#09.Montale. Quando l’idraulico è in vacanza

di Alice Serrao

tratto da Quando la moglie è in vacanza di Billy Wilder (1955)

Il caldo sfiancante di questa estate ha richiamato tra i ricordi un fotogramma di “Baaria” di Tornatore: è la scena in cui Mannina s’affretta a chiudere le imposte e a spostare tutti i mobili del soggiorno verso le pareti, per fare spazio al centro della stanza. Sgombrato il soggiorno, si sdraia e fa sdraiare i figli, con la pancia e l’orecchio rivolti al pavimento: solo così possono trovare refrigerio dall’onda d’afa che investe le case e le vie di questa assolata Sicilia. 

L’immobilità che si respira è la stessa che s’avverte davanti a “Il muro bianco” di Fattori: la canicola che non si cura dell’ombra stampata sullo “scalcinato muro” montaliano. 

Nell’ora del meriggio anche i pensieri rallentano, si dilatano; è l’estate piena delle città d’asfalto, delle metropoli che non dormono o che a dormire ci provano, resistendo al ronzio infestante delle zanzare, che odorano dalla pelle il buono del sangue. L’estate delle grandi speranze: la stagione in cui si ripongono verbi al futuro, come “farò” e “andrò”, imprese che sono state posticipate nell’attesa di avere finalmente “tempo per”, ma che si risolvono, come da spot pubblicitario, nella tranciante esclamazione del “fa caldo!”, mentre le pale del ventilatore o lo sventolare della mano concedono un sollievo breve.

Siamo ai primi di luglio e già il pensiero
è entrato in moratoria.
Drammi non se ne vedono,
se mai disfunzioni.
Che il ritmo della mente si dislenti,
questo inspiegabilmente crea serie
preoccupazioni.
Meglio si affronta il tempo quando è folto,
mezza giornata basta a sbaraccarlo.
Ma ora ai primi di luglio ogni secondo sgoccia
e l’idraulico è in ferie.

(Montale, Diario del ’71 e del ’72.)

“Il pensiero / è entrato in moratoria” e “il ritmo della mente si dislent[a]” rendendoci pigri alle risposte risolutive, indolenti alle iniziative, oziosi. E la mente così s’intorpidisce in un rimuginare inoperoso, s’annacqua. Perché “meglio si affronta il tempo quando è folto” e davvero “mezza giornata basta a sbaraccarlo”.

“Ma ora ai primi di luglio ogni secondo sgoccia / e l’idraulico è in ferie”. Una chiusa ironica ed arguta, che forse ammicca al titolo d’un altro famoso film, e in cui Montale sa dire in versi schietti questo lentissimo trascorrere del tempo, soprattutto di chi, a differenza dell’idraulico, non è in vacanza e osserva, fatalmente, il gocciare delle vedovelle in un luglio di siccità.

Marzia Spinelli. Brecce di poesia

di Luigi Cannillo

Marzia Spinelli

Nelle poesie scelte di Marzia Spinelli ricorre una dinamica duale, oppositiva, come nel fronteggiarsi di due lembi: ancora/non più, né/né, figli/padri, autunno di adesso/ultima estate, sogno/presenza, estate/inverno, cicala/ottobre. L’effetto non è quello di creare un conflitto, né di sottolineare una forma di contraddizione. I due lembi mettono in evidenza piuttosto un attrito attraverso un fattore perturbante che si coglie attraverso la percezione e lo stupore dell’autrice. Si tratta di elementi colti nella loro specificità, che si rilevano come sospesi tra due rive: un codice segreto, i figli di un salto benefico, l’assenza/presenza del corpo sognato che articola una ulteriore dialettica vita / morte con una sintesi finale : “In sogno scopro felice che sei viva,/ ma l’abbraccio non ha presa,/ infilo in un’assenza/ di attrazione,/ dura finché chiedo se sono/ alla vista, al tatto di qualcosa./ Dovrei essere anche senza di te,/ risponde il corpo che formicola.” La poesia di Marzia Spinelli è attraversata da brecce che ci aprono a un altrove, presentando scorci sintetici di  territori inaspettati che, proprio per questo, si offrono significativamente alla formulazione di una scrittura sorprendente. Una intuizione non casuale riguarda anche il concetto di trincea, che di una breccia caratterizza l’aspetto bellico, e anche un rovesciamento in verticale di quello che la breccia rappresenta in orizzontale. Anche in questo senso la definizione di trincea viene utilizzata significativamente nel titolo della raccolta più recente e delle sezioni nelle quali è suddivisa.

Ma questo è solo uno dei tanti aspetti rilevanti. Nella prefazione a Trincea di nuvole e d’ombre, Marco Saya Editore, 2019, ne scrive efficacemente Plinio Perilli che definisce Marzia Spinelli “talento tra i migliori della sua generazione: e non  epigonale, non abbandonato alla corrente usuale, limacciosa o affettata, vagamente pavida, dei suoi colleghi impazienti, vanitosi, oh ben poco solidali…” e, riferendosi alla sua raccolta d’esordio, Fare e disfare, Lietocolle, 2009, la riconosce come “poesia che esce dagli schemi, solfeggia i propri versi e insieme se ne libera, li affranca da tutti i canoni e i luoghi comuni […].

I versi di Marzia Spinelli si articolano con naturalezza ed eleganza in misure che si possono distendere in falcate più ampie e anche, per esempio nelle chiuse, con sintesi particolarmente efficaci. Le strofe sono inframmezzate da significativi e variabili silenzi. La stessa strutturazione dei testi può raggiungere misure ampie, come la poesia dedicata “ai ragazzi del ‘99”e .  Al loro interno ritroviamo accostamenti lessicali in formule che risultano di grande originalità come “con voce di ninfa della poesia”, “come ultimi di una bellica coda”, “dormivi poggiata su un meccanico mistero”, “Tace la piccola trincea di scrivanie”, “viaggia con me, forza contraria/ / e composta dal treno in corsa”, “alla pallida neve della pagina”. Questi elementi risaltano in una trama ariosa, fluida e ricca di anse e accelerazioni, in sensi plurimi e immagini che si imprimono nella memoria: la trincea di scrivanie, la doppia elica di sangue, la macchia che torna degli affreschi. 

Per Marzia Spinelli e la sua poesia io parlerei di “accoglienza” come fruttuoso atteggiamento di fondo, percezione degli eventi personali e storici che coinvolgono la scrittura, tenere le porte aperte, le antenne tese. Ricevere e alimentare spunti e tematiche con empatia, in modo compassionevole. Cogliendone le caratteristiche sia come soggetto protagonista che come compartecipe o discendente. Attraverso le brecce del testo entrano a folate la vita e la morte, la dimensione del sogno e quella del reale, la guerra, l’arte  e i naufragi, scorre il tempo con i suoi segnali, il male e la memoria che ci riguardano. Solo in quanto a sua volta accolta (riuscendo a farsi accogliere) da quegli eventi l’autrice può riceverne le sollecitazioni nelle sue poesie. Come voce trapassata da quel vento, da quelle folate.

da Fare e disfare, (ed. LietoColle, Collana Erato, 2009)

dalla sez. DELLA POESIA

Quello che resta

Ma tu percorri ancora il filamento antico,
il codice segreto che credi conosciuto:
non appartiene più il grido unanime
– altro ci prese, altro si smarrì –
È solo l’invisibile dolcezza
che della vita resta.
La sintesi di rabbia e pena,
il suo ciglio e il suo profilo.
Il vento d’uomo che accompagna
con voce di ninfa la poesia.

dalla sez. TRA IERI E DOMANI

Anni ‘70

Non hanno più colore i morti dei nostri anni giovanili,
le bocche rosse e nere di fragole e ciliegie

anche noi siamo stati potati…

vestiti come fossili, né morti, né redenti
non siamo nati liberati, solo figli d’un salto benefico,
solo figli dovevamo restare
come ultimi d’una bellica coda,
la calamita di tutti gli errori

anche noi tra i segnati del secolo

e s’è capito ormai il sogno più incauto,
essere noi a liberare
i figli e anche i padri.

***

da Nelle tue stanze, (ed. Progetto Cultura 2003, collana Le Gemme, 2012)

V

se è il giorno o la notte fa lo stesso
l’autunno di adesso m’ha fermata
alla tua ultima estate

fisso a quel nulla il tuo orologio
continua a chiedermi che ora è …

dormivi poggiata su un meccanico mistero

una terra bianca
di cui progettavi, raccomandavi
cenere di verità.

VIII

a dimenticare la voce
ci vogliono anni, mi dicono.
Parlano come sapessero
tutto dei morti. Hanno pena sincera di me,
straniera approdata.
Stesso dolore, stesso cuore pesto,
abisso che si tace, se ne parla da soli
come colloquiano i matti.

XVII

In sogno scopro felice che sei viva,
ma l’abbraccio non ha presa,
infilo gesti in un’assenza
di attrazione,
dura finché chiedo se sono
alla vista, al tatto, di qualcosa.
Dovrei essere anche senza di te,
risponde il corpo che formicola.

***

da Trincea di nuvole e d’ombre (Marco Saya edizioni, 2019)

dalla sez. Trincea dell’ombra

Le ombre in trincea sotto nubi
dalle mutevoli forme: le guardano
a tratti, quale presagio di quel che accade
a terra

dove scorrono fiumi
e tutto sgorga dall’acqua,
dove colano scorie
ingannevoli anche del cielo.

Dove tutto stagna. Zampilla.
E passa.

dalla sez. Trincea del quotidiano

Tace la piccola trincea di scrivanie,
ma smuove ore e mattini
e ingrossa un giorno improvvisa,
come onde del mare in tempesta
senza spuma

il sole smeriglia fiori e piante
come fosse ancora da nutrire un seme
necessario, oltre lo spreco di carta e vita
che s’ammucchia

oltre il limo che sale ad ogni fine estate
sboccia dai ciclamini l’impalpabile tregua,
a resistere alla polvere, all’inverno, indomita
l’anima.

Trincee
(ai ragazzi del ’99)
Qua sotto il monte a Val Parola
al passo del Museo e dei tormenti
vieni a visitarmi,
ora che ho cent’anni e resto
fosso, stretto corridoio,
pertugio mondato dei morti

qua m’hanno ripulita,
resa tomba bella
dove crescono fiori

ma qua stavano i ragazzi
della Guerra Grande:
il nonno soldato semplice
il suocero capitano

tornati entrambi
e poi spariti
ciascuno il proprio carro diverso delle stelle
chissà se
un saluto, una stretta, uno sguardo
prima dell’attacco,
nel macello,

chissà se un ramaiolo di brodaglia …

non hanno mai saputo
la doppia elica di sangue che congiunge
settant’anni dopo e qualche giorno.

Meglio tacere adesso …

ai figli del millennio non appartiene

quel fango d’ossa
e il gelo nel ghiaione
il buio in galleria del secolo più breve.

Qua nel silenzio bianco
una trama di pace col male
è la memoria.

(in memoria dei ragazzi del ‘15/’18)

dalla sez. Periscopio delle nuvole

Tornando da Arezzo

Lascia la vista alla luce
estrema che abbandona
i paesi disabitati
alla discesa della sera.
Viaggia con me, forza contraria
e composta del treno in corsa.
Ora popoli il silenzio
nell’invisibile scompiglio
di pensieri interrotti, mezzo morti
a cadere nella rete comune

ne resta un abbozzo, un punto virgola
faccina, polvere d’idee aspirate dal cestino.
Più veloce del treno va il mondo
nuovo; batte le dita questa landa
di anime adoranti news
come oracoli. Nessuno è lontano
se la distanza è sillabata,
mentre vanno in corsa le case,
fulminea sintesi di colore
come d’una bellezza piena,
incurante del Tempo, superba
macchia che torna dei tuoi affreschi,
Piero – il pallido incarnato di donna,
la croce leggenda …
pianissimo sussurreranno,
quando sarò scesa da questo sogno
insonne, strattonata e assetata
nella fila d’ombre, qua nella folla
irrequieta diranno
ancora la quiete dei tetti e le vesti,
della battaglia il frastuono

dei loro venti la memoria
galleggia ancora
nella città in vicinanza: qua si combatte
da giorno a notte tra le rovine,
sui ponteggi, nei condomini,
di stanza in stanza, di tra le sedie
e le scrivanie, per ogni via

e non c’è pace laggiù oltre il mare
il nostro mare prossimo. Tornano i resti
le spoglie i brandelli alle acque di mezzo
di questo mare, nostro mare,
mantra che replica l’Apocalisse,
finisterre rotola in diretta.

dalla sez. Trincea della parola

Cicala d’ottobre

Non dovresti essere qui,
cicala che parli alla sera d’ottobre,
ma quale il tuo Tempo?
che ne è stato
del soggiorno d’estate che perdura?
il tuo canto stordisce
come demenza innaturale
quale balbettio,
quale nulla da compiere.

Il tuo suono è recondito,
non ha riposo, non si estingue
il tuo ritmo e insiste muto.

Forse tu sola sai la lingua nuova
dell’inverno. Quando giungerà,
barbara e mistilingue,
irriderai ai primitivi gesti,
alle bocche di stupore,
alla pallida neve della pagina.

(inedito)

Variazioni
ogni tassello del giorno pare uguale,
della minima variante delle cose
non ti accorgi. L’oscillazione
di certezze percepita come in volo,
tra il corpo fermo e la sua movenza.

Fai un gesto, alzi la mano,
un passo avanti o retrocedi:
così tutto smuove, precipita
o trova via insperata di salvezza.

Di nuovo sembra di vivere imprevista,
animata dalla fuga o dal ritorno,
alla danza di attimi destinata

al canto della voce che rincorre

suona l’accordo, nel silenzio senti
nuova corrispondenza.
Il vero, forse.

Nota Bio-Bibliografica

Marzia Spinelli è nata a Roma, ha lavorato presso un Ente pubblico dove si è occupata di prevenzione e comunicazione per la sicurezza sul lavoro.  È stata tra i fondatori della rivista Línfera, nella redazione della rivista Fiori del male e ha collaborato ad altre riviste di arte e letteratura.  É presente in varie antologie e in diversi blog letterari; suoi testi sono stati commentati su riviste quali Puntoacapo, Studi cattolici, Noi donne, Il Mangiaparole, Periferie. Alcuni testi sono stati tradotti e pubblicati nella rivista romena Conta. Ha curato rassegne di poesia presso la Federazione Unitaria Italiana Scrittori e il Comune di Roma. Ha pubblicato: Fare e disfare (Lietocolle Editore, 2009), introduzione di Guido Oldani; Nelle tue stanze (Progetto Cultura editore, collana Le Gemme, 2012), prefazione di Alberto Toni; nel 2014 l’e-book Nel cielo dell’altro un po’ più ampio (a cura di La Recherche Poesia condivisa 2.0.), prefazione di Mario Melendez; Trincea di nuvole e d’ombre (Marco Saya Editore, 2019), prefazione di Plinio Perilli.

Il conformista

di Alessandra Paganardi

IL CONFORMISTA 
(Italia, Francia, Germania occidentale, 1970) 
 
Durata: 108 min
Genere: Drammatico
Anno:1970
Regia: Bernardo Bertolucci
Attori: Jean-Louis Trintignant, Stefania Sandrelli, Dominique Sanda, Pierre Clémenti, Enzo Tarascio, Gastone Moschin, José Quaglio, Milly, Christian Alegny, Yvonne Sanson, Benedetto Benedetti, Giuseppe Addobbati, Fosco Giachetti, Gino Vagni, Pierangelo Civera, Antonio Maestri, Alessandro Haber, Pasquale Fortunato, Christian Belegue, Claudio Cappelli, Carlo Gadda, Marta Lado, Franco Pellerani, Luciano Rossi, Umberto Silvestri
Formato: PANORAMICA, TECHNICOLOR
Distribuzione: PARAMOUNT CIC
Sceneggiatura: Bernardo Bertolucci, Franco Arcalli
Fotografia: Vittorio Storaro
Montaggio: Franco Arcalli
Musiche: Georges Delerue

Marcello Clerici è un uomo normale. Troppo normale. Ed essere normali in Italia negli anni Trenta significa essere obbedienti, non coltivare alcuna passione spontanea (magari a costo di soffocare a viva forza le tracce di un passato inconfessabile); significa stipulare un matrimonio di convenienza con una donna cui non si ha nulla da dire, né quasi desiderio di avvicinarsi, se non per sporadici, fisiologici risvegli di concupiscenza. Vuol dire anche vivere all’ombra di un regime con il quale si spera, forse, di condividere un giorno il potere, quale risarcimento di una felicità mutilata sin dall’infanzia e sempre più lontana. Tutto umano, troppo umano, fino alla condiscendenza venata di ambizione, invidia e codardia, che spinge a diventare delatori, collaborazionisti, spie, assassini. 

