie, scelte dallo stesso Di Spigno, nei versi ci si può smarrire e ritrovare.

Stelvio Di Spigno

Da La nudità, peQuod 2010

Fine settembre

Si presentano a orari in cui ognuno prende il volo,
verso le sette di sera quando ancora c’è il sole,
e con i loro gridi prendono forme umane,
un gigante, per esempio, o un volto conosciuto,
tanto che l’occhio non distingue il perché del movimento
e vorrebbe saperne di più, ma questi stormi
fanno a gara con corriere e treni di fortuna
a sparire per primi, risucchiando
il brusio dei pendolari, la stanchezza dei passi,
la finzione di tutto.

Vanno dove si disperdono altre voci,
questa volta scaturite dalle case in lontananza,
e c’è chi come noi ricorda vagamente
dove abbiamo ascoltato per primi
le parole che non hanno ritorno.

L’innocenza

Sembra proprio che ci rivedremo presto
quando scadrà il biglietto della mia vita a ritroso
perché eravate l’antico il buono l’onesto fatto carne
con quel vostro profumo di zie dell’Ottocento
tutte cipria colonia e fazzoletti ricamati,
portavate la bellezza di una volta e la grazia di ogni cuore
quando uscivate dalla tana per venire lì da noi
in quei palazzi così orrendi che nessuno ha mai cercato
neanche di dargli una mano di cemento un po’ più umano,
io affondavo nell’odore nei seni nei corpi
giocavamo a raccontarci di tempi lucenti
come fosse possibile abitarli di nuovo,
scendevate da un pullman di escrementi umani
perché è questo che si trova in ogni periferia,
e se ora siete in prima fila in paradiso
o in qualche stella o universo parallelo in contromano,
scommetto che ancora sferragliate con la lana
e che ora mi ascoltate più di quando c’eravate,
parlate a chi comanda la quadriglia della vita
perché io possa venire a farvi compagnia,
fate quest’ultimo regalo a quel bambino,
non ho mai conosciuto nessun mondo oltre il nostro,
e se avete qualche scrupolo a chiamarmi così presto
dite a tutti che ero vivo e vero solo accanto a voi,
fate questo in memoria di chi oggi vi ricorda.

Da Fermata del tempo, Marcos y Marcos 2015

Galleria

Forse hai capito quale festa ti dà gioia,
se Ognissanti o Natale, mentre previeni
il vento ottuso del porto, con tutti
quei presepi di barche e budelli,
e fuori c’è l’aria secca dei palazzi, e sembra che il Vesuvio
bruci elettricità nell’atmosfera: un giorno
andammo con mio nonno a leggere le pietre
nella grande vasca della stazione,
e su di loro c’era un volto napoletano.

Città di fame immonda e solo da guardare: oggi
lavoro lontano, non posso vederti invecchiare,
hai un saluto per tutti nelle tue asole bollenti,
e passi in umiltà senza domandare
che i tuoi arrivi siano scaltri la sera, che si disfi
quella mole di infamia che ti fa nera, che una mano
infili nel fitto dei tuoi vicoli una riserva umana
di latte impiantato tra colli e caserme.

Ogni volta che hai pianto ti ho visto
perdere a dadi ogni verginità, e come
se fossi una madonna abbandonata
in una delle mille edicole di quartiere,
ho cercato la tua essenza da amare
dentro un barattolo di complimenti a ore:
sapresti regalarmi ancora un po’ di castità,
fermarti dove si passa dal diluvio alla sciagura,
essere in tempo per salvare ancora te
dalla tua storia e insieme prendermi e farmi
ancora tuo, come quando ero
uno dei tuoi fantasmi arroventati.

La campanella

Puntello giorno e notte in un’ombra diseguale,
le mani tremano, da un alito di vento a un tumulto
della costa è un niente, il tempo di un vizio e di un addio,
la candela si scalda e il mondo trema,
io vedo questi piccoli, Luciano, Roberta, Ilenia,
il loro travaso dalla casa alla scuola, l’apparire
per loro del caos mattiniero, l’abitudine al caffé
che non hanno, piccole chele che si muovono
sotto la lente del potere, l’insegnante che li guarda.
Ripenso al mio liceo, a Palazzo Cariati, a un’aria
di promessa mattutina quando alle vetrate
tutta Napoli era in ginocchio e viva, morente
e luccicante, come ogni città nel suo divampare…

Invece no, era solo mia, tra il chiosco e il campo
di basket nessuno poteva circolare, se non una grande,
infinita volontà di essere in lei, guardarla, goderla
come propria, questa metropoli quattordicenne,
nessun errore poteva allontanarla, era lì ogni giorno,
era per me ed era nel sangue, arrivato il pulmino
si scendeva, si faceva colazione con milioni
di anime che latravano e io, protetto e quasi vero,
passavo il tempo amato, nessuna minaccia, la campanella
amica, l’anima nascosta in un panino, il portiere
che apriva in anticipo, io che guardavo lontano.
Lontano è quel tempo arrivato fin qui. Finita la speranza,
in un momento nuovo devo prendermi cura: Luciano
coi suoi ricci, Roberta la più bella, Ilenia che ride,
devo pensare a loro, rifanno il mio destino, non
posso scomparire: un giorno l’avrei fatto, ora non c’è
più scampo per i ricordi infranti, tutto succede in un attimo,
siamo qui per questo, perché accada ciò che non doveva.

Da Minimo umano, Marcos y Marcos 2020

Omaggio a Leopardi
Note su “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

Sono incollati come su una stele.
Diamanti di parole, candide aporie, melodie atone
che fanno del paesaggio quello che è,
una roncola di stelle appese a un cielo di ringhiera.

E in mezzo lui, eroe della pena, il grande oppositore,
mente atomica sull’uomo fatto nulla, ancora
da trasmigrare dove la gente crede il bene,
sempre più avanti nei secoli per perdersi
con coscienza, svanirsi ma a ragione.

Binomio della causa moderna, che meno vale
quanto più è pronunciata. Canizza
di critica e immondizia, masse e melassa,
furore e miele informe. Come ti vedo male,
ispido conte, eppure, quanto è grande
l’elogio alla tua logica, quanto perfetta
la tua iattura, come è giovanile il tuo talento.

Stato delle cose

L’epilogo della tempesta
fu che tu, reclinata nella morte
che ti permeava
ogni pensiero, rarefatta e abbuiata,
ti allontanasti
dalla stazione di Latina
quasi in incognito.

Lì visitavi l’ospedale, sempre in cerca
di quella stessa morte
che vedevi tra corsie e camerate,
bella, insana e taumaturga,
come allora ti credevi – ti amo più
che posso, bambina mia mai nata, anima
abortita, raccolgo per te piastrelle e putrelle,
mentre il cantiere del nostro futuro si recide.

Provo a dire questa furia che è vivere,
l’assottigliarsi della mascella di sorriso in sorriso,
l’aria fredda che fa spessa la pelle in un abito di cera,
e questo morire che è in tutti, da decenni,
in un tempo scellerato e pazzo, come se
l’esistenza fosse un paesaggio
a tutti pervenuto e confinato altrove.

Una stringa di fumi e graminacee
si stringe a una galassia equidistante, a un’ossessione
generale, mentre l’umanità svuota
di se stessa ogni destino, anche il più bieco,
anche il più assurdo e declinante,
come una fanteria di ritorno
da una guerra mai dichiarata,
a interi popoli nascosta e ipnotizzata.

Nota bio-bibliografica
Stelvio Di Spigno è nato a Napoli nel 1975. È addottorato in Letteratura Italiana presso l’Università “l’Orientale” di Napoli. Ha scritto articoli e saggi su Leopardi, Montale e Zanzotto, insieme alla monografia Le “Memorie della mia vita” di Giacomo Leopardi (L’Orientale Editrice, Napoli 2007) e al saggio L’artificio della naturalezza. Da Leopardi a noi (Agiscom, Napoli 2015). Per la poesia, ha pubblicato la silloge Il mattino della scelta in Poesia contemporanea. Settimo quaderno italiano, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, Milano 2001), i volumi di versi Mattinale (Caramanica, Marina di Minturno 2006, Premio Andes e Premio Calabria), Formazione del bianco, (Manni, Lecce 2007, Premio Penna), La nudità (Pequod, Ancona 2010), Qualcosa di inabitato, con Carla Saracino (EDB, Milano 2013), Fermata del tempo (Marcos Y Marcos, Milano 2015, Premio Nazionale Calabria e Basilicata), Stampa antica (Edizioni Gattili, Milano 2018), Minimo umano (Marcos Y Marcos, Milano 2020).

GRUPPO DI FAMIGLIA IN UN INTERNO

di Alessandra Paganardi

GRUPPO DI FAMIGLIA IN UN INTERNO
 
(Italia, Francia, 1974)
 
Soggetto di Enrico Medioli
Sceneggiatura di Enrico Medioli, Luchino Visconti, Suso Cecchi D’Amico
Regia di Luchino Visconti
Prodotto da Giovanni Bertolucci 
Casa di produzione: Rusconi Film
Fotografia di Pasqualino De Santis
Montaggio di Ruggero Mastroianni
Musiche di Franco Mannino; temi musicali tratti da Sinfonia Concertante di Wolfgang Amadeus Mozart
Con Burt Lancaster, Silvana Mangano, Helmut Berger, Claudia Marsani, Stefano Patrizi
Costumi di Piero Tosi
Trucco di Alberto De Rossi
Durata 125 min.


