MARCO VITALE – Versi di aria e luce

di Luigi Cannillo

Foto di Caterina Sala

La poesia può realizzare un dialogo con l’Assenza. Per esempio con coloro che non sono effettivamente presenti ma comunque compartecipi, o destinatari ideali. L’evocazione  non è un richiamo che esiti sulle soglie della separazione o della distanza, ma procede intrepida, oltre quel confine. Marco Vitale mette in contatto gli elementi contingenti e quelli evocati attraversando tempi e luoghi diversi come, nel primo dei testi scelti dallo stesso autore, la realtà e la suggestione cinematografica, Milano e Parigi, Milano e Roma, in un monologo che osa concludersi con una domanda comune che non ha risposta: “E tu come stai?” A volte è la memoria a fungere da “guida sul percorso” tra il Novecento e i decenni successivi, tra un  e un qui fisicamente collocabili ma anche distanza metafisica e anche nella successione coesiva dei versi, tra sé e un padre. Sono tanti i riferimenti alla cultura francese, nella figura della Tarasque, male ridimensionato a più innocuo mostro casalingo, o nella collina Fourvière sopra Lione, occasione per  ritrovare traccia di una propria genealogia in un autoritratto sdoppiato non solo nella storia ma anche nel luogo. E il dialogo con gli assenti conclude la sequenza dei testi con il ricordo di Alberto Toni, poeta romano recentemente scomparso.

L’attraversamento di Tempo e Spazio avviene planando, con decolli favoriti dal soffio di un vento favorevole ma mai turbinoso, quello di una memoria dolente e intrepida ma mai tragica, sorretta dal concetto di aporia con un orlo di rassegnazione e consapevolezza del paradosso e dell’enigma dell’esistere. Anche gli atterraggi sono attutiti dalla stessa consapevolezza e dall’esistenza della poesia come percezione aumentata, se non, indirettamente, come possibile consolazione. Il fraseggio aereo si rispecchia nella composizione, nel sapiente uso del silenzio, di un versante antiretorico, allusivo. La suddivisione in strofe che si richiamano, l’articolazione e lo sviluppo dei temi, gli a capo talvolta creano continuità, altre volte fluttuano e rendono le poesie organismi dalla direzione imprevista: “[…]// Rivedo il tuo ritorno un’altra sera/ lontana sul finire di settembre/ le finestre di aria/ e l’umile risveglio delle piante/ che al tramonto bagnavi// Nel tuo gesto di allora c’è una luce/ tranquilla non presaga/ senza pensiero alla sua curva/ e l’ombra tanto più sottile/ incontro al buio// Così nell’ora che precede il dolore”. Altrettanto calibrato è l’uso del lessico e del tono, che alterna termini più colloquiali (“cinemetto”, “E tu come stai?”,  “Se ne può discutere a lungo”) a un tono più alto o lirico: (“rallegrarmi”, “in uno svolo prodigioso” “l’enfie gote”. E l’uso delle assonanze, anche quando ravvicinate: “tralci… calici… tralucere”. La misura del resto corrisponde a un temperamento autoriale riservato, scevro da compiacimento sia nei confronti della propria poesia che dalle più usate forme di autopromozione in rete.

La poesia di Marco Vitale vive di aria e luce: si tratta di “una luce debole e dorata” al diradarsi della nebbia, o intermittente tra i pini, la luce del congedo del giorno, la “luce tranquilla” non presaga, l’azzurro delle “Città bianche” della Provenza descritte da Joseph Roth, il raggio “unico di riflesso e doratura”, la luce “smemorata” tra i colli. Come l’elemento Aria, anche la Luce non gioca un ruolo solamente estetico- pittorico di superficie. Si tratta il più delle volte di un controluce, un sipario trasparente attraverso il quale le ombre si fanno oscillanti, prendono vita ed esse stesse forme di luce, come riflessi sulla superficie acquatica. Si tratta di un tra-lucere attraverso la poesia da parte di chi scrive, tra-passare attraverso i diversi stati della condizione umana, illuminare di memoria i protagonisti, i luoghi e il Tempo. Percepirli in quanto presenze.

Questa mattina, sai, con tutta
questa nebbia
andrei a rinchiudermi in un cinemetto
per amanti un po’ frusti, infreddoliti
Marcel Carné, Jouvet, la voce roca
e iridescente di Arletty quando confessa
J’adore ça, moi, la liberté

Ma qui, vedi, non è come a Parigi
le pellicole iniziano alle quattro
e io resterò su questa vecchia 
23 fino alle soglie di Lambrate
Poi anche la nebbia se ne andrà
per una luce debole e dorata
farà più caldo e rincasando
una tua lettera sarà a rallegrarmi.
Ma intanto dimmi è ancora bello
a Roma? E tu come stai?
 