Il conformista non è un film storico o documentaristico, benché sia ispirato all’omonimo romanzo di Moravia, che idealmente conclude l’indagine narrativa sul fascismo iniziata con Gli indifferenti. Le differenze fra libro e film, sia sul piano estetico che narratologico, sono state ben messe in evidenza dal magistrale studio di Nicolas Violle Il teatro delle ombre, o la rappresentazione del delitto Rosselli attraverso Moravia e Bertolucci (in AA.VV, I fratelli Rosselli e l’esilio, Carocci editore, 2011, a cura di Alessandro Giacone ed Éric Vial). La fonte è per entrambe le opere, con variazioni e rimandi rispetto alla verità storica, il delitto Rosselli, come scrive lo stesso Violle: «In entrambe le opere il contesto storico della vicenda non è delineato con precisione. Il romanzo la colloca nel 1938, probabilmente perché per Moravia in quel momento la guerra di Spagna aveva fornito la prova che l’Europa democratica era incapace di difendersi dall’aggressione delle potenze totalitarie. Il film, di contro, situa l’accaduto all’epoca di un fascismo trionfante. Tuttavia Moravia non ha mai negato di aver tratto ispirazione dal dramma familiare – ricordiamo che Moravia e i Rosselli erano cugini – che aveva traumatizzato lui e la sua famiglia. Inoltre egli avrebbe ammesso in seguito che la lotta dei Rosselli non gli bastava: giudicava positiva solo la rivolta, in ogni caso non la politica. Il comunismo, dunque, più che il riformismo social-liberale di Giustizia e Libertà.». L’oppositore da eliminare, nel film di Bertolucci, è il professor Quadri, già docente di Marcello, che proprio per questo motivo è stato scelto per avvicinare la vittima designata. Il personaggio adombra la figura di Carlo Rosselli, mentre la presenza fortuita di Nello nel luogo di villeggiatura francese dell’agguato è rappresentata, con audace flessione, dalla sorte della moglie, una sempre splendida Dominique Sanda.

Siamo certamente d’accordo sulle sfumature sottolineate da Violle, che distinguono due date separate da un intervallo di quasi vent’anni (dal 1951 al 1970), in cui il mondo della cultura, affrancandosi dall’eredità un po’ ingombrante del neorealismo, ha cominciato il lungo processo (forse a tutt’oggi non ancora concluso) di elaborazione del ventennio fascista e della guerra civile.  La visione di Moravia, intellettuale comunista impegnato in una critica tout court alla borghesia, è molto diversa da quella più individualista e gauchista di Bertolucci. Eppure Il conformista non può neppure dirsi un film psicologico, perché nessun personaggio (né i protagonisti, né i caratteristi) è approfondito psicologicamente: tranne forse Marcello, sul cui passato grava un fardello di traumi, misteri e segreti, che non troverà soluzione neppure nell’inattesa scena finale. A ben guardare il vero protagonista del film è lo snodo della relazione ambigua, reticente e perversa che lega il quartetto vittima/carnefice con le rispettive mogli: un intreccio dinamico che supera qualunque schema diegetico riconoscibile e che non lascia respiro. È continuamente sospeso fra una narratività franta e un apparato teatrale post-decadentista che, soprattutto nelle scene degli interni, a tratti si ritrova in alcuni capolavori quasi coevi di Visconti e Cavani (il rimando quasi obbligato al Portiere di notte, posteriore di quattro anni rispetto a Il Conformista, non può far dimenticare alcune atmosfere analoghe di film meno celebrati della stessa autrice, come Al di là del bene e del male, di poco successivo). Ma se Liliana Cavani, soprattutto nel primo film citato, spinge la sua riflessione sul problematico confine fra bene e male a un livello più decisamente ontologico, Bertolucci mantiene tutta questa materia fluida e la trasforma nel collante perverso che lega l’intera vicenda biografica di Marcello: dall’infanzia abusata, alla partecipazione passiva eppure feroce al delitto politico, all’inquietante conclusione, nello stesso tempo onirica e reale (sulla quale ovviamente non anticipo nulla).

Si conclude la visione del film con un senso di sporcizia e di disagio, come contagiati da un male oscuro. Ricordo del resto una bellissima e poco nota poesia di Umberto Saba, scritta rammentando gli anni del servizio militare, in cui il poeta confessa di aver avuto in quel periodo giovanile soltanto un sogno: essere uguale agli altri, essere normale. Marcello Clerici, come tanti della sua generazione e non solo, è incapace di volare alto sopra questo piccolo sogno meschino, che è un po’ di tutti noi e persino dei grandi poeti. Il valore etico-civile del film consiste nel mostrare, non attraverso lunghi discorsi, ma nella rappresentazione impietosa di una nemesi esistenziale, come il male cominci proprio dal non ammettere l’universale, profonda paura di essere diversi, magari scambiandola per obbedienza spontanea alle regole; e come un regime liberticida possa manipolare, oltre ai comportamenti, alle idee e alla coscienza, anche e soprattutto l’inconscio, conducendo tante persone “normali” a non ammetterlo mai più.                                                                                          

Il conformista è visibile gratuitamente cliccando sul link

https://www.raiplay.it/video/2022/06/Il-conformista-64db9427-68d1-4818-8772-064a0448e293.html

La frase famosa del film è: «L’uomo normale è un vero fratello, un vero cittadino, un vero patriota. Un vero fascista».                              

Fulvio Sgambati. Il poeta come “temporaneo superstite”

di LUIGI CANNILLO

Nella poesia di Fulvio Sgambati, che si articola in diverse raccolte dai primi anni Ottanta fino al 2021, resta costante il tema del passaggio, di metamorfosi che avvengono talvolta in modo impercettibile, colte con stupore dal poeta.  Si può trattare della proiezione di ombre, del passaggio fra spiragli, attraverso  un ponte o una trave oscillante, oppure la rilevazione di un fenomeno colto in atto, nella sua immanenza, “L’operare instancabile di fabbri”. Il contesto è rappresentato in un quadro solo apparentemente, o inizialmente,  delimitato e statico, che si apre a improvvisi slanci dinamici in un “orbitante clamore”,  l’inerpicarsi infinito, la risacca, la rondine “che rasenta una torre”. Talvolta il movimento accelerato, sembra perfino contrastare le leggi della fisica: “La terra che non curva” precipita in un covo di bufere e fa parte di un cosmo tutto da osservare, da percepire, e che trova una realtà simmetrica in un mondo parallelo, “l’antro fragile dei sogni/ una nube soltanto”, anch’essa soggetta all’impermanenza. Gli scenari sono percorsi da fremiti di inquietudine che si riversano e palpitano nei testi.

La stessa disposizione delle poesie nelle raccolte centrali di Sgambati è franta e mobile, agile e imprevedibile sulla pagina, con rientri irregolari dei versi e separazioni di gruppi verbali al loro interno. Le prime raccolte e quella finale mantengono invece il tradizionale allineamento ricongiungendo gli estremi del percorso bibliografico in una forma circolare.  Nella misura del testo, nella compostezza del tono e nella sobrietà della scrittura si realizza un processo di stilizzazione a 360 gradi. In ogni caso c’è nella esposizione, nella sintassi, una sobrietà che esprime anche pudore, ben lontana da ogni retorica, che distilla nel testo l’essenziale. E in questa essenzialità non mancano nodi inaspettati, sorprese: “Lentamente le nebbie han/ coperto i navigli,/ come un suono l’autunno/ acquattato tra gli olmi/ come un gong di campane/ da dove.”

Insieme al processo dinamico c’è poi un approdo, un raggiungere, o un essere raggiunti: “così tra terra e/ mare/ si evidenzia il finire,/ una trama sinuosa/ […]/ Temporanei  superstiti/ seguitiamo ogni arrivo, ne/ scrutiamo la traccia:// nostre orme/ tutte quante/ raggiunte,/ e pian piano appianate/ alla battigia.” Il nostro ruolo è quello di “temporanei superstiti”, e tali possono risultare anche la poesia e la figura del poeta, che restano a testimoniare con la parola i fenomeni di questo passaggio e dello scambio dei confini nell’apparire/ scomparire. E, infine, nel pervenire.

La prefazione di Mariella De Santis alla raccolta più recente di Sgambati,  Da un estremo confine, Ed. La Gru, 2021, sottolinea già nel titolo “La persistenza e il cambiamento”, due caratteristiche apparentemente opposte, e osserva che “la poesia di Sgambati è una poesia crepuscolare o meglio, una scrittura che anche letterariamente della poesia crepuscolare ha trattenuto gusto e finezza, non mancando di rinnovarla in struttura e senso del tempo.” E ritrovando inoltre una forma di “postura etica” nell’autore: “La posizione di questo poeta è quasi quella di uno scienziato che osserva il campo del proprio esperimento e cerca di riferirne a partire da sé, dalla propria visuale e sempre rivisitando la teoria a priori.”. È una posizione volutamente defilata e in sottrazione non solo nelle scelte stilistiche ma anche nella riservatezza e nei mancati rapporti col mondo digitale e della Rete.

Le opposizioni si manifestano in senso temporale: attimo / infinito, nitore/buio, terra / cielo. Nonostante lo scacco apparente in cui ci mettono tali opposizioni, le spinte opposte dell’altalena, il volo è possibile. Esiste un segno che ci contraddistingue, il segno precipuo che caratterizza anche chi scrive, “una spinta silente/ del mio sangue” L’attimo vitale, come la luce catturata interamente dalle stelle, ci percorre e ci consuma permanendo in forma di scia in movimento ”quasi un ultimo/ silente respiro./ Che pure, senza sosta./ all’estremo/ si espande”. Il respiro, elemento sostanziale della vita, si espande anche in una fase estrema. Come in una fine estenuata e ritardata, oppure in una persistenza della vita in direzione di  un universo sconosciuto. E questo percorso avviene la compresenza di due binari, “esistere/ e finire”: un margine di rischio per noi, fermi. A ribadire il rapporto inscindibile tra statica e dinamica, nel segno della fragilità e della sensibilità.

da Teoria, Lalli, 1981

CONTRORA

Il quando il come che ero
confusamente,
ombre che il giorno
nella controra
mette a stento al soffitto
manifesto fugace.
E proietta la strada,
le sagome le voci,
sbarrata da persiane.
Ma che trova spiragli.

 

da In strettissime albe, Lalli, 1985

CAPITALE

Qui Milano è improvvisa
una rondine
che rasenta una torre
e che s’apre a foreste
d’antichissimo sangue,
d’operare instancabile
di fabbri.
Sopra tanti clamori rimaneva
questo vecchio paese,
capitale percorsa da primizie
di geli.

Lentamente le nebbie han
coperto i navigli,
come un suono l’autunno
acquattato tra gli olmi
con un gong di campane
da dove.

 

 

da L’orbitante clamore, Campanotto, 1989

RISACCA

Chi separa è un segno
che subito si disfa,
indietreggia ed avanza:
così tra terra e
mare
si evidenzia il finire,
una trama sinuosa
di pietrisco, un marciume
di legni,
qualche vertebra
scista d’animale.
Temporanei superstiti
seguitiamo ogni arrivo, ne
scrutiamo la traccia:

nostre orme
tutte quante
raggiunte,
e pian piano appianate
alla battigia.

 

Da Prima che sia tutt’ombra, Campanotto, 1995

MERIDIANO

La terra che non curva
finisce dentro il baratro
di altissimi crepacci:
quello il covo
dei venti,
delle tante bufere che
squassano le valli,
degli attacchi del gelo
negli asperrimi inverni.
La terra che non curva
diventa già sublime
se cammina
verso le stelle immobili
del Carro.
come un ponte
o una trave oscillante
sotto il peso lungo
del guardare.
Ed è lì l’antro fragile dei sogni
una nube soltanto
e scompare poi sempre
senza dove.
La terra che non curva
s’inerpica da sola
come un’ultima prece:
dritta, dritta, inesausta
infinita.
E che mai
non s’abbatte.

 

da Le zattere insalpabili, Campanotto, 2000

TEOREMA

Come un caso o
un destino
quella nuvola, adesso,
che si muta
da gazzella
in un cigno
e poi ancora in un
volto
lentamente si sforma.
Come in un film già girato,
una storia già
scritta,
la dipana quel vento
fino oltre il
crinale.
Ma è per noi, fermi, la sua
fragile alea,
i suoi stretti binari:
esistere
e finire.

 

 

da Da un estremo confine, Edizioni La Gru, 2021

IL PRESENTE

L’adesso è una sola
parola,
la tua, ma
sussurrata appena.
Ed è come un’onda
che subito scompare,
non un punto
che si ferma
per sempre
nel tempo.
Ora l’attimo, che ancora
ci consuma,
è come un faro
che percorre inesausto
una trave infinita.
E poi, prima e dopo,
solamente
un profondo
inviolabile buio

***

 

ASTRI

Le stelle che muoiono
catturano
tutta quanta
la luce,
e non hanno allora
più splendore
Un immenso nitore
si trasforma così
in un buio
più assoluto.
Resta però una specie
di scia,
quasi un ultimo
silente respiro.
Che pure, senza sosta,
all’estremo si espande

 

***

UN TEMPO

Ricordo un’altalena,
un semplice palo
in bilico,
che saliva
e scendeva
con le nostre
due spinte.
E tu, dall’altra parte che sorridevi
contenta anche
di volare un poco.

 

***

IL SEGNO

Ci deve essere
tra la terra
e il cielo,
fatto di nuvole
e stelle,
il mio segno precipuo,
quasi fosse
salvifico.
Cercherò di capirlo da una scossa
lieve nei polsi,
una spinta silente
del mio sangue.
E allora una specie
di ali
prenderanno pure
tutto il mio corpo,
come a farlo
appena volare.

 

Nota Bio-bibliografica

Fulvio Sgambati (Napoli, 1939), ex medico ospedaliero, vive in provincia di Milano. Ha pubblicato Teoria (Lalli, 1981), In strettissime albe (Lalli, 1985), L’orbitante clamore (Campanotto, 1989), Prima che sia tutt’ombra /Campanotto, 1995), Le zattere insalpabili (campanotto, 2016), Da un estremo confine (Edizioni La Gru, 2021).

Ti ricordi Dolly Bell?

di ALESSANDRO MAGHERINI

(Jugoslavia, 1981)
Diretto da Emir Kusturica
Dal romanzo omonimo di Abdulah Sidran
Sceneggiatura di Abdulah Sidran ed Emir Kusturica
Fotografia di Vilko Filač e Milenko Uherka
Montaggio di Senija Tičić
Musiche di Zoran Simjanović
Con Slavko Štimac, Slobodan Aligrudić, Ljljana Blagojević
Durata 107 min.

Dino fuma, si innamora, perde la verginità, perde suo padre. Sullo sfondo crescono nuovi palazzi a Sarajevo mentre il comunismo è un’etichetta che abbraccia Rosso levante e ponente, un inno russo di fine Ottocento fatto proprio dai partigiani italiani dell’Armata di Liberazione jugoslava, e 24000 baci, successo sanremese di Adriano Celentano e Little Tony nel 1961.

«“Non avevamo niente, ma allo stesso tempo avevamo tutto / siamo cresciuti, abbiamo ballato, cantato, tutti conoscevamo Sanremo” cantava all’inizio degli anni ’80 il cantautore sarajevese Kemal Monteno, alludendo ai suoi ricordi di gioventù». E ancora, sempre in riferimento agli anni ’50 e ‘60: «Accadde spesso che la cultura di massa statunitense arrivasse nel paese [la Jugoslavia] mediata da quella italiana, che agiva nei suoi confronti come un filtro e ammortizzava le sue spinte eversive». Così scrive la storica e studiosa slavista Francesca Rolandi in un suo articolo (https://www.academia.edu/15352874/Tutti_conoscevamo_Sanremo._La_musica_leggera_italiana_in_Jugoslavia) che prende le mosse proprio dall’atmosfera di Ti ricordi di Dolly Bell?, primo lungometraggio di Emir Kusturica, uscito nel 1981 e impostosi al Festival di Venezia come migliore opera prima.

La commissione culturale della Casa del popolo di quartiere decide di incentivare la creatività dei giovani avvicinandoli alla musica e al ballo al fine di contrastare la criminalità, il Comune fornirà gli strumenti e Dino e i suoi fratelli daranno vita al complesso che avrà in 24000 baci il proprio cavallo di battaglia. Nel frattempo si guardano film italiani, come Europa di notte (1959), un documentario di Alessandro Blasetti sui locali notturni delle principali città del Vecchio continente, ed è lì che appare la figura che come un marchio colpisce l’immaginario dei giovani spettatori: la spogliarellista (del Crazy Horse) Dolly Bell. E Dolly Bell diventa lo pseudonimo di una giovane prostituta locale, il cui sfruttatore, anche grazie a una sensazionale moto BMW, ha un certo ascendente su Dino e i suoi amici.

Storia “di formazione”, Ti ricordi di Dolly Bell? rivelò al pubblico lo stile narrativo di Kusturica, è la prima delle sarabande slave (ne cito soltanto tre: UndergroundGatto nero, gatto biancoLa vita è un miracolo) che tanto successo e riconoscimenti internazionali hanno fruttato al loro autore. Rivederlo oggi, a tanti anni di distanza dalla tragica divisione della Jugoslavia e dalla triste fine di quell’ardito esperimento che fu il socialismo autogestionario, riempie il cuore di tenerezza.

Il film, sottotitolato, è visibile gratuitamente su Arte in italiano a questo link:

https://www.arte.tv/it/videos/106110-000-A/ti-ricordi-di-dolly-bell-1981-di-emir-kusturica/

La “frase celebre” è:

“Il comunismo è una condizione umana!”.    