Questo film, il penultimo di Visconti prima de L’innocente, ancor può di altri porta con sé la firma di un’opera teatrale mancata. Proprio in questa mancanza di mira (segno, a volte orgogliosamente ribadito, dell’inattualità del regista rispetto al proprio tempo) si può cogliere la bellezza di alcuni suoi capolavori. L’interno del film è sdoppiato in due ambienti (gli splendidi, malinconici appartamenti d’epoca di proprietà del protagonista), ma è in realtà costituito da un’unica scena teatrale: la residenza del rassegnato professore, di cui quella situata al piano superiore, occupata con invadenza dalla marchesa Brumonti e dal suo pittoresco entourage, rappresenta il prolungamento e per così dire il backstage

Interno è dunque interamente l’ambiente: un palazzo d’epoca con pochi affacci su una Roma onirica, anticipazione di quella Grande Bellezza che, oltre trent’anni dopo, ritrarrà la capitale e l’intero paese in un contesto radicalmente mutato. Ora siamo nel 1974 e ha ancora un senso, o forse è un obbligo parlare di lotta e violenza politica, di utopia, di contrapposizione tra pubblico e privato. Vanno in questa direzione i dialoghi fra i comprimari e il protagonista, interpretato da un Burt Lancaster che ha da tempo deposto il copione del “duro dal cuore tenero” e manifesta, anche nei lunghi silenzi, doti straordinarie di mimica e gestualità. Il personaggio assai complesso della marchesa, sintesi di vitalità, eleganza ai limiti del kitsch e cinismo non alieno da una residua sensibilità umana, sembra ritagliato su Silvana Mangano, un’attrice difficile da inquadrare in un ruolo standardizzato. La parte di Conrad è interpretata da un Helmut Berger al massimo della sua espressività; i due comprimari giovani, infine, non costituiscono certo la componente artisticamente più riuscita del film e danno l’impressione di poter essere sostituiti con chiunque altro, purché compatibile per età e sesso. Ci sono poi le due figure fantasmatiche, puramente evocative della madre (Dominique Sanda) e della moglie (Claudia Cardinale), il cui ruolo sembra essere quello di rappresentare la bellezza assoluta. 

I dialoghi costituiscono, insieme all’ambientazione, la principale nota caratterizzante dell’opera: per la lunghezza, le citazioni, le tirate filosofiche fra Sartre e Marcuse, i dialoghi possono risultare in qualche momento un po’ pesanti, ma si comprendono nel contesto dell’epoca. In questi interni si contrappongono generazioni, mentalità, esperienza e visioni del mondo; forse il conflitto più insanabile è quello tra realtà e sogno − Lebe und Geist, scriveva Thomas Mann, autore molto caro a Visconti   − impersonato dal “professore”, che, forse non a caso, non si presenta mai con il suo nome proprio: appunto perché è una figura allegorica, categoria perenne dell’intellettuale disadattato, incapace di adeguarsi alle bizzarre dell’umanità e della storia. Una via di mezzo fra il manniano Tonio e il musiliano Ulrich, con qualche incursione nel Gustav di Morte a Venezia, ma con un’ambiguità e una complessità ulteriori: infatti il l rapporto fra il protagonista e Conrad è ben altro da una trita relazione omosessuale sublimata, o da una troppo semplice ricerca del padre e del figlio mancati. Esso è la sintesi perfetta e impossibile di tutte le molteplici sfumature dei sentimenti umani: a partire da quelli amicali ed erotici, basati sulle affinità elettive, della philia attica (si pensi alla scena quasi magica del disco o all’altra omologa del quadro), fino ai forti legami di stampo alchemico, che si fondano su certe inspiegabili, spontanee familiarità; il tutto passando per la cura dell’altro e per l’agápe. Ma nulla è destinato a durare, perché, dirà la marchesa nella scena finale, «anche il dolore è labile, come tutto il resto». 

Nell’interno/inferno si consuma quindi un dramma molteplice: relazionale, generazionale, esistenziale e storico. In tempi in cui tutto è concesso e trasgredire non è quasi più necessario, le fumate promiscue di una strana famiglia allargata a un toy boy fanno quasi tenerezza. Fanno ancora impressione, invece, le allusioni a trame e misteri politici mai risolti, ma ben noti. Così come fa davvero senso che l’espediente del nascondiglio segreto oltre la libreria sia stato adottato appena quattro anni dopo, senza più alcuna pretesa estetizzante, dai proprietari del covo di via Montalcini per il rapimento Moro. Un tragico flash-forward, che Visconti non avrebbe mai previsto. 

 Gruppo di famiglia in un interno è visibile gratuitamente cliccando questo link:    

La frase celebre del film è: «A me basta il ricordo del mare a occupare tutta la mia fantasia». 

Giugno 2021

da Ibn  Arabifilosofo, mistico e poeta arabo (1165 – 1240)

Si è fatto, ormai, il mio cuore

capace di ogni forma:

per le gazzelle è un pascolo,

ed è convento ai monaci cristiani;

si fa tempio per gli idoli,

e ka ‘ba ai pellegrini;

tavola di Torà,

e libro del Corano.

Seguo la religione dell’amore:

in qualunque regione mi conducano

i cammelli d’amore, là si trovano

la mia credenza e la mia religione.

MARTA RODINI. La tela delle sillabe

di LUIGI CANNILLO

Marta Rodini

La poesia di Marta Rodini si presenta come un’opera in filigrana: la saldatura, l’intreccio, i rilievi, le trasparenze luminose (e le ombre corrispondenti) sono parte essenziale di questi testi, insieme alle tematiche specifiche e al loro sviluppo nelle diverse raccolte edite e inedite. L’esistente, il mondo, è motivo di poetica e di estetica intese in relazione compatta: il volo dell’insetto trafitto nella bacheca insieme alla “puntura” dello scrivere, l’arabesco disegnato con le lettere del colloquiare e dall’incandescenza dell’amore, oppure  il roteare alla ricerca della luna o le movenze dei fiumi. La sinuosità delle linee è l’eterna ricerca del senso, anche la consapevolezza della fine si esercita in un ricamo incessante.

Marta Rodini è estranea non solo alle dinamiche dei profili social, ma anche, più in generale, a quelle della cosiddetta società letteraria. I suoi versi quindi sono stati oggetto di riconoscimenti significativi e della stima di validi sostenitori ma persistono in una testimonianza che resta come in sottotraccia, consegnati non tanto all’esposizione né al consumo generalizzato, bensì come una forma di verità profonda preservata anche nell’atto della sua rivelazione.

In queste poesie, scelte dalla stessa autrice, ricorre il rosso come colore della passione intesa nel senso più lato, quello della vita ma anche della ferita e della morte: “la goccia vermiglia della mia puntura”, “l’abbraccio sanguinante”, “l’arsura dei versi dentro il sangue”. Inclinando, nei testi inediti, verso la consapevolezza del precipitare nella dissolvenza,  dello scrivere come atto divenuto terminale e della morte intesa come luce: “mi conduci al mio divenire/ al mio fianco tutto è mutare./ […]/ Mio dio, o un dio comune/ dia luce, più luce/ al mio essere per la morte”. Amare, credere e dubitare sono e restano i fondamenti dell’esistenza, gli elementi che ne investono le vicende. L’amore – in senso esteso – è un altro elemento ricorrente di questi versi: le amate creature facenti parte dell’universo, perdute e poi “ritrovate altrove per il marchio” di chi le ha percepite e fissate nella rappresentazione data dalla scrittura, il sentimento incandescente che ne informa il disegno. È l’amore che, pur se dissipato nei giorni. sopravanza anche nelle stagione del rigore invernale e della magra del fiume.

Tutto resta in equilibrio compositivo, nello stile e tono lirico refrattari a ogni moda contingente, nella trama dei suoni, nelle figure di metafore e allegorie, nell’uso delle troncature dei verbi all’infinito, le assonanze, le spezzature, lo slittamento dei versi, l’espansione coerente del lessico, anche la grafia e la punteggiatura di tipo espressivo. Tutto resta sospeso in equilibrio nel mutamento, nel divenire del tempo. Eventi ed esperienze seguono in parte, declinando, le fasi lunari. Al riparo della luce velata della luna è stata vissuta esperienza dei conflitti e della bellezza e ora, sempre nell’alternarsi del respiro cosmico, dell’inizio di una fase diretta verso il declino, “sailing to death”.

Scrivere è per il poeta la quintessenza dell’esperienza perché nella poesia si concentrano senso e linguaggio. La scrittura poetica resta componente essenziale dell’esistente, elemento imprescindibile, “nicchia dolorante di linguaggio” in cui si concentra la sostanza dell’essere. Del resto, come rileva Flavio Ermini nella Premessa a Entrata in scena riguardo al procedere umano alla volta della conoscenza, si tratta di “un procedimento, come ci indica Marta Rodini, che può discendere a una grande profondità se avviene senza escludere il dolore. Solo nel restare fedeli a questo procedimento cognitivo – utile a preservare e a salvare – sta la garanzia del rivelarsi dell’essere”.