*** (da Canone Semplice, Jaca Book 2007)

 
 
La luce che mi agevola compone
un quadro come fatto di pensieri
arresi, di guide sul percorso
erano i pini
di giugno sulla strada consolare
la sintonia di un mare
ritrovato, un breve tratto
tra il dopoguerra e l'estate
 
Se ti ascolto sei lì
quel solco d'anni
disposto in un motivo di speranza
condivisa pensavi e quanto
impoverita la “saggezza” che mi tocca
padre di un altro tempo
di un Novecento che pareva gemma
di paragone
riflessione da svolgere con tutti
i dubbi e i punti fermi
 
Sfuggente si fa il lessico
il tema del ricordo
il morire di un giorno in uno svolo
prodigioso di storni sulla piazza
dei Cinquecento e penso
alla dimora che ti offende
scandalosa aporia
 
Qui dove si partono le strade
e sale un tempo che concilia
è quiete
è vastità che tutto tocca e perde
è congedo di un giorno 
 
Rivedo il tuo ritorno un'altra sera
lontana sul finire di settembre
le finestre di aria
e l'umile risveglio delle piante
che al tramonto bagnavi
 
Nel tuo gesto di allora c'è una luce
tranquilla non presaga
senza pensiero alla sua curva
e l'ombra tanto più sottile
incontro al buio
 
Così nell'ora che precede il dolore
 
*** (da Diversorium, Il Labirinto 2016)

 
 
Hai mai guardato in volto la Tarasque?
 
Dal suo scranno in capitolo l'abate
di Sénanque non la perdeva 
per consegna di vista 
e ne additava ai confratelli
le lusinghe e le insidie
Gli occhi presi in un soffio
l'enfie gote i baffi
in aria, come quelli di un gatto
spezzavano il nitore cistercense
a dare segno al male
nella pace e monito
sulla via delle stelle
 
Esule Joseph Roth ne colse l'animo
di mostro casalingo e pacioso
la sentì amabile sotto un azzurro
troppo, troppo tardi trovato
 
*** (da Diversorium, Il Labirinto 2016)
 

 

La souris
 
Non si sente più nulla
tutto è fermo
hanno teso da tempo le invisibili
nappe, tutto tace
Da dove cade
unico di riflesso e doratura quel raggio?
Dove batte e rifrange
per azzardo di iridi?
 
Ospite impreveduto, caso opaco
mi chiamò un giorno
un capriccio di ragazzo
una setola intinta in un impasto di ocre
 
Oh tu che mi hai lasciato qui tra questi tralci
gelidi e maturi, tra questi calici
dove il timore si specchia
e interroga il silenzio, solo questa
di te rimane mia aporia
 
mio indebito tralucere nel sogno
 
*** (da Diversorium, Il Labirinto 2016)
 

 

La collina di Fourvière
 
Non ricordo in che punto dell'ellisse
che dispone con cura le raccolte
dei primi secoli dell'età volgare
si conservi una stele col mio nome
un manufatto scabro, ma inciso
in capitali di una certa schiettezza
Parla di un Marcus Vitalis
che nell'antica Lugdunum 
divenuta romana - ora la limpida
elegante Lione - 
tenne una mescita di vino
e fu una specie di console
di sindaco della corporazione degli osti
Visse grazie a quel timido arbusto 
solo da poco conosciuto e lì giunto
con i calzari di Cesare: un segno
certo di conquista, un bene
a troppo caro prezzo? Un lembo
grato di destino come l'uso 
liturgico - di lì a poco - 
lascerebbe supporre?
Se ne può discutere a lungo 
anche a partire
da questa semplice traccia
 
*** (da Diversorium, Il Labirinto 2016)
 

 
 
Anime, e che cos'altro qui?
Per questo scabro purgatorio
al limitare del silenzio,
di una luce sui colli senza oltraggio
smemorata
 
Anime tra questi pini
che disegnano
una perduta eleganza
e una stagione del ritorno
non vi inganna
 
Anime di cunicoli
di braci spente
di ormai scordate
rime in fiore e amore
 
*** (da Gli anni, Nino Aragno 2018)


per Alberto Toni, ricordando
 

Un giovane poeta
locuzione legata al mio incontrarti
eri tu un giovane poeta, ti ascoltavo
ammirato e pensavo: ma non erano
i tanti anni di una vita e di studio
a farne uno semmai? Rainer
Maria sembrava suggerirlo ma tu
leggevi il tuo “universo trentenne”
sotto gli angeli immobili del ponte
che rivedo riflessi
 
di notte nel fluire del Tevere
 
*** (da Emblems of Sleep, Gradiva 2020)
 
 

Nota biografica

Marco Vitale (Napoli 1958) vive a Milano. Le sue poesie sono raccolte nel volume Gli anni (Nino Aragno Editore 2018) che comprende i seguenti libri: Monte Cavo, Edizione del Giano 1993, L’invocazione del cammello, Amadeus 1998, Il sonno del maggiore, Il Bulino 2003 (poi in Bona Vox, Jaca Book 2010), Canone semplice, Jaca Book 2007, Diversorium, Il Labirinto 2016. 

Una sua scelta antologica, dal titolo Emblems of Sleep and Other Poems, è uscita nel 2020 a New York per Gradiva Publications nella versione di Barbara Carle.

Traduttore letterario, autore di racconti e pubblicazioni saggistiche, collabora con “Cenobio”, “Succedeoggi” e “Poesia”.

1 commento

  1. Un grazie a Gigi e complimenti a Marco. Davvero interessante il tuo lavoro sulla parola. Mi sembra ci sia in profondità una pacata riflessione filosofica sul senso dell’esistenza, ammesso che ne abbia uno. Spero di leggerti ancora.

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