Mauro Pierno. Progettare sculture mobili – di parole

di Luigi CANNILLO

Nelle poesie di Mauro Pierno colpisce l’aspetto progettuale, già prevalente in tante esperienze novecentesche e comunque richiamato frequentemente dalla poesia contemporanea. In Pierno tale progetto sembra applicarsi progressivamente secondo diverse modalità. Per esempio nella misura del verso e nella sua scansione in strofe che da versi bisillabi o basati su un solo lessema nella sua prima raccolta si estendono in misure molto ampie e organizzati in distici nei testi più recenti: “Avvenne per acclamazione/ ricevemmo tutti quanti palette riflettenti.// Ai polsini led intermittenti./ Anche le uniformi regolari.// Tutti avrebbero fermato tutti./ Ci posizionarono. Fu convenuto un fischio unico.// Un fruscio incontrollato di uccelli./ Un richiamo. E avvenne.”

Un secondo percorso, innervato nel primo,  è quello della sottrazione dell’Io come unico Soggetto di riferimento, come nell’esperienza di condivisione di scrittura realizzata da coautore insieme a Francesco Lorusso. Nasce così Tra i tempi tecnici, opera nella quale le due diverse identità autoriali si rilanciano l’un l’altra singoli versi, sollecitazioni in una sorta di  ping pong creativo per il quale il testo conclusivo, ibridato dalle due componenti singole, assume una propria definitiva identità: “fin troppo semplice adombrarsi al verso/ dove la sagoma si abbandona nel tutto/ e perso nelle trasfigurazioni tu sovvieni/ dalla direzione personale immaginifica.”

Lo stesso criterio di fondo nella progettazione e costruzione di testi si riscontra nell’intenzione e nella realizzazione di altre opere che richiamano alla fusione o all’assemblaggio di materiali diversi. come in particolare in Compostaggi nella sezione “percolati”  e anche in alcuni successivi inediti, attraverso la citazione di frammenti di autori vari e ripresi da diverse fonti. Si realizza così un il tessuto di patchwork, storicamente riconducibile alle esperienze del dadaismo o della poesia concreta fino a quelle dellsa poesia meccanica e digitale, nel quale non mancano giochi di parole o perfino errori volontari.

Giorgio Linguaglossa, presentando alcuni testi di Mauro Pierno nella rivista letteraria https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/04/29/mauro-pierno-dieci-poesie-la-polvere-esatta-con-il-punto-di-vista-di-giorgio-linguaglossa/  ha osservato: “Le opere autentiche cercano la loro fine senza finalità ma con ferrea intenzionalità, tra ironia e disinganno, auto ironia e auto straniamento. […] l’unica autenticità che un poeta può mettere nelle proprie opere è la vernice dell’imbianchino, può verniciare la pagina bianca con delle parole non tranquillizzate, traumatizzate da ciò che c’è là fuori, parole interrotte, inquiete, che si ritirano nel loro guscio come le lumache nel loro carapace. Le parole si sono intimidite, fuggono via a chi le voglia apprendere.”

Dal processo compositivo di Pierno hanno origine testi, anche apparentemente diversi l’uno dall’altro nella loro formalizzazione, nei quali il processo di sottrazione non è solo quello dell’Io scrivente come entità lirica autoreferenziale e introspettiva, bensì anche quello della apparente eliminazione di alcuni nessi logici, dell’aspetto più orfico e melodico o del linguaggio più scopertamente evocativo a favore di una maggiore dinamica tra elementi diversi e apparentemente incongrui. Sono proprio la rapida successione e la collisione di questi elementi ad approfondire le tematiche di fondo: le domande di Senso nel pulviscolo delle vite originate e coesistenti nel cosmo, il rapporto tra Tempo e silenzio, tra parola e oggetti, la frantumazione tra luoghi e fenomeni, lo straniamento tra uomo e quotidianità. La scissione della realtà si svolge tra fenomeni centrifughi e straniati che investono lo stesso scrivere poesia. “Roteare a quanti inconsapevoli/ fin sotto il riposo dell’incastro/ mistero di ossa e scadenze/ quanto il peso della terra/ con una morfologia umana di colori/ dell’apparenza di Tetris dottrinale/ sotto i colpi della ortodossia digitale.” 

Come nelle mobiles, le strutture cinetiche di Alexander Calder, i materiali assemblati contribuiscono a formare opere dotate di identità propria. Allo stesso modo l’effetto di una singola parte si ripercuote sul movimento sincronizzato delle altre in una catena di reazioni successive. La progettazione prevede mobilità e staticità allo stesso tempo. Le parole che nei testi di Pierno sembrano incontrarsi e fuggire via instabili si dispongono bilanciate ma enigmatiche, tutte da interpretare.

Ramon Terra d’ulivi edizioni, 2017
dalla sezione: perdo il controllo del silenzio

Grande anima, tu sai
Estranea la vita mi passa accanto
ha gli occhi della splendida bufera
e nel corpo miliardi di esistenze.
Occorre che lo sguardo ritorni
e la mente riposi nel ventre, nel tuo ventre
e rigeneri
rimargini
difenda accolga l’estraneo
vagabonda essenza di me stesso
e ridia luce, fuoco, aria
al tempo.
È sterile il pensiero ora
e le parole vuote risuonano ad eco.
Rispondimi grande anima!

dalla sezione: l’assonanza

L’interno
del silenzio
ha le
pareti
forate
ed intorno
il rumore
ha soltanto
una visibile
cornice
di tempo,
l’azzurro
del cielo
anch’esso
è retto
agli estremi
da due
lunghissime
pertiche:
in bilico
una nuvola
sta cadendo.

Compostaggi, Edizioni Progetto Cultura, 2020 (Noe)
dalla sezione: percolati

Fuoriuscito dal segno
premuto da semplici didascalie

cosi notturno, un domestico chopin
con alone circostante. Uno scuro cerchio d’aria.

L’aureola premuta della santificazione terrena.
L’ultimo aggancio perduto. Un tubetto.

L’espulsione complicata della sintassi dalle parole
che si dileguano spargendosi sulla tavola.

dalla sezione: città

Avvenne per acclamazione
ricevemmo tutti quanti palette riflettenti.

Ai polsini led intermittenti.
Anche le uniformi regolari.

Tutti avrebbero fermato tutti.
Ci posizionarono. Fu convenuto un fischio unico.

Un fruscio incontrollato di uccelli.
Un richiamo morbido. E avvenne.

Sorprendono l’occhio in spostamento variabile
le cime alte, adesso più basse.

E poi spostandosi in basso si catapultano all’indietro.
Tra i rovesci pesci chagall.

Concentrandosi lo zoom intesse la realtà.
Penetra seguendo le diramazioni astrali, treno per Bari Centrale.

A fuoco si restringe la meta,
prossimi alla stazione stridono gli argini.

A terra sospendi la storia, fermata Brigata Bari;
la memoria prêt-à-porter.

Tra i tempi tecnici, Spagine-Associazione Culturale Fondo Verri,2021 – Coautori Lorusso – Pierno
dalla sezione: tra i tempi tecnici

Di presenza al tramestio della sostanza
con la tua stanza dove mastichi i giorni
a disegni interni allo squadro ordinario
trovato già pronto per perizia di perito

fin troppo semplice adombrarsi al verso
dove la sagoma si abbandona nel tutto
e perso nelle trasfigurazioni tu sovvieni
dalla direzione personale immaginifica.

dalla sezione: alcune pratiche accessorie

In curve concentriche si consumano le esistenze,
appaiono led intermittenti.
Questi giorni di quiete lampeggiano
e calchi richiusi perimetrano la stasi,
ascolto sorridere dalle annullate stanze
ed edulcora un chiarore informe
la polvere del sangue.

Roteare a quanti inconsapevoli
fin sotto il riposo dell’incastro
mistero di ossa e scadenze
quanto il peso della terra
con una morfologia umana di colori
dell’apparenza di Tetris dottrinale
sotto i colpi della ortodossia digitale.

INEDITO: COMPOSTAGGIO 04 22

Scegli da questo foglio un articolo della lunghezza
che desideri per la tua poesia.

Questo è l’importante
Perché mi vesto da donna per ballare

Il crisantemo bianco
Che ha sporcato le carni di Nagasaki

C’è qualcuno sul tetto che cerca di toccare il cielo
I piccioni applaudono

Una volta avevo una scala di marmot
così bella, così bella che la feci
imbalsamare

Il mezzo busto televisivo mostra sul dorso delle mani
i peli irsuti del dr Jackie.

Fotografie di antenati opprimono i corridoi
al televisore al plasma sono spuntati i rubinetti

L’ultimo caso eclatante di censura è il caso del professore Orsini
escluso dalla RAI solo per aver espresso dubbi.

Come disse Berlinguer nel 1977: “siamo più sicuri
sotto l’ombrello della Nato che altrove”.

Che la Pace sia un’utopia, una stravaganza
intellettuale, un sogno. Vaga necessità

Ma già si notano segnali, opere d’arte interattive, che
cambiano aspetto in presenza o per azione dello spettatore.

Ecco quindi la Seconda forma di alienazione: nel
processo produttivo c’è alienazione anche nell’atto della produzione.

Bisognava fare squadra, sorprendere, insultare
Fucilare Lorca all’Oscar.

Il discorso per frasi fatte contiene silenzio. Questo
silenzio è da considerarsi spazio pubblico, zona libera

Vedi il massacro di Bucha di donne e bambini con le
mani legate dietro la schiera assassinati con un colpo di pistola alla nuca.

Durante una sigaretta una gita una consegna
durante il ritorno durante la scuola.

VERSI DI: Tzara, Picabia, Peret, Soupault, Satie, Ciccarone, Pugliese, Antonilli, Colasson,Tosy, Tosy, Linguaglossa, Intini,Tosy, Linguaglossa, Pierno.

Nota bio-bibliografica

Mauro Pierno, nato a Bari nel 1962, vive a Ruvo di Puglia. Autore anche di testi teatrali, in poesia ha pubblicato i volumi “Ramon” (Terra d’ulivi edizioni, Lecce, 2017), “Compostaggi” (Edizioni Progetto Cultura, Roma 2020) e “Tra i Tempi Tecnici” (Spagine – Associazione Culturale Fondo Verri, Lecce,2021) scritto con Francesco Lorusso. Sue poesie si possono leggere online e su riviste di siti dedicati. Fa parte della redazione del blog della rivista letteraria internazionale “L’Ombra delle parole”. Promuove in rete il blog “Ridondanze”.

#08.Merini: Montagne e Moscerini

di Alice Serrao

O poesia, non venirmi addosso,
sei come una montagna pesante,
mi schiacci come un moscerino;
poesia non schiacciarmi,
l’insetto è alacre e insonne,
scalpita dentro la rete,
poesia, ho tanta paura,
non saltarmi addosso, ti prego.

da Fiore di poesia, a cura di M. Corti

Questa rubrica, ho sempre ricordato, nasce dal desiderio semplice e onesto di condividere una poesia bella con qualcun altro, come accade a un ragazzo che tra le file dei banchi allunghi di nascosto un biglietto al vicino. Un gesto per dire: guarda! Una poesia da trascrivere sui diari che non si usano più, nemmeno tra le ragazze.

A volte, però, capita anche qualcosa che sorprende: la ragazza che passa di mano la poesia la consegna a me, ribalta i ruoli: i ruoli si ribaltano sempre. Sul foglietto che srotolo nel mese di maggio c’è Alda Merini: sono versi di una poesia che conosco, ma che ora riscopro, come emergessero da una dimenticanza, con la forza d’una rivelazione nuova.

La capisco bene Alda, perché davanti alla poesia è facile sentirsi moscerini, minuscoli essersi svolazzanti, inadeguati a trascrivere degnamente la voce della musa. Baudleaire scriveva che il poeta è un albatros; tra moscerino e albatros passa una grande differenza d’apertura alare… ma testimoniano entrambi la stessa inadeguatezza. Alda, questa inadeguatezza, se la sentiva cucita addosso fin da giovanissima, quando non venne presa al Liceo Classico e fu obbligata dal padre a intraprendere gli studi professionali. In seguito, anche la distanza tra la donna che sentiva di essere e il modello femminile che, invece, veniva chiamata a incarnare la confermerà in questa percezione di sé: eternamente fuori luogo.

D’altronde la poesia stessa è un “fuori luogo”, come lo erano la casa di Turro e il Paolo Pini. Come si fa a sopportare l’esperienza violenta dell’alienazione da sé e poi ad abitare la realtà, a rispettare le convenzioni sociali, a trovare un senso? Come la Pizia che sente fino alle viscere la voce di Apollo che la squassa, la poesia fa conoscere una dismisura, lascia intuire una dimensione visionaria. Come si fa, dopo avere visto, a non sentirsi scalpitanti nella rete delle piccole cose anguste, del quotidiano?

L’inquietudine del poeta è sempre quella di Leopardi, la spaventevole contraddizione di sapere la propria finitudine e di sentire acutamente la vocazione all’infinito. Nella paura di Alda c’è l’umanità del poeta. La poesia è parola salda e dirompente, è lo sguardo a strapiombo sul vuoto e sulle cose, è capace di ordinarle, di tenere insieme il mondo di fuori e il mondo di dentro, affinché non si disgreghino in una frattura irrimediabile. Ma nella tensione tra i tiranti, la poesia si fa percepire tutta come una montagna, cha avvicina al cielo e allo stesso tempo schiaccia. Così è bellissima la parola “addosso” che dice l’incombenza della poesia, musa improvvisa in imprevista visita, e il terrore dell’esserne travolti. La poesia è come il Sublime per l’Anonimo: questo spavento, questa fascinazione.

Cognome e nome: Lacombe Lucien

di Alessandra Paganardi

COGNOME E NOME: LACOMBE LUCIEN
(Francia, 1974)
 
Durata:138 min
Regia: Lous Malle
Con: Pierre Blaise,  Jean Bousquet, René Bouloc, Stéphane Bouy, Gabriel Cabessut, Donato Castellaneta, Aurore Clément, Pierre Decazes, Thérèse Giehse, Loumi Jacobesco, Mimi Juskiewenski, Claude Marcan, Ave Ninchi, Jean Mourat, Cécile Ricard, Franz Rudwick, Gilberte Rivet, Jacques Rispal, Pierre SaintonsCon:  Pierre Blaise,  Jean Bousquet, René Bouloc, Stéphane Bouy, Gabriel Cabessut, Donato Castellaneta, Aurore Clément, Pierre Decazes, Thérèse Giehse, Loumi Jacobesco, Mimi Juskiewenski, Claude Marcan, Ave Ninchi, Jean Mourat, Cécile Ricard, Franz Rudwick, Gilberte Rivet, Jacques Rispal, Pierre Saintons.
 
Distribuzione: FOX – L’UNITA’ VIDEO
Sceneggiatura: Louis Malle, Patrick Modiano
Fotografia: Tonino Delli Colli
Montaggio: Suzanne Baron
Musiche: Django Reinhardt
Produzione: CLAUDE NEDJAR PER LA NEF, LA UPF, LA VIDES
 
 

Si apre con due sequenze magistrali questo film originalissimo di Louis Malle , dal titolo volutamente anonimo e quasi eponimo dell’intera storia; un nome e un cognome fra i più diffusi in Francia, un destino purtroppo frequente in una generazione – quella del collaborazionismo di Vichy – sulla quale per lungo tempo pesò la frettolosa “damnatio memoriae” di De Gaulle e con la quale non è tuttora facile fare i conti. Ma non è una storia soltanto francese. È una “storia comune”, direbbe De Gregori: più precisamente la narrazione di come la guerra acuisca il peggio di ognuno di noi e, soprattutto, rovini i soggetti in formazione. Le prime scene, dunque, contengono in nuce l’intero film e preparano a ciò che vi si racconta: il diciassettenne Lucien corre in bicicletta in una campagna francese che ha toni fra il pavesiano e il dannunziano, quasi da “Novelle della Pescara”: il giovane sembra fare tutt’uno con la campagna, eppure si avverte in questa simbiosi una sorta d’ineffabile malinconia e di sospesa tragedia. Lo stesso giovane, costretto a un lavoro di cura che non sente suo, sfoga la propria aggressività sugli animali: noia o crudeltà? Sarebbe troppo facile rispondere in base a una Weltanshauung rigidamente russoviana o in base a un’altra, altrettento schematicamente sociologica. Sappiamo bene che i modelli di riferimento classici, perlomeno nella loro assolutezza, sono tramontati come tali e che la realtà è molto più sfumata e complessa, meno rassicurante della mera applicazione di uno schema.

Nella Francia di Petain, il film è la storia di una Bildung alla rovescia, dell’ imbarbarimento brutale di una coscienza certamente fragile, ma forse non immediatamente “cattiva”. Non c’è giudizio morale esplicito sul passaggio, a tutta prima incomprensibile, da una prima giovinezza annoiata, forse fatalmente a rischio d’emarginazione, a un destino di delazione (peraltro ben più che individuale e troppo presto rimosso dalle coscienze). La tragedia di Lucien è proprio quella di non saper decidere (all’inizio vorrebbe addirittura schierarsi con i partigiani) e di essere trascinato come una banderuola dagli eventi e dalla propria natura, particolarmente influenzabile, proprio quanto incapace di riflessione e di autocontrollo. In questo senso è anche una condanna, indiretta ma senza appello, a tutte le manipolazioni tipiche dei regimi totalitari (anche di quel totalitarismo debole e mancato che fu il regime di Petain). Ed è la condanna, senza invadenze moralistiche e in perfetto stile verista, di un’educazione famigliare assente, egoista e fintamente tollerante, ma in fondo anch’essa “normale”, soprattutto in tempi bui. Non sono i cattivi a rendere la guerra più spietata, ma i cosiddetti buoni, la maggioranza silenziosa che “si crede assolta” ed è sempre pronta a cambiare pesi e misure pur di giustificarsi.