La “tela delle sillabe” di Marta Rodini si presenta per questo come filigrana resistente e preziosa che ha assorbito il tempo e il mondo, il colloquiare e la passione vitale, la visione e la forma. Scorre alla nostra lettura nell’alternarsi di luce e ombra, di conoscenza e rivelazione, arrivando a percepire la forza e l’orizzonte del tragico.

ti

a

DA “ARABESCO AL NERO” (2009)

Libellula a vele spalancate
ottovolante in trasparenza
a rischiare i prati, le pratoline
a ingigantire come lenti vive
Quante sepolture pesano
all’insetto, quanti ronzii del volo
hanno accompagnato gli indefiniti
mondi, gli uni coricati sopra
gli altri, civiltà inumate nell’oblio
Dove lo spillo, l’attimo infinito
che inchioda l’essere all’adesso
e infilza lo scarabeo turchese
alla bacheca
trafigge l’involarsi delle cose
creature singole, miei amati
ritrovate nell’altrove per il marchio
per la goccia vermiglia della mia
puntura

 

***
strappo lembi alla notte dove scrivere
si copre il cuore con la tela delle sillabe
girano nelle orecchie suoni antichi come
giostre
e c’è, che ascolti il mio essere parlante
il mio essere senziente, nicchia dolorante
di linguaggio, le lettere del colloquiare
senza fine; l’incandescenza dell’amore
a intricar le lave, a disegnare l’arabesco

 


DA “ENTRATA IN SCENA” (2011)

da quali distanze sopravanza amore nei giorni
più gelidi dell’anno, si rintana in luoghi invisitati
si accuccia su siepi siderali dove sbrindella
come veli, brine. Segue il letto in magra
di quel fiume un tempo pieno di movenze e
gorghi; solo lenimento alla sua sete
un ectoplasma di ghiaccio dove debole
un sole trasluce e si rapprende…
Testimoniano fantasmi e sfioriscono presenze
ma non cambiano magione, si piegano
nell’alcova senza tetto

 

 

***
il ramo della scorza chiara il gatto
accovacciato sotto il girasole roteano
a cercar la luna – le fasi della luna
a crescere e a calare puntellano
la sera chiamano le acque –
i corpi cercano l’abbraccio sanguinante
del tramonto che suggella il giorno
e intrattiene il buio delle forme
lunghe inviolate intorpidite

 


INEDITE

Sailing to death

Coprendomi con l’alone della luna
ho scucito le suture ai cieli
lustrato le cose all’apparire…
Questo amore fatto solo di radice
e l’arsura dei versi dentro il sangue

Veleggiando verso il mio declino
tra increspature di nebbia e labbra,
mi incurvo alla nuvola di stelle,
sospesa sui cortili dell’infanzia…
Radendo la neve alta contro i muri


***

mi conduci al mio divenire
al mio fianco tutto è mutare.
La dissolvenza dei corpi
lo stemperarsi dell’anima
al primo sole d’aprile,
la dissipazione degli amori
dentro i giorni
e confini e bandiere stinte
dalla storia.
La contaminazione dei regni:
voleva la ninfa diventare alloro?
Mio dio, o un dio comune
dia luce, più luce più luce
al mio essere per la morte

Nota biobibliografica

Marta Rodini è nata nella provincia di Cremona. Vive e lavora a Milano. Dal 1992 fino al suo scioglimento ha fatto parte del gruppo di scrittura Sinonimi e contrari fondato da Marina Incerti. Sue poesie sono state pubblicate su diverse riviste tra cui Il SegnaleLe voci della lunaPoiesis, con note critiche, tra gli altri, di Franco Romanò e Giorgio Linguaglossa. I suoi testi sono presenti in varie raccolte antologiche. Ha raccolto vari riconoscimenti partecipando a manifestazioni culturali nazionali. È stata segnalata due volte, nel 2007 e nel 2010, alla Biennale di Poesia di Anterem nell’ambito del Premio Lorenzo Montano, Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Parole in gioco Milano, 2005; Arabesco al nero, Archivi del 900, Milano, 2009 (prefazione di Luigi Cannillo), raccolta vincitrice della VII Edizione del Premio “Antonia Pozzi”; Poesia dell’acqua, Ed. Le Voci della Luna; Entrata in scena, Ed. Anterem, Verona, 2011, con prefazione di Flavio Ermini. La sua ultima raccolta, Frammenti semplici, è stata segnalata nell’ambito del Premio Lorenzo Montano, Verona, 2013.

MOSCA NON CREDE ALLE LACRIME

di ALESSANDRO MAGHERINI

 MOSCA NON CREDE ALLE LACRIME

(Unione Sovietica, 1980)
Diretto da Vladimir Men’šov
Sceneggiatura di Valentin Černych
Fotografia di Igor Slabnevič
Montaggio di Yelena Michajlova
Musica di Sergej Nikitin
Con Vera Alentova, Irina Murav’ëvaRaisa RjazanovaNatal’ja Vavilova, Aleksej Batalov
Durata: 142’

Nel 1981, nonostante la concorrenza di opere importanti come L’Ultimo metrò e Kagemusha, una pellicola sovietica vince il premio Oscar per il miglior film straniero: Mosca non crede alle lacrime.

Si tratta di una specie di soap opera, ironica e garbata, che ha, però, il valore di un documento, con lo straordinario potere di trasportarci non solo nel pieno del secolo scorso ma anche in una società altra, che la storia ha sepolto e coperto di detriti. Non lo fa attraverso una ricostruzione – come, in rapporto alla DDR, più recenti lavori di produzione occidentale quali Goodbye Lenin o Le vite degli altri –, no: quella che vediamo è l’immagine cinematografica dell’URSS, una sorta di biglietto di presentazione di un sistema sociale che, lasciata alle spalle – dimenticata, direi – l’immagine dell’epica rivoluzionaria di Vertov e Eisenstein, sta andando verso la propria dissoluzione ma è ancora una realtà che si presenta come “normale”.

È una normalità in cui intellettuali, professori e poeti sono considerati persone importanti; in cui i manager aziendali non lavorano per il profitto e le stock options ma per raggiungere gli obiettivi stabiliti dai piani di programmazione economica; in cui l’istruzione è capillare, severa e ha funzione di ascensore sociale.

Alla fine degli anni Cinquanta, in una Mosca che è polo di un ampio fenomeno di urbanesimo, Katja, Ljudmila e Tonja vivono, in un pensionato per ragazze, l’avventura della grande città. Si impegnano nel lavoro e nello studio ma si danno da fare anche per un ideale – sposare un buon partito – di non facile realizzazione in un contesto dove gli uomini sono merce rara e talvolta deludente.

La panettiera Ljudmila è la più intraprendente e creativa del gruppo, mentre l’operaia metalmeccanica Katja si trova in difficoltà nelle strampalate situazioni da pochade che l’amica crea con i suoi “maneggi” e invenzioni quasi teatrali. Il risultato delle loro avventure è che Ljudmila riesce ad accalappiare un prestante quanto timido e bisognoso d’affetto giocatore di hockey, mentre Katja viene sedotta, ingravidata e abbandonata da un operatore televisivo succube di una madre che pare incarnare l’universale archetipo della donna egoista e piccolo-borghese. Tonja – figura più defilata – sposa un “bravo ragazzo”.

A questo punto il tono della narrazione cambia e al centro della vicenda viene a trovarsi Katja, interpretata da Vera Alentova, attrice del Teatro Pushkin di Mosca e moglie del regista Vladimir Men’šov. Katja tira fuori la sua forza di volontà: ragazza madre che passa la notte sui libri e la giornata alla pressa, con una formidabile ellissi si addormenta alla fine del primo tempo nella stanzetta del pensionato e si risveglia all’inizio del secondo in un’abitazione tutta sua, con la figlia Aleksandra che è ormai una studentessa ventenne. Nel parcheggio sotto casa l’attende una fiammante Žigulí. Ora Katja è un’altra persona: da tempo si è laureata ed è diventata dirigente della sua azienda, ora lei è una persona importante. 

Naturalmente la storia non finisce qui: contraddizioni vecchie e nuove agitano la protagonista, rimane viva la sorellanza con le amiche di un tempo, tutti i personaggi ritornano invecchiati di vent’anni e, fra avventure e siparietti, una nuova figura arriva a movimentare l’ambiente. Troppe anticipazioni, però, potrebbero guastare il piacere della visione e qui mi interrompo.

Mosca non crede alle lacrime è visibile gratuitamente (richiede un piccolo sforzo linguistico: è in versione originale sottotitolato in inglese), cliccando questo link:

La frase celebre del film è:

“Gli uomini guardano la TV o si ubriacano con gli amici, superati i quarant’anni vegetano e non si puliscono nemmeno le scarpe”.

LA POESIA DELLE ANTIFAVOLE di TIZIANO ROSSI

di RINALDO CADDEO

Tiziano Rossi, Piccola orchestra. Antifavole e dicerìe. La vita felice editore, Milano, 2020.

   Ogni testo non oltrepassa la pagina.

