TRANSAMERICA

DI Alessandra Paganardi

TRANSAMERICA
(Usa, 2005)

Scritto e diretto da Duncan Tucker
Fotografia di Stephen Kazmierski
Scenografie di Mark White
Montaggio di Pam Wise
Musiche di David Mansfiled
Con Felicity Huffman, Kevin Zegers, Graham Greene, Fionnula Flanagan
Durata: 103 min.

Transamerica, uscito nelle sale cinematografiche italiane all’inizio del 2006, esplora pienamente tutti i significati dell’ultramoderno prefisso “trans”. Vi è descritto un trans-ire psico-geografico, metaforico e concreto insieme: l’attraversamento di un confine, il superamento di un limite, un viaggio reale, ma anche la ricerca testarda di un sempre nuovo altrove. In altre parole, la scoperta di un territorio esistenziale e psicologico destinato a rimanere in parte sconosciuto agli stessi protagonisti.  

Stanley è un transgender ormai pronto per l’intervento definitivo che lo trasformerà anche visibilmente in Bree, la donna da sempre nascosta in lui. Ma c’è un ostacolo: un figlio concepito per caso diciott’anni prima, quando Stanley, studente fuori corso al college, aveva intrecciato una fugace relazione con una coetanea. La presenza casualmente rivelatasi di questo figlio, che inizialmente sembra soltanto un’escrescenza del passato, ma diventerà poi il vero specchio in cui Bree potrà riflettersi, costringe la terapeuta a bloccare l’intervento e a convincere Stanley a partire per New York per cercare il ragazzo. Fin qui una sorta di Broken Flowers, diciamo così, con qualche complicazione di genere; ma completamente diverse dal film citato di Jim Jarmush e dai vari disparati road movies (dall’intramontabile Il posto delle fragole all’ormai famosissimo Thelma e Louise), sono le atmosfere, sospese fra interiorità e azione. Domina in Transamerica un realismo risoluto, con una venatura grottesca che impedisce alla narrazione di sciogliersi nella malinconia, pur lasciandola trapelare in filigrana. 

Il figlio Toby, splendido sbandato rinchiuso in carcere per spaccio di droga, vive prostituendosi e progetta di diventare attore di film hard-core. Per poterlo riscattare, Stanley-Bree si finge inizialmente un’estranea benefattrice, missionaria della “Chiesa dei Padri Potenziali”: geniale trovata linguistica che svela una delle chiavi di tutto il film – la fluttuazione dell’identità, l’impero del “virtuale” come rapporto sempre irrisolto fra volere e poter essere, insomma la fluidità ambigua della vita. Con una cauzione simbolica Toby esce di prigione, ma cerca davvero il proprio padre e vuole tornare a quella che sa essere la sua città di residenza: Stanley, sempre più Bree nell’immagine di sé, ma non ancora nel fenotipo, lo accompagnerà in un lungo viaggio in automobile, in una faticosa prossimità fra consanguinei sconosciuti, che plasmerà entrambi i personaggi attraverso una serie incredibile di sbagli ed equivoci. 

Gli errori (da parte dell’adulto e del caso) saranno tanti, dal classico paternalismo ai rocamboleschi colpi di scena, spesso ripresi e citati da altri celebri film on the road . La varietà degli incroci combinatori fra generi e orientamenti sessuali, con i quali i protagonisti interagiscono, fa presto sorgere una domanda: fra omo, etero, bis, trans, uomini e donne di varie e labili preferenze sessuali, quanti “generi” esistono, quanti possono ancora venire scoperti? Non dovremmo piuttosto modificare radicalmente il nostro punto di vista? Non dovremmo riconoscere nella nostra identità disseminata di postmoderni una pluralità non necessariamente negativa, quella “sola moltitudine” che Pessoa riuscì genialmente a trasformare da nevrosi in poesia? 

Ma l’errore cinematograficamente risolutivo sarà la tappa finale del viaggio, quando ormai la prima metà della menzogna (l’ibrida identità sessuale) è già svelata e l’altra metà (la parentela stretta) è ormai costretta a rivelarsi. I due, trascorsa la duplice agnitio,  si ritroveranno in uno splendido finale aperto, dopo l’intervento di Bree e la realizzazione/superamento dello squallido sogno artistico di Toby: non più padremadre in incognito l’uno, figlio indesiderato/sconosciuto l’altro. Finalmente entrambi individui/individuati, che hanno saputo ristrutturare il proprio Sè attraverso un rispecchiamento reciproco ai limiti del funambolico. Due personalità mature ma sempre fluttuanti, sempre plurali, che – forse – non si sono ancora arrestate nella loro coraggiosa crescita. Come quell’imprendibile fiume simbolico che – Eraclito l’aveva compreso prima di tutti – è infine la vita, ma soprattutto la sua invenzione più fragile e inquietante: l’identità.

Transamerica è visibile gratuitamente cliccando questo link:

https://mixdrop.co/f/xolj6klwu601wg

La frase celebre del film è: «Solo perché una non va in giro a raccontare la sua intera storia biologica a chiunque, non significa che sia una bugiarda!».

                                                                                                                         

Un pensiero su “TRANSAMERICA

  1. Alessandro Magherini

    Transamerica è un film di grande qualità che non ha ricevuto l’attenzione che meritava: carico di ossimori, è leggero e profondo, delicato e crudo, comico e struggente. Non riguarda, come ebbe a dire il regista Duncan Tucker, “quello che hai sotto la gonna”, descrive, piuttosto, la bellezza della relazione, dell’interazione umana al di là degli schemi fasulli che le identificazioni – quella di genere in questo caso, ma il discorso potrebbe allargarsi a qualunque altra – cercano di imporre sulla meravigliosa spontaneità del cuore. Ottima scelta, Alessandra!

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