A decidere la sorte di Lucien, e a rendere ancor più triste il suo destino, è proprio la presenza del caso, che si sostituisce alla volontà del protagonista e ne colma il vuoto con la forza inerte, ineluttabile degli eventi. La telecamera a spalla di Louise Malle, in perfetto e voluto stile documentaristico, rafforza l’impressione di distanza, di giudizio morale contenuto nei fatti, senza alcun bisogno di intrusioni. La posizione “equidistante” costò al regista molte critiche all’uscita del film: erano altri tempi, più ideologici, figli del neorelismo e della guerra fredda. Oggi nessuno più negherebbe la netta condanna dell’autore, assai più potente proprio quanto compatibile con un’amara pietà verso tutti, anche verso i personaggi più scomodi. L’operazione artistica compiuta da questo film è difficile, forse politicamente poco corretta, proprio in quanto la guerra non è mai approfondita nelle sue ragioni storiche, ma vista unicamente come pretesto per scavare nei lati peggiori (eppure ben presenti e in qualche modo fatali) della natura umana. La seconda guerra mondiale è stata soltanto una delle tante circostanze in cui questo può accadere, nonostante le sue ferite non si siano forse mai completamente rimarginate, e gli esiti del bipolarismo che ne conseguì possano dirsi ancora tragicamente presenti. Anche per questa sua attualità, fin troppo anticipataria rispetto ai tempi in cui fu realizzato, Lacombe Lucien andrebbe rivisto e rimeditato come grande opera storica d’autore.

La frase celebre del film è: “Non ne posso più. Sono stanca di essere ebrea”.

COGNOME E NOME: LACOMBE LUCIEN è visibile gratuitamente cliccando 

PIERO MARELLI. Il miracolo dei fatti comuni

di LUIGI CANNILLO

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Non è facile seguire le tracce di Piero Marelli. già quando si cerca di mettersi in contatto con lui. L’unico tramite è la linea telefonica di casa, dato che il poeta non usa né cellulare né mail. E a maggior ragione gli sono estranei i supporti digitali, i social e le messaggerie in rete. Per quanto riguarda il suo profilo di autore risulta comunque impegnativo tracciarne un ritratto sintetico per il vasto arco temporale in cui si collocano le sue opere e l’ampiezza e la diversificazione delle esperienze di scrittura – e di lettura. La scelta dei testi, compiuta con la partecipazione del poeta e attingendo anche a quanto propone la rete, offre in questa occasione uno spettro ampio di testualità, dalla poesia in italiano a quella in dialetto brianzolo, da unità brevi ad altre di tipo poematico, da un tono alto a uno più colloquiale, fino all’omaggio a diversi grandi autori. E a tutto questo si deve aggiungere comunque l’attività di Marelli come critico, traduttore e per il teatro, alla quale si riferiscono anche alcune informazioni tratte dalla sua nota bio-bibliografica.
I caratteri comuni alle diverse forme in cui si esprime questa lunga esperienza poetica si possono individuare in alcuni interventi di Marelli stesso all’interno di interviste rilasciate in rete, come quella alla Casa della Poesia di Monza, https://www.lacasadellapoesiadimonza.it/piero-marelli-il-presente-e-fatto-di-passato-e-di-sogni-futuribili/: “Ci si affida alla poesia proprio per mettere in discussione le categorie acquisite passivamente, mettere in crisi le nostre certezze. La poesia rende liberi […] Perché il poeta si pone le domande più impegnative e sa rendere intrigante anche la domanda più banale: il poeta è colui che non si accontenta della realtà apparente, e scava; si chiede che senso ha il vivere e il morire, e perfino che senso ha la stessa felicità!”
È proprio all’interno di questo impegno, di questa pratica di libertà che possiamo leggere i versi di Marelli e rintracciare alcune costanti: i luoghi per esempio, non tanto come fotografia di elementi convenzionali ma come appartenenza e rivelazione, segno dell’origine e, insieme, presenza metafisica. E il Tempo, sottratto alla realtà della cronaca spicciola e proiettato come storia dell’umanità. L’insieme di quotidiano e allegorico è essenziale per la rappresentazione dell’esistente e delle tensioni che muovono gli esseri umani: la custodia del creato, il desiderio e la nostalgia, la percezione del destino, il compito stesso di raccontare in versi. Nella scrittura di Marelli è rilevante il respiro ampio sia nei componimenti che si sviluppano in una modalità tipicamente poematica che nei testi più brevi. La sintassi è ricca, le interiezioni e le apparenti divagazioni slanciano le frasi senza obblighi di regolarità metrica ma con un ritmo naturale, e talvolta anche discorsivo, nel corso del quale affiorano radure più enigmatiche.
In conclusione della sua prefazione alla raccolta Apocalypsis cum Figuris Corrado Bagnoli scrive: “La poesia di Marelli è una poesia insieme ambiziosa e umile proprio in questo suo estremo tentativo di essere storia dell’essere presente dentro la realtà; in questa sua offerta di disponibilità a lasciarsi interrogare da ciò che c’è dentro e fuori di noi; in questo suo tornare a fare i conti con il destino individuale e collettivo, nella consapevolezza che nella parola poetica è in gioco il senso di tutta la vita.” È la parola poetica che così contribuisce a percepire e nominare “il miracolo dei fatti comuni” Tra i diversi materiali qui proposti la dichiarazione più esplicita a riguardo si può ritrovare nella prima parte di uno dei testi in dialetto, da N’ gir a pè in riferimento all’uso della parole e al loro significato da riconoscere o “sconoscere” mentre nella seconda parte il discorso viene riportato all’origine, cioè alla comprensione del mondo e alla condivisione delle domande comuni: “[…] Fôrzi l’è ul mund ch’el g’à/ ‘na sua rasùm dificil de cumprend o ch’el se metü/ a girà a gamp all’ari…Te pö scumètt/ quel che te vöret, ma duman sarèm amò chì/ a vardàss ‘n di öcc, a indüjnà quel che pö sücéd,/ quanti ropp înn restâ de dumandàgh// Forse è il mondo che ha / una sua ragione difficile da comprendere o che si è messo / a girare a gambe per aria… Puoi scommettere / quello che vuoi, ma domani saremo ancora qui / a guardarci negli occhi, a indovinare quello che può succedere, / quante cose sono restate da domandargli.

da La pietra serena, La Vita Felice, Milano, 2001

quando camminavi per lunghe ore
i campi di mais, i laghi che i forestieri
non conoscono per nome, uscirono dai libri
aprendo la loro leggenda —
non ti accompagno per impedirti di cadere
ma solo perché i tuoi passi decidono anche i miei —
appena i mesi ricominceranno ad avere ragione
incontreremo lo stupore intraducibile della gente
che comincia subito di prima mattina

***

È qui vicino il luogo che avevi in nome
in parole fortunate – parla con un fiume una strada
una fotografia, se questa è la sua possibilità
di rivelarsi, anche in minima parte
nel cesto di pane e ricami
al centro della tavola – non so
se in questa casa volevi abitare
di un paese che i morti aveva dimenticato –
se le antiche, ma proprio per questo non solo
rimpiante parole, aspettano ancora
di essere vendicate – se il discreto
degli occhi dell’insonnia non ha saputo
rivelare il disegno del tappeto ormai in debito
di colori, se i figli delle favole
hanno diviso le loro voci.

da “Apocalypsis cum Figuris”, La Vita Felice, 2015

Primavera in disparte, con quello che non può dire,
per non dare a questa storia la possibilità di sorridere,
quando lo sforzo per alzarsi dalla sedia
è riconosciuto dalla schiena, pensando:
tutte le città hanno e avranno un nome, con i loro cieli sopra
e per un cenno fatto da lontano, a cambiare colore,
e le loro strade, i loro alberi sempre presenti
e tutto quello che il cuore non riesce
a mettere da parte, si fingeranno pronte per un futuro
come di chi attende, a luce accesa, la fine della notte.
Tutti gli anni ci contengono, un po’ turisti
di un secolo assente quanto noi,
abitanti di musei con i loro tradimenti
che sono una parte della verità,
ruotanti nelle sale dove qualcuno, in attesa di una rivelazione,
cerca l’insulto messo a tacere da fenomenali bravure.
I giorni (non più grandi di noi), camminano
con il loro battere sincopato, nel dormiveglia
il piede di un gentiluomo spagnolo ha toccato
il suolo d’Europa pisciando controvento;
poi lì ha fatto tutto, come altri di noi, comunque,
che hanno rovesciato le loro fedi (un’implacabile fede
che ha toccato il mondo e ucciso), la furia
accompagnata dallo sbattere delle onde sulle spiagge di Spagna,
la forza del mare è la forza di migliaia di dita
che reclamano la storia come sabbia,
per il mettersi di una sintassi
rimescolata nello scenario di un abbandono.
Quale maestria e quale incertezza è imposta
(lasciate almeno che queste parole si arrendano
a questo racconto e dicano qualcosa in più di se stesse),
da un visibile desiderio che ogni notte ha deciso
di chiamare nostalgia, perché questo ricordare è uno
degli anelli della catena mai disponibile
a togliersi d’intorno? Nessuna intima pretesa
è migliore di una pioggia d’estate.
Nemmeno rispondere alla confisca della dedizione,
alla, fango e poi polvere, promessa guerriera.
Cittadini di un’infedele coniugazione,
il vento faceva solo solletico
alle tende del mercato (questo bisogna ogni tanto ripeterlo),
il sole accompagnava i bambini a giocare nel cortile,
le ombre, al posto giusto, ricomponevano
gli amici seduti. Lontano da questo, solo gente
per il non-sentimentale inchiostro degli storici.

***

Para buscar la quemadura que mantiene despiertas las cosas.
Per cercare la bruciatura che tiene
sveglie le cose.
Federico García Lorca, Poeta en Nueva York

Quando gli orizzonti sono rovesciati nella mente
o negli orologi che non riescono a ruotare
le lancette, io, il braccio che ha attraversato la stanza,
precipitando nel fondo di una tela bianca
come pagina per questi versi, nel loro accento che non è
una testa messa da un’altra parte, lasciati andare
dove i primi gesti raccolgono i giornali
del mattino dopo, se dicono meno di quello
che avevano già detto una testa spettinata e la lucertola
impazzita sul muro a secco, temendo che anche un’offesa
diventasse un’opera d’arte. Un dolore dipinto
è come un dolore scritto,
l’uncino di un pennello o di una stilografica
decisi a cercare altrove un colore
che ha presupposto
il ritorno di un profilo non chiuso in se stesso
(le macchie d’inchiostro sono le sue figlie),
riuscendo a parlare con le occhiate
del toro che non ha avuto bisogno di altre ragioni
o del fiore senza più richieste da fare alla terra.
Tutte queste solitudini hanno visto declinare paesaggi
fotografati di schiena perché dormiranno per anni
abbracciati alle loro lune di paura.
Anche la dimenticanza, una bandiera portata via dal vento
per osservare un tramonto buttato nelle buche

da‘N gir a pè, LietoColle, 2018

Me vegn che di völt i paròj che dupéri
suméjen no ‘l tantu desiderùs de vegnì föra: cà, ma cusa
le vör dì cà? Strada, che strada? Se t’en cugnùset cent
e te ghe vöret minga ben a nisügna? Fôrzi che la puesia püsé
che cugnùs le duarìa scugnùss? Stem fresch!…Mì, di völt,
aj paròj me abanduni, j ‘e lasi parlà deperlûr
e se capisi no, vör dì che gh’è amò ‘n pô
de strada de fà. Fôrzi l’è ul mund ch’el g’à
‘na sua rasùm dificil de cumprend o ch’el se metü
a girà a gamp all’ari…Te pö scumètt
quel che te vöret, ma duman sarèm amò chì
a vardàss ‘n di öcc, a indüjnà quel che pö sücéd,
quanti ropp înn restâ de dumandàgh

Mi viene che alle volte le parole che adopero / non assomigliano al tanto desideroso di venire fuori: casa, ma cosa / vuol dire casa? Strada, che strada? Se ne conosci cento / e non ami nessuna? Forse che la poesia più / che conoscere dovrebbe sconoscere? Stiamo freschi!… Io, alle volte, / alle parole mi abbandono, le lascio parlare da sole / e se non capisco, vuol dire che c’è ancora un po’ / di strada da fare. Forse è il mondo che ha / una sua ragione difficile da comprendere o che si è messo / a girare a gambe per aria… Puoi scommettere / quello che vuoi, ma domani saremo ancora qui / a guardarci negli occhi, a indovinare quello che può succedere, / quante cose sono restate da domandargli.

Inediti

da Anna di tutte le Russie
per Anna Achmatova
Anna di tutte le Russie. Così l’aveva chiamata Marina Cvetaeva.

*
Ricordatemi con la neve. Con lei ho voluto
respirare, miracolo che cominciava quasi sempre di notte.
Aspettando la primavera perché a lei
è negata l’idea del dolore, anche se il mio andare
ha i sentieri di tutte le stagioni. Ogni sorpresa del tempo
è utile, ed è su di lui che ho completato il viaggio
che mi ha portata in un altrove desiderato anche se ho fatto
solo il giro della casa con un vento che ha ordinato nuvole
sul mio fiume. I miei occhi sono fermi
sul ponte e le mie mani sono al sicuro
sulla balaustra, eppure ogni cosa cammina
con il timore per il dono lasciato in ritardo
quando ogni giorno attendeva il miracolo
dei fatti comuni: la spesa, la tavola da ritrovare,
l’abito nuovo che aspettava l’approvazione di un amore,
le scarpe nuove che mi davano l’abitudine di un altro passo…
Ma voi, adesso, potete o non potete comprendere,
diversamente da me che vi chiamo
dalla distanza di questo modo di dire
che possiede il battito dell’eresia, la scomunica
che ha salvato la storia, la disputa che non ha mai
confuso le voci. Se ascoltata nel silenzio
il suo mormorio è il principio dell’assenza,
di notte San Pietroburgo è una compagna fedele
e benché mia, il suo cuore è pronto
per salutarmi da lontano, lungo le pietre
di un nord italiano, adesso che la mia lingua ha occupato
gli angoli del mondo accompagnata da quello
che deve ancora accadere. Allora quale domanda
mi resta ancora da fare: quella alle nuvole che vivono
le loro minacce in un’imboscata alla stagione,
quella per un ringraziamento e riconoscenza
alla pagina bianca, al caldo respiro che ho sentito
tra i miei capelli, all’annuncio che solo il tempo può accettare?

***

CUME ‘N SALÜDÀSS

And the twice told fields of infancy

E i tante e tante volte narrati campi dell’infanzia

DYLAN THOMAS

Tra ul véra regurdàss e quel che adess
impùnen i ann, ghe rèsta ‘stî camp
cume niver prunt a sparì per semper.
Sérum cuntent, ma ‘l savévum no,
cuntent de quéla cuntentèza che gh’è
prima de la muntunàda del temp, per nüm
pedanadùr di zenté anca de la prima nef
e la vûs, che l’è vent e pass decis, le turna indré
amò tücc i ann per fat savè che de sücür
te sét maj sluntanâ e fôrzi tüscôss l’è restâ
‘n ‘stî margàsc, ‘n de l’èrba semper prunta sûta la nef,
che le spécia i funtanèj per deslazzàs
‘n di sö respir, perché quest l’è ul desideri de tücc,
perdunâ da ‘n pensér che l’è desiàda e regal.
Quel che se lasa… ‘n mund che ghe salüda?

COME UN SALUTARCI
Tra il vero ricordo e quello che adesso/ impongono gli anni, ci restano questi campi/ come nuvole pronte a sparire per sempre./ Eravamo felici, ma non lo sapevamo,/ contenti di quella felicità che esiste/ prima della moltiplicazione del tempo, per noi/ camminatori dei sentieri anche della prima neve/ e la voce, che è vento e passi decisi, ritorna/ ancora tutti gli anni per farti sapere che di sicuro/ non sei mai andato via e forse tutto è rimasto/ in questi steli di granoturco, nell’erba sempre pronta sotto la neve,/ che aspetta le risorgive per slacciarsi/ ei suoi respiri, perché questo è il desiderio di tutti,/ perdonati da un pensiero che è risveglio e regalo./ Questo testamento… un mondo che ci saluta?

Nota Bio-bibliografica

Piero Marelli è nato a Limbiate e abita a Verano Brianza. Ha esercitato vari mestieri, tra cui il linotipista. Da autodidatta ha conquistato una vasta conoscenza della tradizione letteraria, approfondendo lo studio della critica e della filologia romanza. Ha lavorato per il teatro, fondando una sua compagnia teatrale, il Teatro del Vento che ha sviluppato la sua ricerca prevalentemente nell’area della gestualità; ha tradotto numerosi autori tra cui Majakovskij, Rilke, Baudelaire. Ha pubblicato numerosi libri di poesia, molti dei quali in dialetto. Ricordiamo qui tra gli altri: Stralusc, Scheiwiller, Milano, 1987. Sempre per lo stesso editore la trilogia Antigone, 1991; Eloisa, 1994; Paola, 1996. Per l’editore La Vita Felice di Milano, i libri: ‘l me bum temp, 1995; La pietra serena, 2001; Cantada di cantad, 2002; Bernart de Ventadorn, La Douza Votz ai Auzida, 2008; Come il ramo di biancospino, Antologia della poesia proven¬zale, 2009; Jaufré Rudel, Amor de terra lonhdana, 2012; Guilhèm de Peitieus, Pos vezem de novel florir, 2015; Apocalypsis cum figuris, 2015. da ‘N gir a pè, Lietocolle, 2018).