   E sono testi addensati, coesi, senza spazi vuoti. Da un punto di vista visivo-tipografico, sono pacchetti compatti. Scatolotti scenici. Sono la smentita continua della versificazione, poiché non vanno mai a capo prima della fine della riga. Non ci sono spazi per voli pindarici o per indugi ermetici. Non soltanto l’eloquenza ma anche la veste formale della liricità è stata rimossa. Tiziano Rossi ha preso la poesia per la manica e l’ha spinta, gentilmente e silenziosamente, fuori della porta. C’è un altro respiro al loro interno. Un’altra musica. 

   Che cosa c’è dentro questi pacchetti?

   Favole. Quelle antiche, quelle originarie: Esopo, Fedro.

   Anzi, antifavole: il ribaltamento di quelle favole dove gli animali sono uomini travestiti che indossano maschere da animali. E a ogni maschera corrisponde un carattere stereotipato, un’indole: volpe = furbizia, leone = ferocia, lupo = arroganza.

   E c’è molto altro.

   Innanzitutto, in Piccola orchestra, non sono gli uomini a diventare animali, ma di solito sono gli animali a farsi uomini. Nelle antifavole di Rossi non ci sono caratteri, ruoli o stereotipi fissi. C’è una metamorfosi reciproca, un flusso assiduo, libero, senza barriere: uomini che si fanno animali, animali che si fanno uomini. Animali e uomini si imitano, si mettono in evidenza o si mimetizzano, trasformandosi gli uni negli altri, senza cliché. A volte sono gli uomini a copiare agli animali pose, fattezze, gestualità, ma spesso sono gli animali che si travestono da uomini. Ne assumono, con versatilità, atteggiamenti, modi, ragionamenti, posture.

   In LUPI (Tiziano Rossi, Piccola orchestra, pag.21), una sorta di sequel della favola esopea-fedriana, i lupi sono irritati per la cattiva luce in cui li mette la favola di Esopo, ripresa da Fedro. Il vecchio lupo Timoteo, che passava per saggio, rimprovera il protagonista della favola con queste parole: «Stupido! Se tu ti fossi appostato a valle dell’agnello e non a monte, avresti avuto dalla tua il diritto e non sparlerebbero di noi!». I lupi, quindi, si son fatti furbi, o meglio, razionali, e si preoccupano dell’opinione pubblica.

   Ma c’è dell’altro. Non si tratta solo di antifavole, ma anche di antipoesie, se non di antiletteratura. Emerge nitidamente, con nome e cognome messo alla fine, per dargli più risalto, in CAPRA: «In mezzo a un prato stava solitaria una capra; legata a un palo e bagnata da una pioggia senza requie, belava penosamente e quel suo belato, così triste e ripetuto, pareva farsi compianto per tutto il dolore del mondo. Una pecora la vide, le si avvicinò compassionevole e le chiese come mai fosse così afflitta, ma la capra con fierezza le rispose: “Lasciami in pace, e non distrarmi, perché il mio lamento deve ispirare un poeta, un certo Umberto Saba”.» (Rossi, Ibidem, pag.36). La prima metà è un riassunto della famosa poesia di Saba. La seconda parte del testo, dove una pecora interroga la capra che le risponde come se fosse la diva di un set televisivo, è un altro sequel ironico che, capovolgendo il senso apparente, scova un nuovo delle cose. 

   In DEFERENZA (Rossi, Ibidem, pag.22), le galline, per quanto sottoposte ai raptus micidiali che trasformano il loro padrone in una belva, mantengono una dignità e un’ammirevole compostezza.

   I comportamenti animali, sulle orme degli uomini, possono essere distorti e, alla fine, esiziali. Nel caso della biscia Teodora, in BISCIA (Rossi, Ibidem, pag.23), un demone falotico della metamorfosi, spinge la protagonista a pretendere di farsi passare per anguilla, per vipera, fino a immaginare di essere una collana e dunque stringersi nefastamente intorno all’esile collo della bambina Domitilla.

   In GORILLA (Rossi, Ibidem, pag.24), Sinko, colossale gorilla, manifesta il suo malcontento per la detenzione dietro le sbarre, battendosi i pugni sul petto, ma ha anche la delicatezza di liberare una farfalla rimasta impigliata tra le foglie e, a differenza dell’avvocato Nogedali, di cui, secondo alcuni, imiterebbe i comportamenti, non infilza le farfalle per infilarle e farne mostra in una teca.

   In UCCELLI (Rossi, Ibidem, pag.25), il signor Gremmi, per scacciare prima i piccioni e poi le cornacchie dal suo terrazzo, si traveste da falco, con due posticce ali di cartone, ma senza risultati, se non la perdita di stima della moglie.

   In SENTIMENTI (Rossi, Ibidem, pag.26), con una deviazione della favola di La Fontaine, in cui è un gatto a mangiarsi un topo che si faceva vanto di essere pari all’elefante, è l’elefante, da prepotente, a schiacciare sotto le sue zampe il topo.

   In MUCCA (Rossi, Ibidem, pag.27), entriamo nel flusso di coscienza di una giovenca condotta al macello. L’umano sentimento dell’angoscia viene espresso in modo mimetico: con la stessa ripetitività di un ruminante che rumina, oltre che cibo, anche pensieri. 

   In RAGNO (Rossi, Ibidem, pag.28), il ragno Stanislao, divora le sue prede non solo per sopravvivere, ma anche mosso da un ideale estetico, cioè per punire chi ha osato violare la geometria perfetta della ragnatela.

   C’è anche un demone nuovo che muove i protagonisti, animali o uomini, di queste antifavole: il demone kafkiano della metamorfosi che si è fatto demone della sostituzione. 

   In SCARAFAGGIO (Rossi, Ibidem, pag.11), il pittore Zéffoli ha sostituito il pennello con le zampe bagnate di inchiostro di uno scarafaggio (anche qui in una sorta di prolungamento della celebre novella di Kafka): l’esito, grottesco e perturbante, è quello di un auto-ritratto caricaturale.

   In SIMULACRO (Rossi, Ibidem, pag.16), Cinzia e Domitilla, due bambine intraprendenti di cinque anni, sostituiscono il cadavere sparito di un merlo morto stecchito, con un pezzo di legno, per fargli un degno funerale, ottenendo un silenzioso riconoscimento dagli altri merli. 

   In INSETTI (Rossi, Ibidem, pag.18), il signor Trobelzi, pensionato che si dedica all’orto, con un sorriso nostalgico sostituisce le guerre umane, a cui ha preso parte da giovane, con la contemplazione delle lotte, più virulente e non meno ingegnose di quelle umane, tra gli insetti (formiche, scarabei, coccinelle ecc.).

   In SUSSIEGO (Rossi, Ibidem, pag.19), gli animali domestici (asini, conigli, mucche, ecc.), sostituiscono gli animali selvatici ed esotici in uno zoo, con successo, anche finanziario, del direttore e approvazione del pubblico, provocando una metamorfosi sia nel comportamento degli animali sia nell’atteggiamento del pubblico.

   In PAROLE (Rossi, Ibidem, pag.17), la vittima (un uomo anziano) di una mangiatrice d’uomini, ovvero di una tigre, si finge donna e si salva. Sembra banale la conclusiva morale della favola: «Ah, potenza delle parole!», ma non lo è. Molte di queste favole/antifavole sono affidate al potere fulmineo, metamorfico e risolutivo, del linguaggio.

   In Piccola orchestra non ci sono solo animali. C’è una ricca e varia umanità, soprattutto una ricchezza e varietà di situazioni, sfide, conflitti, accordi, drammi, tragedie, a volte anche crudeltà. Una per tutte MASCHERA (Rossi, Ibidem, pag.69), uno dei testi più lunghi, una versione aggiornata e molto inquietante della fiaba di Cappuccetto rosso.

   Scritte con funambolica e sferzante concisione, un sorriso, ironico e autoironico, garbato e affilato, le pervade fin dall’inizio, con effetti comici, spesso esilaranti o stranianti. In esse un’antica tradizione narrativa, i classici greco-latini fino a La Fontaine, a Kafka e a Rodari, rivive, si ricarica di senso, riconosce una sua molteplice rivelazione, con una notevole varietà di capovolgimenti e colpi di scena, rintraccia nitide, nuove invenzioni. Con questo alito epifanico, la poesia, cacciata dalla porta, rientra dalla finestra e con un’antica voce, chiara e allusiva, costruisce e certifica, con una inesauribile energia, forme anomale, nuove identità.

Ulisse ricorda le infinite notti passate

Alla tenue luce delle stelle e nella brezza fresca, 

stanotte sente il gusto sacro delle infinite notti

trascorse supino sulla terra a contemplare gli astri,

ciascuna con la sua dolcezza e il suo profumo amaro.

Là, sull’isola di suo padre, ora ai limiti del mondo, 

la notte profuma come un giovane mandorlo in fiore; 

a Creta passa lenta, principessa carica di perle, 

profumata di muschio, la luna per amuleto al collo, 

e un paggio nero nudo le regge lo strascico fiammante, 

che le lucciole delle Pleiadi hanno bordato d’oro. 