I SUPERFLUI – di D. Arfelli

di RINALDO CADDEO

Dante Arfelli, I superflui, readerforblind ed., Ladispoli (RM), 2021.

   Pubblicato da Rizzoli nel 1949, vincitore del Premio Venezia (precursore del Campiello), un successo mondiale saluta subito questo romanzo, ma non l’autore che, dopo un altro romanzo, La quinta generazione, sparisce dalla scena letteraria. 

   È un realismo dello spaesamento e dell’estraneazione quello de I superflui. Il protagonista del romanzo, Luca, si trasferisce dalla provincia in città, per trovare un impiego. Ma troverà solo un lavoro precario e, alla fine, sarà licenziato.

   «Luca si fermò all’uscita della stazione. Posò la valigia ai piedi di una delle tante colonne che reggevano la grandiosa costruzione; l’ora non era ancora tarda e la gente andava e veniva. Ogni tanto una macchina si fermava di colpo davanti a lui, rasente al marciapiede. Poco più oltre, in mezzo al vasto piazzale, alcuni tram andavano e partivano continuamente; di fronte, in profondità, una enorme massa scura e tutt’intorno palazzi ingombri di scritte luminose. Alcune di queste scritte si accendevano e si spegnevano continuamente, altre correvano per il muro; in varie direzioni si aprivano le vie che i tram infilavano col loro rumore di ferri tormentati. Luca si ricordò dei ladri dai quali gli avevano detto di guardarsi e prese la valigia in mano. Quella era la città. La guardava con un senso di spaesamento e sentiva venire meno la fiducia che l’aveva sorretto fino ad allora, fin quasi all’arrivo in stazione.» (p.37).

   La stazione è un non-luogo talmente anonimo e minaccioso da rasentare l’assurdo. Il protagonista è come se appartenesse a un altro mondo, a un’altra epoca e uscendo dal treno fosse piombato in un altrove sfigurato. Incombe su tutto l’orizzonte, di fronte, in profondità, una enorme massa oscura. Luci al neon si accendono, si spengono, corrono lungo i muri. Non ci sono similitudini come se questo luogo non fosse paragonabile con niente. C’è solo una metafora: il rumore dei tram nelle rotaie è paragonato a quello di ferri tormentati. Ruote di ferro trattenute in rotaie di ferro. Un’allitterazione delle erre e delle ti riecheggia il suono arrotato, sinistro del ferro che scivola forzosamente nel ferro. 

   Il protagonista si guarda intorno in balia di un vuoto meccanizzato. Macchine vanno e vengono, gli passano vicino, lo sfiorano. In queste righe, all’inizio del secondo capitolo, c’è tutto il romanzo: la città. Un mondo ostile e ignoto, labirintico. 

   A un certo punto chiede alla donna che ha incontrato: «“Quanto vuoi?” Gli parve che queste parole le avesse dette un altro e se le ascoltava riecheggiare dentro, quasi sorpreso.» (p.42). 

   Si ripresentano altre volte, enigmatici e sospesi, questi momenti di estraneazione o di ripiegamento su di sé, che spezzano lo svolgimento serrato dei dialoghi, aggrovigliano lo sviluppo, nudo, essenziale della narrazione e agganciano a un guardarsi guardare la matassa di un’irresolutezza oscura, insolubile.

   Nella seconda parte del romanzo, questi tratti neo-espressionisti, angosciosi e deformanti, si accentuano: «Luca vedeva la testa dell’uomo come una pera, ora stirarsi per largo come una vescica: non ci capiva più niente, in quella testa.» (p.266). «Ma anche giù per terra era ugualmente facile morire: bastava fare uno scarto. Per esempio, quella macchina grigia che veniva avanti veloce e lo rasentava fidando che lui camminasse dritto: ecco, bastava uno scarto improvviso e lui era sotto. Una volta aveva visto una macchina come era fatta sotto. Ne aveva vista una rovesciata all’insù, in un fosso, era una cosa orribile quell’automobile che mostrava la pancia metallica, piatta e sporca. Sembrava che quella pancia gridasse contro il cielo che si oscurava nel tramonto, e lì, nel fosso della strada, le ombre le nuotavano attorno e la spiavano tra gli alberi e le siepi finché l’avevano imprigionata.» (p.267). 

   Luca è un Teseo indifeso. Troverà un Arianna combattiva, più combattiva di lui ma più inerme: Lidia. Una prostituta, di cui, tacitamente, si innamora, ricambiato.

   All’inizio del romanzo Lidia adesca un Luca riluttante. Alla fine, malata terminale, vittima di uno scherzo crudele, si sacrificherà per lui, per lasciargli una piccola somma di denaro, accumulata in anni di fatica e di dolore, decidendo di suicidarsi.

   Questo tipo di realismo sfuma o travisa i contorni della realtà. Tende a eliminare le coordinate spaziali e temporali. La vicenda si svolge a Roma, negli anni subito successivi alla seconda guerra mondiale. Ma non c’è nessuna collocazione precisa, se non qualche vago riferimento a Roma e all’epoca in cui si svolgono i fatti narrati. La narrazione è avara di spiegazioni sulla storia dei personaggi. E non sappiamo quasi nulla sulle origini del protagonista, tranne il fatto che proviene dalla provincia

   Questa reticenza non attenua la ferocia, anzi. 

   La narrazione è schiacciata sul punto di vista e di ascolto del narratore: Luca. Sui suoi stati d’animo. Il romanzo comincia in medias res e il lettore, ignaro del mondo in cui si trova, è spinto nella lettura non da una banale curiosità di capire come va a finire ma dal desiderio di capire in che mondo si trova. Ed è un mondo sconcertante e straziato dove la brutalità delle parole e dei gesti si intride nell’ambiguità delle immagini e delle situazioni. Fin dall’inizio: «Si era fissato in quelle parole spiccanti, lucide e nere sullo smalto di due targhette inchiodate nello schienale di fronte: Kalt… Varm. Nella sua testa quelle due parole andavano e venivano come il sedile di un’altalena: Kalt… Varm-Kalt… Varm. Erano due parole che si adattavano bene al rumore delle ruote e pareva anzi che scandissero il ritmo fra le ruote e le congiunture fra i binari. E il rumore delle ruote era dolce e caldo, quantunque formato dall’incontrarsi dell’acciaio con l’acciaio, e portava lontano la mente, svuotava la testa.» (p.25).

   Nel primo capitolo, nella costipata carrozza di un treno, si svolge un dialogo surreale, (molto realistico e nello stesso tempo incongruente), tra un rappresentante di medicinali arrogante, un commerciante brontolone, bassotto e grasso, e un impiegato timido e remissivo. È un campionario di brutali banalità e di nefandezze razziste che anticipa i peggiori luoghi comuni, in voga nei decenni successivi, su meridionali, svizzeri, donne italiane, donne in generale, talmente arbitrario nei suoi argomenti da risultare quasi assurdo.

   Nei successivi capitoli, incontri con personaggi, quasi kafkiani, come il Monsignore, la Contessa Ramperti, il Commendatore, non sortiscono effetto alcuno. Un lavoro, precario, il nostro eroe riuscirà a ottenerlo soltanto da Lidia, grazie alle di lei frequentazioni. Luca incontrerà anche coetanei come Luigi, Alberto, Ester, nei fortuiti, quasi impossibili, momenti di svago. C’è anche una vecchia, vittima/aguzzino, tanto povera quanto avara, vedova di un ferroviere, presso il cui misero bilocale alloggia.

   I superflui: dove ciascuno, a modo suo (come gli indifferenti di Moravia), è superfluoSuperfluo, nel senso di superfluus, sovrabbondante, inutile, residuale e nel senso derivante da super-fluo, che fluisce e scorre nella corrente e sta a galla come un tappo di sughero, dalla corrente trascinato. Superfluirisultano alla fine tutti, benestanti e bisognosi, esclusi e privilegiati, prepotenti e remissivi, in questo romanzo che segna un’epoca, la rappresenta e si proietta al di là, nella nostra epoca della società liquida e della precarietà diffusa, grazie a uno stile quanto più elusivo, schivo e misurato, nella segnalazione delle coordinate spazio/temporali, tanto più accurato nella codificazione dei dettagli della percezione, affilato nell’insinuarsi nelle ambiguità, nelle linee di frattura, tendente a una deformazione espressionista di quei dettagli.

RUSH

di ALESSANDRO MAGHERINI

RUSH
GB-USA-Germania, 2013
Diretto da Ron Howard
Sceneggiatura: Peter Morgan
Fotografia: Anthony Dod Mantle
Montaggio: Mike Hill, Daniel P. Hanley
Musiche: Hans Zimmer
Con Chris Hemsworth, Daniel Brühl, Alexandra Maria Lara, Pierfrancesco Favino
Durata: 123’

Gli anni Settanta, anni splendidi e terribili per l’automobilismo sportivo, si aprono con il più tragico dei campionati di Formula 1: quello vinto postumo da Jochen Rindt, schiantatosi alla Parabolica di Monza.

Poi, mentre Jackie Stewart ed Emerson Fittipaldi si spartiscono le vittorie delle quattro competizioni successive, si fanno strada due corridori destinati a lasciare un’impronta incancellabile: James Hunt e Niki Lauda. È sulla loro rivalità che è incentrata la storia di Rush, un film altamente spettacolare diretto da Ron Howard, prolifico regista statunitense, già celebre come giovane attore per l’interpretazione di Richie Cunningham nel noto serial Happy Days e giunto nella maturità a vincere l’Oscar per il miglior film e la miglior regia con A Beautiful Mind.

Gli anni in cui è ambientata la vicenda di Rush sono fondamentalmente il 1975 e il 1976, quando Ferrari (con Lauda) e McLaren (con Hunt) vincono in sequenza il titolo mondiale. L’obiettivo si concentra, con ricostruzioni d’ambiente molto accurate, sulle gare principali e sui loro eventi drammatici (soprattutto l’incidente del Nürburgring da cui Niki uscirà sfigurato) che costituiscono uno sfondo estremamente dinamico su cui si innesta il confronto fra due personalità opposte.

Gaudente e istintivo, James Hunt fa vita notturna, beve whisky, fuma spinelli e passa da una donna all’altra; Niki Lauda – che in effetti ai tempi era soprannominato “il computer” e financo “il ragioniere” – si affida a una programmazione rigida, fa vita sana e concentra i propri sentimenti sulla bella moglie Marlene. Entrambi però sono animati da ambizione sfrenata e da una ferrea volontà di vincere. Quello che matura nel corso della storia è il passaggio da un rapporto di odio a un confronto basato sul rispetto che, nel finale, diventa persino affettuoso. Infatti, a ricordare James, morto vent’anni prima di attacco cardiaco, compare il vero Niki, con parole piene di nostalgia.

Rush è, in effetti, un film nostalgico che ricostruisce con perizia tecnica e anche narrativa un brano di quei tempi pazzi e lontani, in una confezione lussuosa e dal ritmo serrato ma mai troppo veloce, capace di conquistare l’occhio dello spettatore e – ritengo – non solo di quello un po’ attempato.

Il film è visibile gratuitamente cliccando questo link:

https://www.raiplay.it/video/2016/09/Rush-22aa4b91-2757-4118-8f96-9f29053212f6.html

La frase celebre è:

Gli uomini amano le donne, ma ancor più delle donne gli uomini amano le auto.

Poesie della notte. Jacqueline Margaret Kay

a cura di Anna SPISSU

Buona notte compagna

Quando hai bevuto l’ultimo bicchiere
un Linkwood, un Talisker, un Macallan.
E hai finito il tuo racconto,
e hai ascoltato Nacht und Traume, ancora una volta
con Roland Hayes che canta dolcemente;
e ti sei immaginata sulla strada,
quella che si estende all’infinito
e dato la buonanotte ai tuoi morti,
e sondato i nessi di un lungo giorno-
allora è ora di dire buonanotte amica,
e posare la tua testa delle Highland su un cuscino di piume,
lontano- in Inghilterra, Canada, Nuova Zelanda-
e sprofondi sempre più rannicchiata nelle coperte.
I bei sogni fluiscono sereni,
come chimere, amica mia, mia cara,
e dormirai come un ghiro,
voltandoti lenta verso la luce:
buona notte compagna, amica. Buona Notte.

Jacqueline Margaret ( Jackie ) Kay
( Edimburgo, 9 novembre 1961)

FRANCESCO LORUSSO. Sospeso lungo la curva del vetro

di Luigi CANNILLO

Francesco Lorusso

“L’algoritmo elevato ci lavora ai gomiti/ scuce lento ogni lembo lacerato/ ci governa con formule di comodo/ la ricerca dell’uso di soluzioni circolari/ con la serie infinita di dati di base/ […]”. La poesia di Francesco Lorusso si manifesta spesso attraverso una sequenza di richiami scientifici, misure matematiche o entità spaziali come figure metaforiche: linee e vettori, ellissoidi, la misura aurea tra gli altri. L’algoritmo, le linee, le formule fisiche vanno a costituire una rete che ha anche una funzione filtrante e protettiva rispetto alla spinta dell’emotività e del sentimentalismo lirico. Ma non solo. Il lessico tecnico-scientifico, le definizioni intese in senso stretto, proiettano le formule in figure e senso: così la linea si fa vettore; oppure la curva della ellisse si può leggere anche come figura retorica, fa scattare nel testo una dilatazione, una forma di sospensione reticente. E le linee che si incrociano nel riquadro di una finestra si possono considerare proiettate all’infinito. Così l’atomo custodisce un’anima. 

In questo sistema di definizioni scientifiche e negli sviluppi relativi irrompe un elemento che è, oltre che fisicamente definibile, energia  e visione: la luce, “luna e lunotto di luce”, raggi allarme da un altrove che osserviamo nella notte: “È lontano il silenzio che/ arriva qui in una luce, fatta/ di un continuo vibrare di aiuto. E, insieme alla luce, nei testi si può rilevare il ricorrere di un elemento che la incamera e rifrange: il vetro, elemento solido e fragile nello stesso tempo: “Si forma un rigo lungo i vetri degli anni/ fra me e la vetrinetta che ho alle spalle/ quella con i bicchieri di feste antiche/ e gli odori degli onori della famiglia.”

Questa ultima quartina suggerisce un successivo snodo che sembra significativo nelle poesie di Lorusso e che riconduce, attraverso i diversi elementi che sono stati appena citati, a un motivo fondamentale: quello del Tempo, il vero dominusdella curva esistenziale e delle vite comuni. Il tempo che scandisce la fine e le separazioni, quello che si deposita come memoria nei corpi e lungo i vetri degli anni e scandisce in luce le stagioni, si articola impietosamente nelle date e nei gesti che si smarriscono: “Si posa il cardine dei tuoi gesti/ che sta perdendo i miei,/ atto rimasto spazio rubato/ a questo giorno ormai chiuso”. Forse allora sono anche le incognite del tempo a creare lo stato di incertezza e di inadeguatezza nel quale si rischia il naufragio, le macerie causate dal crollo della nostre vite-edificio. Ma, come afferma Giacomo Leronni nella prefazione a Maceria, Arcipelago Itaca, 2020, “il poeta ha capito da tempo che la sua vicenda, in negli interstizi del quotidiano, non si discosta da quella degli altri uomini, che abitano casualmente il suo tempo. Il poeta non cerca di consegnarci alcuna storia, non lotta per far sedimentare alcun romanzo. Il poeta è in quanto facitore di un linguaggio.”

In questi versi traspare una forma di profondo pudore rispetto al percorso umano, la sottrazione della scrittura a ogni forma di retorica o di lirica tradizionale. In questo senso si possono leggere i citati riferimenti al linguaggio matematico e scientifico, originati comunque anche dal percorso di studio e di formazione professionale dell’autore. Tali riferimenti misurano e raffreddano una materia altrimenti tellurica e incandescente. La scrittura quindi, pur mantenendo senso e valore in sé, risponde a quella funzione di rappresentazione che è insita nelle figure retoriche e nei sistemi simbolici e che, in qualche modo, può cristallizzare i lati più emotivi dello scrivere. Così come, dal punto di vista stilistico, nella scrittura generalmente neutrale di Lorusso serpeggiano allitterazioni, assonanze, cambi di vocale, rime interne a ricondurre le percezioni anche a livello di suono. “In un movimento di slancio a cui contribuiscono sinergicamente tutti gli elementi in gioco e per il quale, senza pedanti interpretazioni, anche la poesia che appare meno esplicita si fa tessuto riconoscibile pur mantenendo la sua natura enigmatica: “e tutto ora si avvicina e si annette al corpo// ma manca ancora l’idea che custodisce/ nelle piazze il rosso pieno dei larghi campi/ delle bandiere scosse e oramai scordate/ alimentate in torno a un motivo mite disunito/ che sul finto fiato ora ci rimodula le bocche.”

POESIE

(da DECODIFICHE, Cierre Grafica, 2007)

CONFINI

La proiezione delle parole
linea e vettore
diviene geometria d’inchiostro
simmetria diretta dal filo in ombra
negli slanci lungo gli ellissoidi
fra uno spazio e l’altro
ritorna rapido al piano tuo
che contiene punti nascosti.

***

‘80

Sospeso lungo la curva del vetro
una bolla che incatena
luna e lunotto di luce compagne
e un punto obliquo per la fuga.

Motore immoto nel sonno sommesso
quando si popolano nel silenzio
segnaletiche e dipinti stradali.

Torna la radio a rullare
melodie sul fiato
(continuando a negarsi)
sopra l’usura grigia della carreggiata.

Arriva l’umido di una partenza
che sventola lentamente il suo saluto.

***

(da L’UFFICIO DEL PERSONALE, Edizioni La Vita Felice, 2014)

Osservo la finestra ammainata senza sole
e ripasso fra le falangi il ritmo lento
contro il ripiano ovale del marmo del Sessanta
e l’altra mano al mento fermo della casa.

Si forma un rigo lungo i vetri degli anni
fra me e la vetrinetta che ho alle spalle
quella con i bicchieri di feste antiche
e gli odori degli onori della famiglia

il riflesso si è spento rallentando come il disco,
e so che non mi rassomiglio più molto se sullo squillo
chiedo scusa ancora a Carla, se anche per questa sera
non scenderò con Lei giù in strada a passeggiare.

***

Mentre noi intorpiditi dal transito
ne avvertiamo l’assenza maggiormente
proprio quando il sole nero ritorna
portando la stagione nuovamente in luce,

e tutto ora si avvicina e si annette al corpo,

ma manca ancora l’idea che custodisce
nelle piazze il rosso pieno dei larghi campi
delle bandiere scosse e oramai scordate
alimentate in torno a un motivo mite disunito
che sul finto fiato ora ci rimodula le bocche.

***

(da IL SECCHIO E LO SPECCHIO, Manni Editori, 2018)

Si trattengono le tante date sbagliate
nei dieci dati sgrammaticati tra i denti
oppio santo delle parole liberate male
sulle ruote di uno scoppio frastornante

la misura aurea della loro buia paura
va contro i lunari dei nostri giorni di sole
oltre le trincee di teorie e di numeri miti
e la probabilità certa che non si accetta sincera.

***

Il panno del fiato sulla superficie
combatte i prospetti dal setto preciso,
se l’oggetto ha l’anima di un atomo
deruba tutto fra i sostantivi presenti
e l’odore acre della carne dal gene sano.

Lunghi fusti di canne fumose
è il fregio che tocca a noi patire
ora che la firma delle bandiere
scuote l’aria fiera verso il basso
senza neppure la gloria delle guerre.

***

(da MACERIA, Arcipelago Itaca Edizioni, 2020)

Le strade aperte sul petto delle camicie
ti ritrovano senza rughe sempre ramingo
in questo gioco di carezze e dolori

sono le case che si addossano fra loro
presso un incrocio intermittente
che solitario ci precetta e perde.

***

Attendo te sui tetti della notte
tra le tese delle antenne dormienti
e il vivo flesso dei loro fusti.

È lontano il silenzio che
arriva qui in una luce, fatta
di un continuo vibrare di aiuto.

Si posa il cardine dei tuoi gesti
che sta perdendo i miei,
atto rimasto spazio rubato
a questo giorno ormai chiuso.

***

(tre inediti)

Sembra che si sia rinfilato
un fiato infinito fra le foglie
una vera mela sulla lingua
il sapore migliore delle fragole
tutto il contributo di luce chiesto
alla formula fisica superiore
che sforbicia il tempo e lo depone.

***

All’improvviso tu non sei più il posto in cui cercare
ma si rovista da qualche parte sicura del tuo corpo
che adesso rimugina i calcoli a ritroso del percorso
per ritrovare il tocco d’indice che ci pareva perduto.

***

L’algoritmo elevato ci lavora ai gomiti
scuce lento ogni lembo lacerato
ci governa con formule di comodo
la ricerca dell’uso di soluzioni circolari
con la serie infinita di dati di base
a stringere minuscoli binari tra i denti
unità terminali sconnesse nel passo
o le virgole e i nostri punti materiali.

Nota bio-bibliografica

Francesco Lorusso, musicista e poeta di Bari, nato nel 1968. Sue poesie e letture critiche sono apparse sulle riviste “Poesia”, “Atelier”, “Anterem”, “incroci”, “Il Segnale” e, online, su siti quali, “Sulla Letteratura (On Literature)”, “La Recherche”, “Poetarum Silva”, “Cartesensibili” e “Imperfetta Ellisse”.
Sue pubblicazioni sono: Nelle nove lune e altre poesie (in “incroci”, Adda Editore, 2005), Decodifiche (Cierre Grafica, 2007) con prefazione di Flavio Ermini, L’Ufficio del Personale (La Vita Felice, 2014), con prefazione di Daniele Maria Pegorari e una nota del poeta Vittorino Curci, Il secchio e Lo Specchio (Manni Editore, 2018) con nota introduttiva di Guido Oldani, Maceria (Arcipelago itaca Edizioni, 2020) con prefazione di Giacomo Leronni.
Ha verificato le possibili forme creative di poesia a quattro mani con Mauro Pierno, ritrovabili nel volume Tra i Tempi Tecnici (Edizioni Spagine del Fondo Verri, 2021) accompagnato da un saggio in postfazione di Antonino Contilliano.
Animatore culturale attivo particolarmente nel campo musicale, sonda anche zone sperimentali e di contaminazione tra musica acusmatica e poesia con il musicista Franco Degrassi.

C’ERAVAMO TANTO AMATI

di Alessandra Paganardi

 
Anno:             1974
Regia:           Ettore Scola
Soggetto:      Age & Scarpelli, Ettore Scola
Sceneggiatura:       Age & Scarpelli, Ettore Scola
Con: Vittorio Gassman, Nino Manfredi,Stefano Satta Flores, Stefania Sandrelli,  Aldo Fabrizi. Giovanna  Ralli.
Produttore:   Pio Angeletti, Adriano De Micheli
Casa di produzione:          Deantir
Distribuzione in italiano:   Delta
Fotografia:    Claudio Cirillo
Montaggio:   Raimondo Crociani
Musiche:       Armando Trovajoli
Scenografia:            Luciano Ricceri
Costumi:       Luciano Ricceri
Trucco:          Goffredo Rocchetti, Giulio Natalucci
Durata:          120 min

«Finita la guerra, scoppiò il dopoguerra». Questa affermazione non è soltanto il bilancio consuntivo dei complicati trent’anni intercorsi dalla liberazione alla data di inizio di ambientazione del film, che coincide con la sua esatta uscita (l’anno 1974). È una profezia, l’esergo ideale posto a un secolo per nulla breve e forse non ancora concluso. Ettore Scola lo racconta in uno strampalato Amarcord alla rovescia, tutto da rivedere, discutere e ripensare.

Le storie parallele e inconciliabili di tre ex compagni di lotta partigiana si intrecciano e si coagulano: accade nei ripetuti, amari appuntamenti con i bilanci a cui la vita costringe tutti, ma anche in una sorta di eterno femminino, rappresentato dalla grazia di Stefania Sandrelli (che, a dispetto delle esigenze di copione, appare sempre splendidamente acerba). La narrazione mescola il classico flash back con tecniche decisamente sperimentali anche per l’epoca: oltre all’alternanza di atmosfere e toni (technicolor per i presente, bianco e nero per i ricordi) troviamo un’alternanza di di punti di vista, tanto più spiazzante quanto più ideologicamente ed esistenzialmente incompatibile. I tre “amici al bar”, sempre persi e sempre ritrovati in una Roma fortemente simbolica, rappresentano infatti tre modi reciprocamente escludentisi di vivere la vita, politica, il senso civico stesso di quegli anni e oltre. 

Gianni (Vittorio Gassman) rappresenta l’individualismo affarista, il patto sbilanciato fra ideali e potere, in cui naturalmente sono sempre i primi a soccombere. Troppo precoce la data del film per descrivere i futuri sviluppi della politica italiana, dal craxismo a  Tangentopoli: esiti che ─ con il senno di poi ─ sembra di leggere in filigrana nella magitrale ironia che costeggia i dialoghi, le audaci frantumazioni oniriche, gli innesti narrativi fortemente malinconici e amari. Nicola (Stefano Satta Flores) è l’intellettuale del gruppo, il radical chic incapace di incidere sulla realtà e di fatto consegnato all’emarginazione.

 Antonio (Nino Manfredi), soltanto apparentemente il personaggio di minor profilo, è l’uomo del saggio compromesso: pur non rinunciando mai ai propri principi di fronte alle delusioni politiche, accetta di rinnovarsi e di confrontarsi con il mondo reale. Le tre tendenze, anche volendole proiettare “post eventum” negli anni futuri, sono fin troppo scoperte per essere dichiarate e classificate.

La forza del film sta tuttavia proprio nella sua non ovvietà, nel mescolare pubblico e privato con ironia pungente e con potente teatralità: questo ultimo aspetto, fra l’altro, esprime il talento genuino del regista stesso e di molti personaggi (indimenticabile Aldo Fabrizi nel ruolo caratterista del vecchio palazzinaro romano). Cinema, politica e cultura sfilano sul set come parti di una realtà complessa in cui tutto (compresi i progetti e le utopie) diviene quinta parete, teatro, metateatro. Roma è simbolicamente, ma anche concretamente il set felliniano della Dolce vita. Politici, cineasti, scrittori, intellettuali celebri si confondono con i personaggi, anzi diventano a tratti veri e propri personaggi del cast, che interpretano se stessi nel ruoloparadossale di comparse. Ne risulta un pastiche surreale, che lascia nello spettatore il senso profetico di una complessità che cinquant’anni fa si poteva soltanto intuire, non ancora comprendere: ecco perché, oltre a divertire e a far riflettere, il film arriva a sorprendere. Rivedere opere come questa dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, che l’arte è capace diprevisioni vertiginose, spesso ben più azzeccate e coraggiose rispetto alle sottili  analisi accademiche.

La frase celebre del film è : Vincerà l’amicizia o l’amore? Sceglieremo di essere onesti o felici?

Ci eravamo tanto amati è visibile gratuitamente al link

Aky Vetere. La vertigine sui confini dell’esistenza

di Luigi Cannillo

Ci sono autori come Aky Vetere per i quali la scrittura poetica nasce dalla forte percezione di una forma di Trascendenza che si manifesta, anche in modo oracolare o enigmatico, attraverso figure ancestrali, eventi esemplari.  Il Soggetto è avvolto da una corrente di eventi simbolici che si verificano pervadendo anche il più vicino mondo naturale o famigliare. Nella nota introduttiva a Mnemosyne (LietoColle, 2005) Mauro Gaffuri definisce Vetere “una voce che esprime una peculiare spiritualità, una ricerca diffusa, non fideistica, lungo lo sconnesso e impervio cammino dall’affrancamento dai fardelli del vivere”, a partire da un’esperienza personale del Sacro che infonde “un anelito all’eternità” e che si traduce “in una fiducia nella persistenza della Poesia contro il tempo o nell’aspettativa, nel destino individuale, nelle sequenze cicliche della reincarnazione.”  Le osservazioni relative a quella prima raccolta si possono estendere anche a quelle successive: il linguaggio alto, il tono lirico, lo slancio metafisico ricorrono anche nel gruppo di poesie che vengono presentate qui.

I versi di Vetere sono percorsi da una tensione lirica, talvolta febbrile, che, distaccandosi dal quotidiano e dagli oggetti intesi in senso materiale ne proietta le sollecitazioni in un mondo metaforico e allegorico, dove la varie figure si intrecciano e interagiscono; ed è alle loro dinamiche e alla loro potenza che attinge il compito ambizioso di questa poesia: assegnare un nome e rispecchiare una costellazione etica nella quale si possano ritrovare le nostre esistenze. Al Soggetto resta la risorsa della creazione, tessendo la memoria e il sogno e proiettando in struttura e composizione i fenomeni cosmici di cui si sente parte. Il mondo del ricordo e quello onirico animano la poesia e ne sono animati: “Quel vento, sul mare, l’ho versato io,/ quando l’umido esalta i pomeriggi/ brevi sopra il turbamento che avvolge/ la tua vendicativa essenza./ Ora pare che tutto volga in ricordo/ e questo in sogni. “

Questo procedimento di tensione metafisica e di rappresentazione allegorica culmina nella raccolta  L’artiglio di Orfeo(LietoColle, 2011) dove la scrittura si fa poematica e drammaturgica, con l’entrata in scena di figure/attori come, tra le altre, Armonia, Colpa, Demoni, Libertà, Oracolo. L’opera è dedicata “A Lucio Fontana –  Il pensiero oltre i confini del reale” con il quadro Attese in copertina, nella percezione, anche attraverso i tagli sulla superficie vermiglia, di una dimensione altra. Salvatore Contessini osserva nella nota introduttiva che “la percezione dello svanire delle cose viene espressa con particolare intensità e restituisce pienamente il fascino dell’istante. Capire la dissoluzione delle cose è capire l’attimo eterno sull’impercettibile confine tra essere e non essere.”

Su questo confine Vetere percepisce le leggi di Cronos e la propria identità destinale, Le poesie si sviluppano spesso a ondate successive con sequenze attraversate dalla modulazione dei tempi verbali, anche con proiezioni profetiche del futuro (questa notte… Ora… Amerò…) e il processo di dissoluzione si esprime in forma di metamorfosi.

Permane tra i versi anche  una componente affettiva, ad esempio nel legame tra padri e figli, a mettere in evidenza riferimenti a valori universali e primordiali, come nel rapporto emblematico con il Divino, o con gli elementi naturali: il Vento, il Mare, l’Acqua, la Notte. Anche in questo modo emergono gli interessi di Vetere rispetto alla Mistica e all’Esoterismo, esplicitati inoltre nella sua attività di saggista (e in particolare negli studi su Dino Campana e i Canti Orfici), verso una dimensione che affida alla poesia un messaggio, talvolta enigmatico, di rivelazione. Così l’imperscrutabile acquisisce un nome e, allo stesso tempo, si nasconde: “Mi confondono il precipizio/ e la trasparenza consistente/ che separa tutto, elabora, scarta./ Dovremo accettare il muro/ d’acqua prima che ci annienti./ […]/ Non ci resta che ripetere il gesto;/ è una sottrazione al moto,/ all’ansia del finire.” Sul confine fra Trascendente e esistenza comune la poesia si ciba del Sacro, si fa vertigine.

POESIE

da Mnemosyne, LietoColle, 2005

Ti ho visto venirmi incontro
come in un sogno,
ma eri reale.
Oggi è reale anche la mia anima,
scorzata come un frutto pronto da mangiare.
Divorerai le mie carni fino alla sazietà
per avere gli occhi liberi come il suono
e volare verso di me.
Il tuo sorriso sarà il mio
e sarà più giovane
e sarà più svelto falciare l’estate
nel grano dei ricordi;
quel giallo che stavo per dimenticare,
l’ardore del sole dietro di me
prima di sentirne il calore
quando ero già pronto a voltarmi,
solo per te,
mio figlio

***

da Angelo senza cielo, LietoColle, 2007

Questa notte ho pensato a quel vento
che da levante scivola a ponente
e trascina nuvole di fuoco
al mare arreso tra ombre di cielo.
Ho pensato poi al mio trascorso
impazzito d’aria,
quando il sole bruciava il vento
e colava miele al suo tramonto.
Quel vento, sul mare, l’ho versato io,
quando l’umido esalta i pomeriggi
brevi sopra il turbamento che avvolge
la tua vendicativa essenza.
Ora pare tutto volga in ricordo
e questo in sogni.
Amerò sempre la tua turbolenza
come fosse vento di tempesta
che disvela l’anima dannata
e quando piange la fa innamorare.

 

Ho tenuto il ricordo
di quegli anni come malinconie
flessibili lungo la strada
e la mia voce era l’acqua incosciente
che scorreva come nutrimento,
chiuso nel silenzio riflesso
di questo ritorno.
Nel largo suono di una melodia,
solo il respiro rapisce l’anima
e la porta fuori di sé;
così è la forma quando chiama
e chiede dove sei.
Qui lo spazio ha scavato
una sola certezza:
parole d’unghia a ferire
la pelle di Dio,
porta di senso e volume.
Così, mio Dio, solo così,
dal ventre dell’argilla
io ti saprò mangiare.

***

da Luce d’ombra, LietoColle, 2009

– Vado con la paura.
Mi confondono il precipizio
e la trasparenza consistente
che separa tutto, elabora, scarta.
Dovremo accettare il muro
d’acqua prima che ci annienti.
Saranno i ricordi quest’acqua nera,
attraverseranno molte lingue
prima di entrare nella rete
con le branche digerite d’aria.
Non ci resta che ripetere il gesto;
è una sottrazione al moto,
all’ansia del finire.
Viaggeremo insieme
e sarà la rimanenza a recitare
il sillabario della notte,
dove vede poco ciò che nasconde molto
e qualche indecisione.
È la sola cosa che ci resta,
il dove per sottrarre il quando,
prima che il gremito cancelli tutto.
nell’istante.