In Africa la notte geme come una selva vergine, 

le stelle al buio brillano mute come occhi tremendi 

di tigri, leopardi, leoni, che tendono un agguato,

e lo Scorpione si gira e inietta veleno al mondo. 

La notte a volte è una rosa nera che ti toglie il senno,

e la morte sembra una goccia di miele nel cuore; 

altre volte una madre dai seni turgidi, che sgoccia 

nel cielo il latte in eccesso, o a volte, oppressa, 

lo spande lenta in un fiume per provare sollievo.

Piene di ricordi dolceamari le labbra dell’Arciere; 

così assapora le notti stasera, il cuore è colmo

di miele, veleno, aromi, e questi preziosi averi

suonano nella mente come lontane note di flauto. 

Contemplando a lungo le stelle, la sua fronte alta

brilla come un fuoco abbagliante, dolce, senza fumo,

come una luna libera dalle passioni della vita,

che tiene come ultimo bottino la luce, e pensa. 

Nikos Kazantzakis da “Odissea” ( XVIII, 372-398) 

PASQUALE DI PALMO. L’apparizione come rivelazione quotidiana

di Luigi Cannillo

Le poesie di Pasquale di Palmo rappresentano un continuato percepire e trasalire. L’osservazione/interpretazione della realtà è l’atto conclusivo di un processo per il quale l’autore è come attraversato dagli eventi, li percepisce e ce li restituisce. Così come su uno schermo ci vengono incontro passanti sconosciuti, il falco atterra sul davanzale, sbucano all’improvviso i gruppetti di ragazzi Down, la volpe taglia la strada alla Opel, la salamandra aspetta dietro il portone di casa. Il quotidiano viene interrotto – e illuminato – da un imprevisto.

Un primo effetto è quello della rivelazione, queste apparizioni coinvolgono anche il retro della superficie del quotidiano e fanno trasparire il senso complessivo dell’esistere: sia l’elemento apparentemente estraneo, perturbante che l’ambiente nel quale questo si manifesta: l’imprevisto e la consuetudine. Quella che irrompe nel contesto è una creatura più fragile, che vive ai margini oppure  al riparo di un rifugio naturale, o che si manifesta in un diverso stato di coscienza esprimendo la forza dell’impulso, di una forma di ingenuità che rende fragili e indifesi anche noi: “[…]/ Rispondono a monosillabi/ – sì no, no sì -/ l’esistenza ridotta a una semplice opzione.// Si inebriano per un gelato,/ piangono per un nonnulla./ In realtà sono loro che dovrebbero/ avere di noi compassione.”

Il poeta qui svolge un ruolo importante nel fare da tramite tra i diversi mondi e, lui in primo luogo, nel sentirsi quasi di proteggere quella fragilità mentre li evoca e divenire ponte verso la nostra percezione degli eventi e delle presenze. Ecco allora che l’apparizione non riveste la semplice funzione di sollecitare sorpresa o meraviglia, ma quella più profonda di creare in chi legge una nuova conoscenza. Quest’ultima funzione risulta tanto più preziosa in quanto è suggerita senza retorica o moralismo, semplicemente sull’onda dell’esserci e della apparente casualità dell’incontro: da uno spunto di osservazione tra il marciapiede e le case o alla finestra, all’uscita di un vicolo assolato o su una strada qualsiasi, nella sosta del giardino dell’Ospizio, o mentre si sta per andare in ufficio. Le presenze attraversano anche la memoria; i “non mi ricordo”, i “forse” dell’autore lasciano però una traccia indelebile pregna di significato, talvolta di premonizione, di un doppio presagio: “[…]/ Chissà se,/ nel tuo letto d’ospedale,/ la notte prima della tua scomparsa,/ sempre più piccolo e indifeso/ hai sognato una volpe/ che mi attraversava la strada.”

La selezione di queste poesie, compiuta dall’autore stesso, testimonia anche una salda consapevolezza del linguaggio poetico: l’architettura del testo sia quando monostrofico che quando articolato fluidamente in diverse parti, le soluzioni lessicali, le anafore e le rime misurate, il tono allusivo ma colloquiale, risoluto nelle chiuse: “il nero feticcio del paesaggio/ premuto a malincuore sul petto.” I flash delle visioni evocative evidenziano la componente visiva dei testi, anche nel richiamo indiretto tra le sembianze e gli atteggiamenti di uomini e animali. Gli elementi del quotidiano sono affiancati da presenze del divino quasi come forme totemiche, un passaggio tra il dio Horus e il falco pellegrino proveniente da altri paesaggi, altri tempi. Eppure queste presenze, talvolta anche in veste modesta e per il tempo di un breve incontro, diventano nostre compagne di  viaggio: “[…]/ Era un esemplare di dimensioni/ modeste, poco più grande dei piccioni/ che cacciava lungo i campi/ e argini di questa ragnatela di canali./[…]/l’occhio rotondo e severo rivolto/ per un attimo, unica/ concessione del dio, al mio stupore,/ prima che definitivamente nel vento/ del primo pomeriggio s’involasse.” Così attraverso la poesia il Distante e l’Immanente si incontrano, in una convivenza di forme e condizioni esistenziali che può lasciarci sgomenti. E la poesia di Di Palmo testimonia la capacità di cogliere il momento prezioso del transito, trovare una forma valida sia per il racconto del passaggio che per la sintesi di ciò che lo rappresenta. dall’impermeabile/bandiera all’involarsi del falco.





Pasquale Di Palmo

La salamandra e altre poesie

Il sole barbuto di mezzogiorno 

pigramente ti bruca la faccia.

Voli da un’ora fra il marciapiede

e le case, stringendo in pugno

il cuore morso di una melagrana.

Nel delirio del vento

il tuo impermeabile è una bandiera.

Le lingue sbilenche dell’erba,

il canale di scolo dove un cane

sbanda la sua corsa tra le viti.

Il nero feticcio del paesaggio

premuto a malincuore sul petto.

La visita di Horus                                                                          

Non mi ricordo se fosse ad ottobre

– tu non avevi ancora dieci mesi –

che Horus si posò

sul davanzale della mia finestra,

restando immobile a fissare

un panorama di alberi scheletriti e cascinali.

Era un esemplare di dimensioni

modeste, poco più grande dei piccioni

che cacciava lungo campi

e argini di questa ragnatela di canali.

Io mi avvicinai cautamente, rimasi

immobile quanto lui,

forse a mezzo metro da lui,

osservando il dettaglio

delle sue penne tra marrone e cinerino,

l’occhio rotondo e severo rivolto

per un attimo, unica

concessione del dio, al mio stupore,

prima che definitivamente nel vento

del primo pomeriggio si involasse.

Da Ritorno a Sovana, Edizioni l’Obliquo, 2003 

Down

Sbucano all’improvviso

da un vicolo assolato,

da un androne di pizzeria,

dalla ressa di un bagnasciuga,

spaesati, a gruppetti di quattro 

di sei di otto, 

tenendosi per mano,

le lunepiene dei volti 

glabri, rincagnati,

da cui spuntano occhietti

sottili come spilli

sempre rivolti all’accompagnatrice.

Rispondono a monosillabi

– sì no, no sì – 

l’esistenza ridotta

a una semplice opzione.

Si inebriano per un gelato,

piangono per un nonnulla.

In realtà sono loro che dovrebbero

avere di noi compassione.  

Centro Alzheimer

II

La notte prima della tua scomparsa

ho rischiato di investire una volpe

con la mia Opel, in via Ca’ Paliaga.

È apparsa come un lampo 

bianco e cremisi, la stessa 

improvvisa evanescenza di un fuoco 

fatuo nell’oscurità.

È apparsa all’improvviso

come una stigmate su un palmo,

lo sfregio di una lama su un bel volto. 

E proprio quell’animale estraneo, 

a suo modo araldico, 

doveva annunciarmi,

ebbro di sventura, che saresti

l’indomani soffocato 

nel bozzolo stesso del tuo fiato.

Chissà se, nel tuo letto di ospedale,  

la notte prima della tua scomparsa,

sempre più piccolo e indifeso,

hai sognato una volpe 

che mi attraversava la strada.

Da Trittico del distacco, Passigli, 2015

Si addormentano sulla carrozzina

con la testa che ciondola sul petto

mentre un sole cianotico 

li segna appena in fronte.

Quando si svegliano ti guardano sgomenti

senza capire chi sei,

allungano una mano per toccarti

la cintura, la mezzaluna dei fianchi,

come per accertarsi di essere

ancora vivi

in un pomeriggio qualsiasi

di un giugno sempre più arido,

gli occhi fissi sul prato, 

inebetiti, velati da perenne

congiuntivite che sembra 

acuirsi se torni con un gelato 

qui, nel giardino dell’ospizio

dell’Antica Scuola dei Battuti,

sito in via Spalti, Mestre,

dietro cavalcavia e cimitero.

Via Carducci                                                      

Dove sarà finita quella sciagurata 

che avanzava impettita, sempre sola,

in un’affollatissima via Carducci,

sbaffo di rossetto

in bocca di voragine

sotto chiome 

intricate di roveto 

scintillanti come un falò

forme esuberanti 

in attillato paltò

mentre trascina una carrozzina

e fa moine a una bambola 

che considera, ahimè, la sua bambina?