***

Da L’artiglio di Orfeo, LietoColle, 2011

Prima profezia

Un grido improvviso ha sorpreso il Ventre della Sera.
Dice che è Tutto con il Nero, che Tutto ripara, che
rinomina nel Principio.
La sua vacuità ferisce chi attraversa le stelle,
rimane lo scosceso nella verticale del buio,
e a tratti cancella la sua effimera Trasparenza.
Prende forma.
È un gabbiano che confonde i monti con il cielo,
addormenta le finestre e porta Nero fumo sopra le ciglia
che sono simulacro di Morte.
Eppure
quando il Cuore si distende ad ascoltare
per me discende un desiderio oltre l’abisso,
il Vuoto lo porta,
l’urlo lo sorprende,
e come Luce mi fa respirare.

Ho seguito questo tragitto come un varco nella tua epifisi
e navigando senza bussola e senza stella
ho raggiunto il Tempo come fossi un’eresia.

Io non potrò più guardarmi mare-uomo,
veleggiare al Suono dei pensieri ubriachi di Senso
sopra colonne di Vento Maestrale.

Fui legato in una Notte a due labbra di carminio,
o forse all’amo del suo incanto.
Era un sussulto,
oppure una tempesta,
o un’isola legata a due segmenti
di Orizzonte.

***

Da Il convitato di pietra, LietoColle, 2018

La luna

La luna lega l’ultima gomena ai cipressi
neri, mentre fuma la forza di una transitoria quiete.
È solo l’inverno che distrae le attese
e tutto chiama alla naturale levità
nell’odore pirico sprigionato dal quarzo.
Il tempo nudo e sottoposto al fuoco apre
il talismano dell’incoscienza. Intanto
è la notte fuori dal muro del sonno,
dilata le maglie con una rete di luce
e prepara questo illusorio semicerchio d’acqua.
Poi è l’ira che acceca il suo respiro.

 

Nota bio-bibliografica

Aky Vetere è nato a Verona nel 1954 e vive a Bordighera. Ha pubblicato per la poesia, con le edizioni di LietoColle: Mnemosyne (2005), Angelo senza cielo (2007), Luce d’ombra (2009), L’artiglio di Orfeo )2011) e Il convitato di pietra (2018); per la prosa Profondità e quotidiano, Ed. Joker, 2009, e, per la saggistica, con La Vita Felice Ed., Anatomia del dolore – Riflessioni sulla sofferenza e sulla malattia, 2015, e Dino Campana – La notte mistica e dintorni -Considerazioni a margine, 2019. È componente dell’Associazione Culturale Milanocosa.

Poesie della notte. Gli animali di notte

a cura di Anna Spissu

da Giancarlo Consonni, Pinoli, Einaudi.

Resistenza

Ore dopo il tramonto
riprende.
Non si arrende
all’assenza della luce
la cicala colma di passione.

Lucciola

Va la lucciola
ignara del dono.
Accesa d’amore
trascina con sé
la notte intera.

Assolo

Si inabissa la serpe.
Nell’assolo del pettirosso
-grazia e mestizia-
la notte trova la sua tana.

Una vicenda di penuria che diventa ricchezza

di Rinaldo Caddeo

Amets Arzallus Antia, Ibrahima Balde, Fratellino, Feltrinelli, Milano 2020.

   Come è scritto in esergo, il libro «è stato scritto a voce da Ibrahima Balde, e a mano da Amets Arzallus Antia.»

   Amets Arzallus Antia è un giornalista e un poeta basco, Ibrahima Balde è un profugo africano. Giunto da un villaggio all’interno della Guinea, Ibrahima vive in un albergo gestito dalla Croce Rossa a Madrid, facendo il meccanico.

   Questo libro è un documento storico che ci descrive, nell’angolo visuale del protagonista, il viaggio e le ragioni di un viaggio. È una testimonianza di mondi lontani e vicini. È una prova di stile di vita che diventa stile letterario, riuscendo a esprimere il massimo con il minimo.

   Ciò che caratterizza il mondo da cui proviene Ibrahima, la Guinea, è la penuria. Penuria di oggetti: «La nostra casa era piccola, una sola stanza. Non c’era nemmeno la cucina. Un angolo per pregare e un letto per dormire. Io dormivo per terra su un tappeto.» (p.21).

   Penuria di denaro. Il padre vende pantofole a un banchetto vicino a casa. Guadagna poco, si ammala e non ha i soldi per curarsi. Muore senza cura o assistenza: «Mio padre pagava centomila franchi guineani al mese per l’affitto. Centomila franchi guineani sono dieci euro. Sì, dieci. Detto così sembra facile, ma per me non lo era per niente. Come avrei potuto pagare l’affitto? E come potevo pagare l’autobus per tornare da mia madre?» (p.21).

   Penuria di parole. A scuola si insegnano il francese e altre tre cose: «Una, come attraversare la strada. “Bisogna prima guardare a sinistra, poi a destra, e poi si attraversa.” Me lo ricordo bene. Due, abbiamo imparato a rispettare le persone. Tutte le persone vanno rispettate, parce que c’est comme ça. E tre… me la sono dimenticata, non mi ricordo, ma credo che fosse importante. Queste sono le tre cose che ho imparato a scuola.» (p.18). Dunque c’è una terza cosa che si sa ma che non si ricorda e anche se si ricordasse è meglio non dire: è un fatto di stile.

   Ma la penuria, nello stile, almeno in questo caso, è una ricchezza. Dice le cose essenziali. Dà risalto ai gesti, alle azioni e alle cose viste, sentite, vissute. Con poche parole, con le parole più semplici della lingua parlata, vengono dette cose grandi. I grandi spazi dell’Africa. Le distanze. Il deserto: «Camminavo solo, in mezzo alla notte. Quando cammini nel deserto, i piedi affondano nella sabbia ed è molto difficile andare avanti. Il corpo prende un altro peso. Comunque ho continuato a camminare, fino alle quattro del mattino, attraversando un’oscurità molto lunga.» (p.48). 

   «Ho camminato diciannove ore, fino alle sei del mattino. Montagne di sabbia, valli di sabbia, tutto di sabbia. Lì, i tuoi passi scompaiono subito, e nessuno può dire: “Sì, da qui è passato qualcuno”.

   “Andrò avanti ancora un po’,” ho deciso, e ho camminato tutto il giorno. A piedi nudi. A un certo punto, mi sono tolto i pantaloni e li ho arrotolati sulla testa, per proteggermi dal sole. Così per sei ore, o sette, non so. Alla fine ho pensato: “Li lascio qui,” erano troppo pesanti e li ho abbandonati sulla sabbia. E sono andato avanti così, in mutande e maglietta. A piedi nudi, sulla sabbia bollente. A passi sempre più corti.» (p.50). 

   Il nostro eroe attraverserà, per giorni e giorni, il deserto, riuscendo ad arrivare in Libia, per raggiungere il fratello più piccolo, il fratellino del titolo, che è scappato di casa per raggiungere l’Europa dalla Libia. Ibrahima riceve una telefonata dal fratellino, Alhassane, che dice di trovarsi a Sabratha, in un campo per rifugiati che si chiama Baba Hassan. Ibrahima decide di raggiungerlo, non per andare in Europa ma per riportarlo a casa. Arriva in Libia, al campo di Baba Hassan, e scopre, dopo mesi di ricerche, che suo fratello, quasi sicuramente, è morto annegato in un naufragio. 

   Dopo la disperazione in cui lo precipita la notizia della morte del fratello e dopo altre vicissitudini, decide, anche lui, di partecipare a un programma, di tentare la traversata su di un gommone con altri cinquantatré. Il gommone va in avaria, ma arrivano i soccorsi e Ibrahima si salva. 

   Il romanzo si suddivide in tre parti. Nella prima parte, ambientata in Guinea, è descritto il paese natale, l’infanzia, la prima adolescenza, un mondo dove, in un’economia di sussistenza, è operativa una catena di umanità e solidarietà non solo in ambito familiare. Ibrahima va a scuola e aiuta il padre al banchetto di vendita. Dopo la morte del padre, si prende cura della famiglia, porta sulla schiena la madre, a piedi, per dieci kilometri, in ospedale. Sostituisce la madre, malata, nei lavori di casa, accudisce le due sorelle più piccole. Si occupa delle capre e delle mucche, lava i vestiti. Quando la madre guarisce, Ibrahima trova uomini buoni che gli offrono un lavoro remunerato. Non c’è ancora quella paura che lo invade quando, nella seconda parte, entra in Libia dove, per sopravvivere, si deve nascondere continuamente: «Sono rimasto a Sabratha due giorni. E due giorni lì sono molto lunghi, più lunghi che nel deserto senz’acqua. Perché non avanzi. Cammini. Ti fermi. Ti guardi attorno. Attraversi la strada. Correndo. Ti nascondi. Guardi di nuovo. Non vedi nessun movimento. Esci. Cammini. Stop. Ti nascondi di nuovo. Guardi con più attenzione. Non vedi nessuno. Tutti gli arabi si nascondono. Ma tu sai che sono lì. Senti il rumore degli spari. E non sai da dove vengono.

   Poi scende la notte. Diventa buio. Se ne va la luce ma non arriva il silenzio. Ogni tanto uno sparo, e tu senti un brivido. Un lungo brivido. Sei per strada. Vai da qualche parte. Stop.» (p.64). Frasi di una parola. Stile telegrafico che diventa anche stile nominale, scandito dalle onomatopee degli spari: «Altri due spari. Taf-taf. Ti svegli. Ti muovi. Non sai dove andare. “Tornerò al tranquillo.” Guardi la città. È tutto fermo. “Perché sono venuto qui?” e chiami Alhassane. A voce bassa. Due volte. Uno sparo. Taf. Meglio stare zitti. “Sì, scusate.” Hai paura. Ti spaventa la tua voce. Ti spaventano i tuoi passi. “Alhassane Alhassane Alhassane. Dove sei?” Devi muoverti. Vai. Non sai dove. Ti fermi. Cadi. Resti a terra.» (p.65).

   Il deserto che, in qualche modo, era uno spazio, in Libia, con i suoi campi di concentramento, diventa un non-luogo, minaccioso e imponderabile, in cui le insidie e la morte sono nascoste nel suo stesso vuoto. 

«La Libia è un altro mondo. Fatto per soffrire.» (p.58), «La Libia è una grande prigione, ed è difficile uscirne vivi.» (p.63). Il nostro eroe subisce privazioni, violenze, torture, inflitte per ottenere dalla famiglia quei soldi che non ha. Viene anche venduto e comprato. Finché ha la speranza di trovare il fratello riesce a resistere, non si arrende. Quando viene a sapere, alla fine della seconda parte, della sua probabile morte in un naufrage, Ibahima perde la speranza, vuole morire: «Il desiderio di morire si mangia la paura.» (p.83). Gira a vuoto tra Libia, Algeria, Marocco. Si strappa un dente che gli duole con un filo di un tappeto. La faccia gli si gonfia, dalla guancia alla fronte, fino a occludergli un occhio. «Sono rimasto così per due o tre settimane. Alla fine, la carne ha iniziato a perdere aria e, poco a poco, il dolore della bocca se n’è andato. 

   Quando son guarito, ho pensato: “Devo iniziare a lavorare”. E mi sono diretto al marciapiede dove si cerca il lavoro a Ghardaia [in Algeria], quello che mi aveva mostrato il piccolo Ismail. Mi si è avvicinato un vecchio e mi ha chiesto se ero capace di mescolare il cemento. Io gli ho risposto di sì» (p.68). Dopo altre disavventure, si trasferisce ad Algeri dove fa il muratore per un anno e tre mesi e riesce ad accumulare abbastanza denaro per un programma

   Il nostro eroe si imbarca su di un gommone con altri cinquantadue. La bussola si rompe, il motore si spegne, il gommone si sgonfia. Sembra tutto perduto ma arriva un elicottero e una nave porta i naufraghi in salvo.

   Fratellino è un romanzo epico, picaresco, denso, intenso, lancinante, narrato in prima persona, con un’ottica focalizzata sul protagonista. È anche un documento storico di prima mano su vita e culture di popoli e mondi diversi dalla nostra Europa e sul fenomeno dell’emigrazione.

   Le sue vicende sono più evocate che descritte, ma le cose che dice sono di un’evidenza penetrante, a volte straziante.

   Evocazione suggerita anche nella poesia, posta alla fine del romanzo. Ne riporto l’inizio e la fine: «Adesso lo so, il mare non è un posto dove sedersi./ E tu, tante volte evocato,/ ti starai chiedendo chi sei.// […] O semplicemente/ tu sei tu/ quello che sta leggendo questa poesia.// Ti chiederai/ quel tu sono io?// Sì,/ se vuoi,/ quel tu sei tu,// ma io no,/ io sono Ibrahima,/ e questa è la mia vita.» (p.112).

Emma Peeters

di Alessandro Magherini

EMMA PEETERS

(Belgio-Canada, 2018)
Diretto da Nicole Palo
Sceneggiatura di Nicole Palo
Fotografia di Tobie Marier-Robitaille
Montaggio di Frédérique  Broos
Scenografia di Marine Michelems
Musiche di Robert Marcel Lepage
Con Monia Chokri, Stéphanie Crayencour, Andréa Ferreol, Fabrice Adde
Durata: 90’.

Thanatos ed Eros in una moderna commedia ambientata a Parigi. Emma, aspirante attrice trasferitasi nella capitale francese dal Belgio, alla soglia dei 35 anni conta i suoi fallimenti e cade in una depressione dura e opprimente. Tutti suoi tentativi col teatro e col cinema sono andati male, l’unica cosa che le riesce bene è il suo lavoro di commessa in un magazzino di elettrodomestici ma questo non fa che acuire la sua insoddisfazione. Nulla la tocca, nulla le dà un’emozione, tutto le dà fastidio, il suicidio le pare l’unica via d’uscita dal suo costante stato di frustrazione.

Monia Chokri, attrice québécoise con una certa eco in Europa per avere lavorato con Xavier Dolan, è brava a tratteggiare le sfaccettature del personaggio di Emma, mostrandone i caratteri e i modi da depressa senza mai perdere, tuttavia, il filo sottile di un’ironia che si dipana nel corso di tutta la storia.

Due personaggi femminili comprimari sono Lulù (Stéphanie Crayencour), il contraltare di Emma, quella che passa da una delusione all’altra in modo quasi giulivo, senza mai perdersi d’animo, e Bernadette. Purtroppo quest’ultimo carattere ha una parte marginale ma per l’occhio del cinéphile è un’emozione rivedere, nella parte di una donna anziana di cui Emma si prende cura, l’indimenticabile Andréa Ferreol, interprete di pietre miliari come La grande abbuffata (Marco Ferreri, 1973) e L’ultimo metrò (François Truffaut, 1980).

Il personaggio maschile (ma non si dovrebbe dimenticare il delizioso gatto Jim che non ha affatto un ruolo marginale) è affidato al volto, certamente non bello ma mobile ed espressivo quanto basta, di Fabrice Adde. Si tratta di Alex, impresario di pompe funebri e imbalsamatore, cui l’aspirante suicida si rivolge per organizzare in anticipo il proprio funerale. 

Con precisione maniacale, infatti, Emma ha stilato un decalogo delle cose da fare prima di lasciare la sua valle di lacrime, fra cui, appunto, preparare il funerale e “baiser pour la dernière fois”, scopare per l’ultima volta.

Ma, con le parole del sommo Poeta, “quinci sian le nostre viste sazie” ché una buona recensione deve dire solo fino a un certo punto onde non precipitare in uno spoiler che per un film come questo, con colpi di scena ben calibrati, sarebbe davvero disdicevole.

Un’ultima nota riguarda l’ambientazione: una Parigi non agiografica – anche Montmartre non è visto con occhio “turistico” – e assai godibile, con scene girate in quartieri semiperiferici, come quelle intorno al canale Saint-Martin che collega la Marna con la Senna e offre uno spaccato della città di intensa bellezza ma lontano dai luoghi comuni. 

Il film è visibile gratuitamente su RaiPlay al seguente link: 

https://www.raiplay.it/video/2021/11/Emma-Peeters-19a31d89-9d03-4974-8f3f-cc2f3d999a1e.html

La “frase celebre” è:

“Da quando sono arrivata a Parigi, la dimensione dei miei appartamenti non ha fatto che diminuire… E ora terminerò la mia esistenza in una scatola”.

07.Poesia Sottobanco – Esercizi di immortalità

di Alice SERRAO

#poesie sottobancoè una rubrica che parte da un’immagine: due compagni di banco che si passano di nascosto un foglietto su cui è scritta, folgorante come una rivelazione, una poesia; perché quando intravediamo la bellezza viene voglia di indicarla a qualcun altro, di condividerla.

jacques-louis-david-la-morte-di-socrate-1787

Exegi monumentum aere perennius
regalique situ pyramidum altius,
quod non imber edax, non Aquilo inpotens
possit diruere aut innumerabilis
annorum series et fuga temporum.

Non omnis moriar multaque pars mei
vitabit Libitinam; usque ego postera
crescam laude recens, dum Capitolium
scandet cum tacita virgine pontifex.

Dicar, qua violens obstrepit Aufidus
et qua pauper aquae Daunus agrestium
regnavit populorum, ex humilis potens
princeps Aeolium carmen ad Italos
deduxisse modos. Sume superbiam
quaesitam meritis et mini Delphica
lauro cinge volens, Melpomene, comam.

(Orazio, Odi III, 30.)

Exegi monumentum aere perennius… “Ho eretto un monumento più duraturo del bronzo”.

Questo verso è una smaliziata e perentoria dichiarazione di consapevolezza, una splendida ammissione d’amore e di fiducia nella poesia: nella sua capacità di durare ed essere atto di resistenza contro la fuga temporum.

Leggere Orazio, a 17 anni, è stata una folgorante infatuazione: è la lirica più autentica di tutta l’età Augustea, perché contiene il desiderio umanissimo dell’immortalità. Orazio si confronta con la morte e si risponde: Non omnis moriar – “Non morirò del tutto” – perché, come accade agli adolescenti, l’immortalità Orazio se la sente in tasca, ma allo stesso tempo, da epicureo sa che la resa dei conti è inevitabile: la percezione della fine è la più grande paura che come uomini abbiamo. Solo che Orazio, il musarum vates, affida la sua speranza di immortalità tutta alla poesia: pars mei vitabit Libitinam – “una parte di me eviterà la morte”.

L’ode 30 è il testo che passerei alla mia vicina di banco, perché c’è dentro quanto di più umano esista: la sfida con la morte, la speranza dell’immortalità. Per il poeta, qui, però, c’è in gioco molto di più: c’è una scommessa col destino. Lo dice bene l’artista e performer Tiziana Cera Rosco: “credo che l’opera si realizzi nella vita, che un artista lavori tutta la vita al compimento dell’opera, un compito di un’insicurezza altissima perché nessuno glielo ha dato.” Seguire la vocazione per la scrittura è un dovere morale verso se stessi, una necessità, ma anche una responsabilità nei confronti del proprio dono. E’ un compito che il poeta assegna a se stesso e su cui scommette tutta la propria esistenza, la scoperta della propria identità, senza avere la certezza che gli altri sappiano riconoscere i suoi meriti (superbiam/quaesitam meritis), noi diremmo senza la certezza di un pubblico, o forse – più bello – senza la certezza che la sua arte abbia, nel tempo, dei testimoni. Dicar […]/ princeps Aeolium carmen ad Italos / deduxisse modos – Allora, Orazio si rincuora da solo: “Si dirà che per primo ho trasportato la poesia eolica nei ritmi italici” e che per questo ego postera / crescam laude recens – io crescerò nella lode dei posteri vivo”. 

Orazio si augura di durare nella memoria di tutti quelli che verranno dopo. La poesia, l’arte sono concepite per durare, per resistere alla corrosione e alla corruzione del tempo e di ogni fenomeno erosivo: Non imber edax– “non la pioggia che tutto divora” aut innumerabilis /annorum series “né la serie degli anni che non si possono contare” possit diruere “potrà distruggere” il monumentum innalzato da Orazio. E noi? noi che cosa lasceremo? E’ la stessa domanda che si fa il poeta Sebastiano Aglieco davanti al quadro “L’anziana pescatrice” di John McGhie: 

Se opere di questo tipo considerate come espressione di un realismo spicciolo, da cartolina, ci fossero giunte, per dire, dalla lontana Grecia, faremmo i salti di gioia. […] Diversamente  mi chiedo se gli abitanti della terra dell’anno cinquemila non si annoierebbero davanti alla mole immisurabile delle immagini che la nostra epoca quotidianamente produce…

   Quest’ode, letta in una classe del Duemillaeventidue, è anche uno straordinario invito a chiedersi che cosa dura di noi, qual è la pars che di noi vitabit Libitiniam? In un momento storico in cui niente sembra capace di durare, e in cui tutto viene rapidamente divorato e consumato: immagini, oggetti, relazioni…, cosa sottraiamo all’Aquilo inpotens – “l’impetuoso vento del Nord”? Ora che la tradizione e la cultura paiono smarrire il proprio valore e lentamente svuotarsi di senso e che il culto del nuovo sottrae peso alla gelosa conservazione del passato, inteso come patrimonio ricco e fecondo, eredità da custodire e consegnare a chi viene dopo di noi perché selezioni ciò che è prezioso e fondativo del futuro, cosa è monumentum slanciato verso la dimensione degli déi – regalique situ pyramidum altius “più alto della regale mole delle piramidi?”

Qual è la nostra scommessa per l’immortalità, o Melpomene?

MARCO BELLINI. Lo spessore del quotidiano

di Luigi Cannillo

Marco Bellini

Nelle poesie di Marco Bellini si intersecano due diagonali che a volte prevalgono l’una sull’altra, altre volte coesistono. La prima linea è quella della quotidianità discorsiva, la piana consequenzialità nella successione degli eventi. La seconda è quella dell’inquietudine che increspa  gli avvenimenti, il senso del mistero ispirato da fenomeni che sembrano inspiegabili. È come se si incrociassero alcuni elementi della poetica della linea lombarda (lo svolgersi della vita comune, la sobrietà del tono, la misura del verso) e le atmosfere del gotico, che avanzano destabilizzanti fino al davanzale domestico. La sintesi delle due componenti si esprime in modo significativo nei momenti in cui il reale si manifesta in segnali che caratterizzano le nostre consuetudini più semplici e, nello stesso tempo, proiettano un’ombra: “Le tende sbeccate non possono nulla./ Forse possono l’appartenere a una sedia/ il proprio bicchiere la sera/ tutte le sere l’impronta sulla tovaglia” Oppure un brivido,  in questo finale: “Forse nell’esitazione di certi uomini/ al rientro delle notti in città, un tremore/ nell’infilare la chiave, una colpa che emerge.”

Il quotidiano quindi acquisisce consistenza al di là degli elementi generici ed esteriori attraverso i quali si manifesta abitualmente e si sviluppa in uno spessore che ne contiene il senso più complesso e profondo – ma non sempre immediatamente decifrabile. Così la dimensione esistenziale è segnata dalla percezione della semplicità degli eventi e dall’umiltà dei gesti ma, allo stesso tempo, anche dal mistero e dalla fragilità delle nostre certezze. Il tempo da un lato costruisce e conferma le nostre abitudini, dall’altro può smantellare le sicurezze.

Sotto l’aspetto stilistico la modalità di posporre il soggetto, oppure il riferimento anticipato attraverso i pronomi o anche l’alternanza dei tempi verbali rendono  particolarmente coinvolgente l’andamento narrativo di alcune poesie: “ I bambini che l’ascoltavano oggi sono nonni/ questa storia vorrei metterla sul foglio/ per non perderla, una storia che sta solo nel vento. / Viveva d’ombra nella voce dei vecchi/ […]”. Nel testo inedito più breve che conclude la selezione, compiuta dallo stesso autore. invece prevale un’atmosfera più sospesa e allusiva: “Curioso/ che strizzando tra le dita un petalo/ ancora oggi si spanda l’aroma/ di quei molti caffè.” Se la prima poesia, La donna del gioco, rivisitazione di una leggenda popolare, si potrebbe considerare anche un omaggio/memoria al titolo di una raccolta di Maurizio Cucchi, “la camelia”ricorda invece le atmosfere rarefatte e evocative di Gianpiero Neri. Comunque, rimanendo sempre nell’ambito della tradizione lombarda del Novecento, mi sembra appropriato riferirci al solco tracciato da Vittorio Sereni, sia per la lucidità etica della sua poesia che per l’inquieta percezione dello scorrere del tempo ma anche per la vigile articolazione dei versi. Rispetto a questo diapason ideale Bellini orchestra alcuni dei suoi testi sviluppandoli in ampiezza e dettagli, come nell’inedito che ha al centro l’ “esemplare unico”, includendo citazioni e forme di lingua parlata, per seguire il passo della narrazione e mantenere in evidenza la linea principale dello sviluppo del testo anche scendendo nei particolari: “Qua e là il calco/ di parole scritte su pagine perdute./ Versi evidenziati, sottolineati,/ racchiusi dentro parentesi improvvisate/ o indicate da frecce piene di stupore”. Così sfogliando il volume della biblioteca oggetto della poesia si legge parallelamente la stratificazione di tutte le letture precedenti con i commenti e le sottolineature che rimarranno per i lettori successivi.

Molto felicemente in alcune poesie coincidono in modo sintetico figure e immagini retoriche, materia e evocazione, elementi appartenenti a campi diversi. Così nell’ombra della camelia in giardino ”L’ombra gentile era il mestiere/ messo dentro le giornate”; oppure il moltiplicarsi e la ripetizione della forma dell’ombrello: “il nocciòlo ti faceva da ombrello/ sopra l’ombrello […]// Era anche un po’ aspettare,/ questo il verbo per la pioggia,/ mentre tutto ti conteneva, definitivo/ tra l’ombrello e l’ombrello// di te e i talloni.” Ed è proprio in queste sospensioni che le varie caratteristiche del testo si ricongiungono, trovano il punto di equilibrio.

La donna del gioco

I bambini che l’ascoltavano oggi sono nonni
questa storia vorrei metterla sul foglio
per non perderla, una storia che sta solo nel vento.
Viveva d’ombra nella voce dei vecchi
la stalla era il luogo delle parole scaldate
le viscere che scaricavano
e il soffio dei musi. I bambini prima del sonno
il fascino della paura che gonfiava
occupava i loro sguardi, faceva terra per i sogni.
Solo i capelli sarebbero spuntati dalle coperte.
Saliva le valli leggera, i cani tiravano la catena
era la donna del gioco, nessuno diceva male
nessuno cercava l’incontro. Fatta di buio
e soffi sapeva le disubbidienze, muoveva
una sedia, un chiarore inatteso, passava,
contava le ossa addormentate nei letti
poi andava.

Oggi non si sa nulla di lei, le parole
prestate al suo racconto se ne sono andate
non si sa quale cane conosca il suo odore
se una valle abbia ancora il suo buio.
Forse nell’esitazione di certi uomini
al rientro nelle notti di città, un tremore
nell’infilare la chiave, una colpa che emerge.

Nota: si tratta di una leggenda popolare che narra di una figura misteriosa e inquietante chiamata la donna del gioco. Ancora oggi la si racconta nelle valli delle province di Bergamo, Sondrio e nel Bresciano.

(Sotto l’ultima pietra, La Vita Felice Editore, 2013)

*
Come spiegarle queste finestre senza vetri
che tutto ci passa dentro
e fa un freddo diverso, preso lontano
il freddo che un pianeta attraversa
e lascia sul filo dell’orbita. Un fiato scuro
che non penseresti mai sul tuo davanzale.
Mancano i rimbalzi della luce
a concludere il giorno
prima che l’aria gialla della lampadina
dia il passo ai gesti lenti della casa.
Le tende sbeccate non possono nulla.
Forse possono: l’appartenere a una sedia
il proprio bicchiere la sera
tutte le sere l’impronta sulla tovaglia. 

(Sotto l’ultima pietra, La Vita Felice Editore, 2013)

*
Ancora il giardino. Sarà che ti somiglia
che tutto ti contiene dove sei stato:
il nocciòlo ti faceva da ombrello
sopra l’ombrello. Accoccolato
i talloni piantati nel richiamo della terra
ascoltavi la tua voce da bambino, i rimasugli
delle fughe per non bagnarsi
quando la vita ti entrava dalle pupille
accendeva le tue possibilità
fermate ora
come lo spegnersi di un vecchio televisore.

Era anche un po’ aspettare,
questo il verbo per la pioggia,
mentre tutto ti conteneva, definitivo
tra l’ombrello e l’ombrello

di te e i talloni.

(La complicità del plurale, LietoColle Editore, 2020)

*
Mentre i vetri portavano sul letto il rumore sbattuto
e graffi luminosi alla carne rimasta
ti sentimmo dire: “vorrei morire così,
dentro un temporale, nel vento e il buio vibrato”.

L’energia liberata volevi mostrasse
la collina di spalle, il taglio scavato
nel tronco messo lì capace di portare su,
la forma concava di un abbraccio, ultimo
a stropicciare i soprammobili, l’inclinazione
imprevista di un quadro. E la finestra in mezzo
decideva dosi minime di mondo per te
frammenti, a piccoli strappi, per occhi
e palpebre lente a lasciar entrare.

Come una premonizione sfuggita, non si capiva
se stanza e morte già si parlassero.
 

(La complicità del plurale, LietoColle Editore, 2020)

Nel sonno

È morto anche lui nel sonno.
Era rientrato mentre il campanile,
infilato nella nebbia,
prendeva a botte la mezzanotte.
Veniva da una delle sue serate
passate al cinema, tutto da solo,
lui e gli attori americani. Ripeteva
che al cinema i sogni li potevi toccare.

L’hanno detto questa mattina al bar
che è morto nel sonno.
Tra un caffè e la gazzetta il suo nome
rimbalzava da un tavolino all’altro.
Le domande sulla casa, a chi sarebbe andata
assieme a quel violino antico a cui teneva tanto
e che accompagnava i grilli nelle notti d’agosto.

Ma come sarà, mi chiedo, morire nel sonno?
Magari quando è successo stava sognando.
Ma quindi, l’ultimo frammento di vita
è stato un sogno? Magari, invece di andare di là
è rimasto prigioniero nel sogno
gli tocca ancora di portare fuori l’immondizia
con il segugio al guinzaglio
che non vuole mai rientrare
e il rosario di male parole della vicina
perché il cane ha sporcato il marciapiede.
Magari sta ancora lì, dentro tutta quella fantasia.
E il bicchiere di rosso della sera
che non lo finiva mai, sarà andato con lui?

Se chiudo le palpebre, se stringo forte
lo vedo che esce tutto elegante
lo vedo sedersi al ristorante
con quell’attrice di Hollywood
che non ricordo mai il nome
quella che dallo schermo, a sentire lui,
lo guardava dritto negli occhi
e lo perdeva in un desiderio da bambino.

E mi fa ridere che di là
ancora lo aspettano.

(Antologia Muri a secco. RP Libri editore, 2019)

*

Esemplare unico

Lo troverete solo là, nella biblioteca di Merate.
Scaffale dedicato alla letteratura e poesia inglese.
Esemplare unico.

“È un po’ ammalorato”, queste le parole,
un po’ complici e un po’ per scusarsi,
che accompagnano il gesto della bibliotecaria.
Il libro, appoggiato sul bancone,
viene dallo scaffale dove da tempo
agisce un silenzio che lascia scalze le parole.
La copertina racconta frammenti
un balbettio consunto
un angolo mancante perduto chissà dove:
William Wordswo… Il preludio.

Lo apro in strada: è la presentazione
la stretta di mano per entrare.
Saranno molte le ore appiccicate
tenute insieme da queste pagine.

Si rivela subito un esemplare unico
corredato di macchie, pieghe, strappi.
Due fogli staccati
ancora si trattengono al loro posto.
Brevi appunti laterali
scritture spigolose o arrotondate
raccontano sguardi lontani
consumati sopra un prato assolato
o magari ai fornelli, mescolando odori
ancora oggi deposti nei pori della carta.
Qua e là il calco
di parole scritte su pagine perdute.
Versi evidenziati, sottolineati,
racchiusi dentro parentesi improvvisate
o indicati da frecce piene di stupore.
Strati come scritture rupestri:
il tratto rosso, i molti punti esclamativi,
piccole grida per dire “guarda qui!”.
Più frequenti i segni con la matita
forse un carattere più delicato
un modo di porgere, un accenno per suggerire
il germoglio di un pensiero infilato
tra due versi nati dentro quello che resta
un esemplare unico.

È bastata una matita, sfiorare un foglio
la pagina settantacinque, dare peso ai versi
“e appresi a sentire, forse troppo,
la forza autosufficiente della solitudine.”
per restituire alla bibliotecaria, settimane dopo,
un altro libro nuovamente diverso.

(Inedito)

*
La camelia si sporgeva sopra
la panchina del giardino, appena sotto casa.
L’ombra gentile era il mestiere
messo dentro le giornate.

Curioso
che strizzando tra le dita un petalo
ancora oggi si spanda l’aroma
di quei molti caffè.

(Inedito)

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Marco Bellini, nato nel 1964, vive in Brianza. Sue pubblicazioni sono: Semi di terra (LietoColle, 2007); per le Edizioni Pulcinoelefante la poesia Le parole (2008); la plaquette E in mezzo un buio veloce (Edizioni Seregn de la memoria, 2010); Attraverso la tela (La Vita Felice, 2010); Sotto l’ultima pietra (La Vita Felice, 2013); La distanza delle orme @ – Poesie con CD Inserti (La Vita Felice, 2015); il libro d’artista Tra le spine (Edizioni Il ragazzo innocuo, 2018); La complicità del plurale (LietoColle, 2020, Premio Tra Secchia e Panaro, Premio Casentino, Premio Lago Gerundo). Nel 2013 è risultato vincitore con inedito nelle selezioni italiane per l’European Poetry Tournament. Sue poesie hanno ottenuto riconoscimenti in diversi concorsi e sono presenti in numerose antologie, su blog e riviste di settore. È stato tradotto in diverse lingue europee. Fa parte delle giurie del Premio Letterario Nazionale Galbiate e del Premio Nazionale di Poesia Umbertide 25 Aprile. Ha collaborato con la rivista Qui libri. Collabora con il semestrale di letteratura Incroci e con il blog CasaMattadove, in collaborazione con Simona Bartolena, cura la rubrica Le parole e la Tela. Con Paola Loreto ha curato l’antologia poetica Muri a secco (RPlibri, 2019). Cura la rassegna di eventi sulla poesia in collaborazione con l’Associazione artistico culturale Artee20 di Merate (Lc).

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