La salamandra

Non mi ricordo che stagione fosse.

Immobile, di un nero

squillante, picchiettato

di minuscole macchie giallastre.

Tozza, lunga pochi centimetri. 

Ne rammento l’umidore, le zampette 

divaricate nel grigiore 

di un androne,

appena dietro il portone di casa.

Avevo fretta, dovevo andare in ufficio.

Mi fermai a guardarla, forse al momento

non compresi fosse una salamandra.

Avrei potuto accarezzarla

avrei potuto schiacciarla.

Rincasai per chiamare mio figlio.

Quando tornammo non c’era più.

Sparita, tornata al suo medioevo,

estinta al fuoco interno che l’ardeva.

da La carità, Passigli, 2018

Pasquale Di Palmo (Venezia, 1958), poeta, saggista, critico e traduttore, ha pubblicato le raccolte poetiche  Horror Lucis (Edizioni dell’Erba, 1997), Ritorno a Sovana (Edizioni l’Obliquo, 2003), Marine e altri sortilegi (Il Ponte del Sale, 2006), Trittico del distacco (Passigli, 2015), La carità (Passigli, 2018) e varie plaquettes, tra cui Vertebrae (Edizioni l’Obliquo, 2020). Sue poesie, apparse in numerose antologie e riviste tra cui «Nuovi Argomenti», «Paragone» e «Poesia», sono state tradotte in diverse lingue straniere. Collabora all’inserto culturale Alias del quotidiano «Il Manifesto». Dirige la collana poetica «Gli insetti» di MC Edizioni.

Maggio 2021

da  Favole della dittatura  di  Leonardo Sciascia

*

Superior  stabat  lupus:  e l’agnello lo vide nello specchio torbo dell’acqua.

Lasciò di bere, e stette a fissare tremante quella terribile immagine specchiata.

“Questa volta non ho tempo da perdere” disse il lupo.

“Ed ho contro di te un argomento ben più valido dell’antico: so quel che pensi di me, e non provarti a negarlo”. E d’un balzo gli fu sopra a lacerarlo.

_______________________________________________________________

In memoria di tutte le dittature  passate presenti e… … future!

Vincenzo Mastropirro: Il Poemusico delle Murge (Puglia)

di Alfredo Panetta

  • Sei musicista e poeta, ti faccio una domanda in proposito. Oltre alla stretta relazione tra le due discipline, che posso intuire, quali sono le collaborazioni dirette o indirette tra di esse? Cosa insegna la parola alla musica e viceversa.

Questa domanda mi è stata posta diverse volte ed alla quale rispondo sempre molto volentieri perché coincide al mio orgoglio, ovvero le discipline, “sono entrambe mie”: la mia musica è la mia poesia, così come l’inverso! 

Per me, è molto naturale scrivere sia in poesia che in musica.  Trovo che il ritmo sia fondamentale ed è una parte importante per entrambe le composizioni. Per questo motivo, col sorriso sulle labbra, mi definisco: poemusico.

Suono e scrivo con la stessa passione e di una passione non ci si può liberare facilmente, fa parte della tua vita!.

Oggi essere originali è molto difficile ed essere riuscito a caratterizzarmi per un “mio sentire”, in entrambi le arti,  mi fa molto piacere. Poi, se sia il ritmo poetico oppure la rima musicale che invade e pervade l’una nell’altra, non me lo sono mai chiesto. Penso che quando il risultato finale risulta buono, significa che anche gli ingredienti utilizzati lo sono.

  • Ho apprezzato molto la tua raccolta Timbe-condra-Timbe (Tempo-contro-Tempo). Hai dedicato questo lavoro a un tema molto delicato in poesia e non solo in poesia: il Tempo. Secondo me l’hai fatto benissimo perché sei riuscito ad evitare da una parte la retorica, il già sentito, dall’altra l’eccessiva drammatizzazione cui può indirizzare una simile tematica. Spesso hai ammortizzato l’argomento utilizzando il registro dell’ironia e della leggerezza intesa in senso calviniano. Quanto è stato importante l’uso del dialetto in tale senso?   

Il Tempo, mi ha sempre affascinato. Ho sempre pensato al suo inesorabile incedere. È un tema che ha riguardato spesso i grandi poeti e scrittori. E, come hai ben notato, ho cercato di evitare la trappola della retorica e l’eccessiva drammatizzazione. Nella ruota del Tempo si perde il confine con il corpo, la pelle, la densità dell’anima e le parole si tramandano come il più bello dei segreti. Sono molto ancorato alla mia terra che è nascita, nutrimento e decadimento. Sul suolo che tutto dà e tutto toglie, ci sono anch’io dove ho appoggiato i miei piedi, le mie note e le mie parole. Riesci ad immaginare un futuro senza terra? E lo dico a te poeta e uomo del profondo Sud che vive al Nord…ecco, la mia terra è la mia lingua e, il dialetto, mi ha potuto permettere di affrontare questo tema immortale con quella “leggerezza” che diversamente, avrei fatto fatica a trovare con la lingua italiana.

  • Vincenzo, in uno degli innumerevoli premi di poesia vinti, la motivazione della giuria dice: “Nella poesia di Mastropirro il dialetto di Ruvo di Puglia diventa lingua universale. La lingua di chi cerca il tempo dello stupore anche nella frammentazione della realtà”. Quant’è importante nel tuo lavoro lo sguardo innocente del bambino sul mondo? Si può ancora essere poeti, in questo senso, incontaminati?

In poesia, considero il dialetto stupore, perché bisogna stupirsi come fa un bambino di fronte ai vari accadimenti. Ed è così che frantumo e sminuzzo la realtà che ci circonda in poesia e lo faccio a partire dalle piccole cose per poi leggerle in un contesto universale. Per questo non trovo differenza tra lo scrivere in dialetto o in lingua, di certo la “mia lingua” mi aiuta di più a osservare il mondo con uno sguardo innocente. La lingua di mia madre, la sento più mia, più coinvolgente.

  • La domanda precedente si riferiva alla tua raccolta del 2019 Pezzecatìdde (Briciole), raccolta vincitrice del Premio “Pietro Giannone” di Ischitella 2019. Un libro dove la memoria giuoca un ruolo dominante, forse. Un ritorno alle emozioni prime, ai sentimenti genuini, alle relazioni forti del passato. In questa ricostruzione memoriale, che ruolo hanno i luoghi, in particolare quelle conformazioni denominate Murge, tipiche del paesaggio pugliese? 

In parte, ho risposto prima parlando della mia terra, del mio Sud e quindi del luogo in cui abito. Sono ai piedi della Murgia, un territorio aspro ma incontaminato e a 20 km dal mare e per questo mi sento fortunato. Che dici? Poi, per quanto riguarda i sentimenti genuini e le relazioni forti, non posso che citare mia madre. È lei che mi ha influenzato molto dal punto di vista linguistico, non a caso i miei testi nascono in quel dialetto, quello di Ruvo di Puglia, lingua che le ho sempre sentito parlare. È un idioma pieno di musica,  ridondanza di suoni e tutto questo l’ho trasferito nei versi dove, in qualche modo, lei è sempre presente col suo sguardo ingenuo, infantile che io stravolgo in maniera onirica e fantasiosa.

  • Della stessa raccolta, ho avuto modo di approfondire una poesia dal titolo La tartariughe (La tartaruga). Le tartarughe sono simbolo di una lentezza antica dalla quale l’uomo avrebbe l’esigenza e l’urgenza di attingere. Pensi che l’uomo riuscirà a trovare il tempo per imparare qualcosa dai ritmi della Natura? 

La tartaruga è un essere vivente che mi ha sempre affascinato per i suoi comportamenti: la sua lentezza, il suo lungo letargo, il sentirsi indisturbata e il non voler disturbare nessuno. Mi chiedi se l’uomo riuscirà a trovare il tempo per imparare qualcosa dai ritmi della Natura? E ti rispondo categoricamente: No! Purtroppo.

  • Nell’ultima raccolta Operette da sottoscala, adotti un esperimento linguistico a mio avviso innovativo. All’interno dei novanta componimenti in lingua italiana, innesti dei significativi “inserti” nel tuo dialetto di Ruvo. Mi dici da quale esigenza nasce questa interessante contaminazione tra dialetto e lingua? 

È vero, ho pensato a una raccolta prevalentemente in italiano ma mentre componevo, in moltissimi casi c’era un verso o una parola che scrivevo spontaneamente in dialetto e la cosa mi piaceva. Allora ho pensato ai miei reading, alle letture in pubblico in cui quando traduco, dopo la recitazione in dialetto, mi viene spontaneo sottolineare o un verso o una parola in dialetto che poi è la chiave di lettura principale o di questa o di quella poesia. Il pubblico mi ha fatto capire che gradiva e così l’ho messo su carta in Operette da sottoscala.

  • Ultima domanda. In una poesia di quest’ultima raccolta scrivi: “L’orchestra suona in italiano/ la banne sone in dialìétte” (la banda suona in dialetto).  E’ una dichiarazione di poetica? Quali pensi siano, se ci sono, i limiti della scrittura in lingua dialettale?

E torna di nuovo la musica in rapporto alla parola. Per me non c’è alcun limite nello scrivere in dialetto anzi la musicalità viene più spontanea. Certo, la lettura e la comprensione diventano più complicati ai più ma, l’esaltazione della “mia lingua” come il tuo calabrese e tutte le altre lingue in dialetto,  non hanno eguali in rapporto al ritmo e alla sintesi linguistica e di significato.

Sono contento che tu abbia colto bene tutto questo nella metafora che utilizzato parlando dell’Orchestra e della Banda.

Ho suonato in entrambe le compagini ed è cosi: “L’orchestra suona in italiano/ la banne sone in dialìétte”…e mi sono trovato più a mio agio in Banda. Lì, mi sono”sporcato” di più.

POESIE Tratte da Pezzecatidde (Briciole) Cofine ed. 2019

La tartarìughe

Osce so fatte cume la tartarìughe

so prevote a sto suotte, sotta-tìérre.

U fridde è cure giuste e sènza paghiure

me so arrevegghjòte cu la manda nirue.

Sparìésce pu’ timbe ca ‘nge vole 

pe’ po’abbevìésce e sparìèsce arrète

linde-linde cume vole la lendìézze

linde-linde cume vole u fiote. 

La tartaruga

Oggi ho fatto come la tartaruga/ ho provato a star dentro, sotto terra./ Il freddo è quello giusto e senza paura/ mi sono avvolto col mantello nero.// Sparisco per il tempo che ci vuole/ per poi rinascere e svanire nuovamente/ lentamente come vuole la lentezza/ lentamente come vuole il respiro.

***

Èje so note arrangiòte 

cume quanne m’appuonde la brachìétte

cu le bettiune all’ammìérse.

So note arrangiòte

saupe a re scole de la vèite

cu chjande ‘nganne e u saule ‘mmone.

Èje so arrangiòte

acchessèje nascibbe

acchessèje me ne voche.

Io sono nato arrangiato/ come quando mi abbottono le brache/ con i bottoni al contrario.// Sono nato arrangiato/ sulle scale della vita/ col pianto in gola e il sole in mano.// Io sono arrangiato/ così nacqui/ così me ne vado.

*** 

Quanne u more maine 
u core s’abbrazze cu core 
pe’ gavetò la paghiure.

Quanne u more maine 
remescetaisce umene 
ca a turte e a dritte
vuolene cangiò chelaure.

Quanne u more maine 
la tièrre se sckande 
e allasse facce sckandote
ca vuonne ruteke 
cu re d’occhjere ‘mmone.

Quanne u more maine 
nan sope manghe idde peccè
vè ‘nanze e rète cume nu lèone
sestiuse cume so’ èje da-mooo
e nan sacce cchjue cu ci parlò 
nan sacce cchjue cu ci arragiunò.

Quando il mare è agitato/ il cuore si abbraccia col cuore/ per evitare la paura.// Quando il mare è agitato/ rimesta uomini/ che a torto e a dritto/ tentano di cambiare colore.// Quando il mare è agitato/ la terra si spaventa/ e lascia facce spaventate/ che girano a vuoto/ con gli occhi in mano.// Quando il mare è agitato/ non sa neanche lui perché/ va avanti e indietro come un leone/ nervoso come sono io da un pezzo/ e non so più con chi parlare/ non so più con chi ragionare.

POESIE Tratte da Operette da sottoscala (Emersioni ed. Gruppo LIT 2020)

Ho visto quattro spazzolini nel bicchiere, 

è una famiglia, la mia famiglia 

con quattro nomi colorati: èje, ìédde

e u naume de le uagnìune, dei ragazzi

dei miei ragazzi ca mo so’ granne

ora belli, grandi e liberi.

A tratti il bicchiere si svuota, se svacandàisce

prèime ìune po’ u alte, prima uno poi l’altro, poi

ne restano solo due che si guardano e sorridono

e ricomincia l’attesa e aspettòme, aspettòme

èje e ìédde ‘nzìme, guardiamo i colori,

beviamo un caffè e aggiustiamo parole.

*** 

L’orchestra parla in italiano

la banne sone in dialìétte.

Suona in dialetto la banda 

e se ‘mbaste cu la tìérre, si impasta 

con la lingua ca maine fuche

t’infuoca col suono del trombone.

L’orchestra incanta e ti fa volare

la banne fosce tremuò, fa tremare

fosce scummòve u trimue ind-a la panze

ti scombussola dappertutto e tremi 

perché hai paura della bellezza.

INEDITI

T’insegnerò l’attesa

Aspetta, aspettami
sulle scale di casa 
senza muri, né tetti.

Aspetta, aspettami 
sul ciglio della strada 
dove cresce erba bruciata.

Aspetta, aspettami 
tra i solchi di un vecchio disco
arato da una canzone di plastica.

Aspetta, aspettami 
con le mani giunte 
senza pregare nessuno.

Aspetta, aspettami 
con tutta la mia assenza 
aspetta e t’insegnerò l’attesa.

*** 

Scrèive poèséje in dialìétte
cume quanne sole re gradere lìnde-lìnde
so’ re gradere andèiche du timbe
au custe de nu carròre abbandenòte.


Scrivo poesie in dialetto/ come quando salgo i gradini lentamente/ sono i gradini antichi del tempo/ lungo un tratturo abbandonato.

Vincenzo Mastropirro Poemusico (Ruvo di Puglia, 1960) vive a Bitonto (BA). È flautista, compositore, poeta, didatta. Ha inciso oltre 20 CD con varie case discografiche, col Trio Giuliani,  col Mastropirro Ermitage Ensemble e altre formazioni con un repertorio che va dal classico al contemporaneo, dalla contaminazione all’improvvisazione e suonato per importanti teatri e sale concertistiche in Italia e all’estero – Egitto, Francia, Inghilterra, Germania, Marocco, Spagna, Malta, Romania, Austria, Iraq, India, Grecia… In poesia ha pubblicato nove raccolte: Nudosceno (LietoColle, Faloppio 2007); Tretippe e Martidde / Questo e Quest’altro (G. PerroneLab, Roma 2009, ampliata e ripubblicata Tretippe e Martidde 2.0 con SECOP, Corato 2015); Poésìa sparse e sparpagghiote / Poesia sparsa e sparpagliata (CFR, Piateda 2013); Timbe-condra-Timbe / Tempo-contro-Tempo (puntoacapo editrice, Novi Ligure 2016); Notturni (Terre Sommerse Roma 2017); Sud..ario Passio Christi/Passio Hominis (SECOP ed. Corato Ba 2019); Pezzecatìdde / Briciole (Cofine ed. Roma 2019); Operette da sottoscala (Emersioni editore gruppo LIT Roma 2020). Compare in numerose Antologie e Blog letterari e ha collaborato con Alda Merini, Vittorino Curci ed Anna Maria Farabbi musicando i loro versi. Tra i numerosi premi letterari, gli è stato conferito il Premio Lerici Pea 2015 – Sezione poesia in dialetto «Paolo Bertolani», Premio Poesia Onesta Sezione dialetto 2016 Falconara Marittima (An), Premio Nazionale Galbiate (Lecco) 2018, Premio “Pietro Giannone” Città di Ischitella 2019.

http://www.vincenzomastropirro.it

DANCER IN THE DARK

di Alessandra Paganardi

DANCER IN THE DARK
(Danimarca, 2000)
 
Soggetto e sceneggiatura: Lars von Trier
Regia: Lars von Trier
Produttori: Peter Aalbæk Jensen, Vibeke Windeløv, Zentropa
Fotografia: Robby Müller
Montaggio: François Gédigier, Molly Marlene Stensgård
Musiche:  Björk, Richard Rodgers, Thom Yorke
Scenografia: Peter Grant
Con: Bjork, Catherine DeneuveDavid MorsePeter Stormare, Joey Grey, Zeljko IvanekUdo KierStellan SkarsgårdCara Seymour.  

Durata: 141’

Di rado, in due ore e venti minuti di proiezione, si trovano, tutti insieme, gli elementi chiave di questo film, ultimo capitolo della cosiddetta “trilogia del cuore d’oro”, iniziata con Le onde del destino eIdioti. Raro trovare dramma e cinismo, disperazione e distacco; una tecnica cinematografica particolarissima, costituita dall’uso manuale e velocissimo della telecamera, talora multipla, con un effetto vagamente inebriante sullo spettatorema anche, senza proclami politici né pretese di denuncia, un ritratto incredibilmente verista di certa discriminazione xenofoba nell’America del maccartismo.

A dire il vero la protagonista Selma Ježková, cecoslovacca immigrata in America nella speranza di guarire almeno nel figlio l’incombente destino genetico di cecità che affligge anche lei, non ha soltanto una gemella cinematografica (la Bess delle Onde del destino, come è stato abbondantemente scritto): sono tanti, per i motivi più diversi, i suoi fratelli e cugini, perché si tratta di un personaggio estremamente complesso, in cui soltanto una lettura miope potrebbe vedere semplicemente l’eroina di un moderno melodramma. Gli affini di Selma sono tutti i diversi del cinema contemporaneo, gli ammalati che non possono pagare le cure a sé e ai loro cari a causa di uno stato sociale mai decollato, gli sconfitti da un sistema giudiziario che continua a vedere alcuni “più uguali di altri”: ma anche i testardi che continuano a “seguire il cuore” e a scegliere, contro ogni ragionevolezza, la lealtà e la purezza ad ogni costo. In un’ipotetica famiglia storico-artistico-spirituale, Selma avrebbe un po’ di DNA in comune con l’Amelie di Jean-Pierre Jeunet, con i veri Sacco e Vanzetti, con il principe Myskin dell’Idiota o la Sonja di Delitto e castigo, con l’indimenticabile Irina Palm nel Talento di una donna inglese di Garbarski, ma anche con il Giordano Ricci della Seconda notte di nozze di Pupi Avati e con il John Coffey.del Miglio verde di Darabond. Un interminabile “ciclo di vinti”, che potrebbe continuare: ma un secolo e mezzo dopo la morte di Verga, ormai liberi dalle pastoie del positivismo e delle ideologie, non siamo più tanto sicuri che costoro siano vinti davvero, o non siano piuttosto i veri, incompresi vincitori “in differita”.

La telecamera di Lars Von Trier non si limita a trasformare i campi lunghi in scene shakerate che possono provocare un po’ di mal di mare agli spettatori delicati: essa trasforma il musical, daimondella protagonista, in un’immensa soggettiva che vede e sente immagini, rumori e colori con gli occhi e le orecchie di Selma. Occhi in via di spegnimento, che leggono il mondo attraverso il filtro di tonalità sempre più spente (la vicenda, non a caso, si svolge nell’arco di mesi autunnali e invernali). Un’anima piena di musica, che esplode anche nei tragici momenti finali e che è in continuità spesso disturbante con i rumori del mondo (come nella bellissima sequenza girata sul treno, con la canzone ). Lo stesso regista ha definito il film un “anti-musical”, in quanto incongruo riapetto al contenuto generalmente leggero e disimpegnato del musical tradizionale. Del resto l’origine delle scene cantate e dei balletti dal mondo onirico della protagonista riporta il musical a una condizione molto particolare di musica diegetica, mai esterna alla narrazione: è proprio questa una fra le regole auree del gruppo Dogma 95, di cui von Trier ha − sebbene un po’ ereticamente – fatto parte. 

Notevole la prestazione attoriale di una Deneuve nella piena maturità e straordinaria quella di Björk, che tuttavia, dopo la fatica di questo film, sceglie di abbandonare per sempre il mondo del cinema. Dancer in the Dark è stato premiato a Cannes con la Palma d’Oro, oltre ad aver ricevuto vari importanti premi come migliore attrice per Björk e un Oscar come miglior film europeo. Musicista prima che attrice, Bjork è autrice della colonna sonora, che ha ricevuto a sua volta la nomination. È perfetta anche fisicamente nella parte di una donna fragile e minuta, con un’espressività forte e quasi imbarazzante, proprio in quanto ai limiti dell’infantile.

Dancer in the dark è visibile gratuitamente al seguente link:

Frase celebre del film: «Uscivo dal cinema immediatamente dopo la penultima canzone. Era come se il film durasse all’infinito».       

Poesia Sottobanco #3_Canto di una Metamorfosi

di ALICE SERRAO

#poesie sottobanco è una rubrica che parte da un’immagine: due compagni di banco che si passano di nascosto un foglietto su cui è scritta, folgorante come una rivelazione, una poesia; perché quando intravediamo la bellezza viene voglia di indicarla a qualcun altro, di condividerla.

Apollo e Dafne – Bernini

Mi spiegarono la differenza 
tra uomo e donna - le caratteristiche 
elementari del maschio
e della femmina. Non mi rivelarono però 
a quel tempo cosa
si trovasse nel mezzo, all’incrocio
imprevisto tra i due sessi.
Crebbi con una dicotomia nelle ossa
nel perenne adattamento all’una
o all’altra identità.

Solo dieci anni dopo compresi
che esattamente nel mezzo
-indefinita, sfumata, disforica -
c’ero proprio io.

(Giovanna Cristina Vivinetto, da Dolore minimo, Interlinea 2018)

“La vera natura delle cose ama confondersi” – dice Eraclito, citato da Vivinetto in apertura a una delle sezioni della raccolta del suo libro “Dolore minimo” (Interlinea 2018).

Al centro di “Dolore minimo” c’è lo scandalo del corpo, raccontato nella trasformazione, fisica e psicologica, che conduce Giovanni a divenire Giovanna. Un percorso caratterizzato dal “dolore”, che riesce a divenire “minimo”, marginale, solo nel momento in cui viene interiorizzato e assorbito, quando il tentativo di risanare la “dicotomia” giunge a un felice compromesso e il poeta passa da quel “perenne adattamento all’una/ o all’altra identità” alla lapidaria affermazione di sé: “compresi/che esattamente nel mezzo […] /c’ero proprio io.” 

In questo canzoniere lirico della metamorfosi, il tema della riconquista della propria identità fonda la raccolta, sviluppandosi attorno a due cardini: il corpo e il nome.

Il corpo è il dato biologico di partenza, che viene indagato davanti allo “specchio” dall’io poetico che si confronta con le “caratteristiche / elementari del maschio / e della femmina”; il conflitto si attua tra il dato estrinseco di natura e la natura intrinseca del proprio sentire, tra necessità e scelta. Il corpo è infatti “disforico”: porta dentro un malessere. Quello di chi ha sempre orinato in piedi” pur desiderando di “sedersi senza deformare”. 

Ciò che compie il cambiamento, ciò che può rendere “vivi e reali” è però solo il nome; nella sua potenza adamitica, esso sancisce in “tribunale” il passaggio, la nuova nascita, che non è dono, ma scelta. Il nuovo “battesimo” non avviene tramite un atto affermativo, bensì grazie allo “sbarazzarsi delle ‘emme’ sui documenti”: un gesto che toglie. La nuova identità emerge, infatti, non da un atto creativo, bensì da un atto privativo: come accade per i marmi di Michelangelo, la riconquista della forma viene dal gesto “a levare” che sbozza quel corpo “indefinito” ed elimina quanto eccede. 

Particolarmente interessante è infatti l’idea reiterata che la nascita non sia atto positivo, ma menomazione. La poesia si rifà ai riti orfici, per i quali rinascere significa essere fatto a pezzi e riassembrato, come accade a Orfeo e a Osiride. 

Ma la conferma definitiva, la legittimazione della nostra libertà di essere, viene necessariamente dalla relazione con l’altro, che ci tocca e “per un attimo mi restituisce/ tutto ciò che mi manca – e al suo miracolo /questa sera mi faccio donna. /Completamente.” Dopo il doloroso confronto con lo specchio, è l’incontro con l’altro a essere definitorio e definitivo, rito di iniziazione che immette un nuovo corpo a una nuova esperienza della realtà.

Gli altri, in questo testo, però, non hanno ancora questa funzione liberatoria, ma sono la terza persona plurale che ha il compito di “spiegare” e “rivelare” “le caratteristiche elementari” di una natura necessariamente dicotomica. E mentre loro spiegano la realtà classificata e definita in coppie oppositive, l’io del poeta comprende di trovarsi esattamente nel “mezzo”. Parola ripetuta due volte per ribadire la condizione del poeta; a ciò si aggiungono “incrocio” e “indefinita” “sfumata” ad indicare la mancanza di nitidezza nella percezione di un sé difficile da collocare tra gli aut-aut. Come già sosteneva Spitzer, infatti, sono proprio le ricorrenze, le spie lessicali, ad aprire un varco nel mondo creativo del poeta e a offrirci una chiave interpretativa.

Vivinetto ci racconta il suo processo di metamorfosi insistendo sull’elemento di dissonanza, 

insistendo cioè sui prefissi privativi come “dis”, “in” o “a” (si veda qui “sfumata”, “disforica” “indefinita”) che sottolineano, insieme alle scelte lessicali in generale, quell’idea di mancanza di cui parlavamo prima. Se la metamorfosi è, letteralmente, il processo di cambiamento della forma (morfos), colto nel suo accadere e dispiegarsi (metà), allora, la poesia e il canzoniere di Vivinetto sono, come in Petrarca, il tentativo di dare ordine e, appunto, forma a una trasformazione evolutiva che conduce ad affermare, infine, “c’ero proprio io”.

AI CONFINI DELLA REALTA’

di RINALDO CADDEO   

   Quando e dove la prosa sfiora la poesia. O viceversa: dove e quando la poesia interseca la prosa? C’è un terra di nessuno, vuota e complicata, che segue confini tortuosi, frastagliati, imprevedibili. 

   L’idea sarebbe di occuparmi della prosa breve, (aforismi, memorie, testimonianze, racconti, fiabe), che sconfina nella poesia, tra invenzione e realtà, trasfigurazione e rappresentazione, istanza narrativa e disagio esistenziale.

   Ai confini della realtà, nei recessi del mondo o della letteratura. Ma dove sono situati questi confini? Come rintracciarli?

«Eh! Qu’aimes-tu donc, extraordinaire étranger? J’aime les nuages… les nuages qui passent… là-bas… là-bas… les merveilleux nuages

(Baudelaire, Petits Poëmes en prose, Gallimard, Paris 1973, p.23).