Poesia Sottobanco #02_ Dante di Stelle

di ALICE SERRAO

#poesie sottobanco è una rubrica che parte da un’immagine: due compagni di banco che si passano di nascosto un foglietto su cui è scritta, folgorante come una rivelazione, una poesia; perché quando intravediamo la bellezza viene voglia di indicarla a qualcun altro, di condividerla.

tanto ch'i' vidi de le cose belle
che porta 'l ciel, per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.

Dante, Inf. XXXIV, 136-138

Il foglietto passa di mano, stropicciato e sudaticcio, il ragazzino che lo scarta non è sorpreso: una terzina dantesca. D’altronde il 25 marzo 1300 è il giorno in cui Dante inizia il suo viaggio attraverso l’Inferno e proprio quest’anno ricorre il settimo centenario dalla sua morte.

Tre versi che rimano belle : tondo : stelle, tre versi a rima incatenata A B A.

La rima non è solo una scelta metrica, retorica, pura gabbia formale, la rima mette a fuoco le parole chiave del testo e le accoppia, le fa suonare insieme. Belle : stelle. Forse una rima facile, semplice come quelle che piacevano a Saba e che ci si diverte a inventare, per gioco, per celia, per noia. Questi tre versi mi sono baluginati e splesi nella mente, qualche sera fa: le stelle con la luce tonda, come le si disegna da bambini, come le dipingeva Giotto, mi sono brillate tra i pensieri serali come una abat-jour che rischiara. Dante direbbe “un fuoco / ch’emisperio di tenebre vincia” (Inf. IV, 68, 69). La parola “emisperio” è particolarmente evocativa, indica metà di una sfera, una semicupola di luce che rischiara e allevia la pena degli spiriti magni. Una demarcazione simile alla curvatura magnetica che si crea avvicinando la stessa polarità di due calamite: la luce respinge le tenebre.

Dante ripete la parola “emisperio” anche al v. 112, poco prima di concludere il XXXIV canto, quando dice di essere giunto sotto l’altro emisfero celeste, quello che si trova dalla parte opposta rispetto a quello che “coverchia”, (che copre come un coperchio) le terre emerse, cioè dalla parte opposta rispetto all’emisfero in cui ha avuto inizio il suo viaggio.

Dante si trova alla fine della voragine infernale quando, da un pertugio, da un buco piccolo e tondo, già può intravedere la bellezza sorprendente del cielo. Dopo il buio frastuono che caratterizza il paesaggio infernale, la volta stellata è una rivelazione, in cui le stelle, parola che chiude tutte e tre le cantiche, sono il segno chiaro della presenza divina nel mondo.

Il sentimento che deve aver provato Dante richiama, per eco letteraria, lo stupore di Ciaula che, uscito dalla cava di zolfo, vede la luna. Ciaula, caruso della novella di Pirandello, teme il buio: “la sterminata vacuità, ove un brulichìo infinito di stelle fitte, piccolissime, non riusciva a diffondere alcuna luce.”. Per questo “Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore.” L’apparizione della luna, ignara del destino umano come quella di Leopardi, determina una profonda commozione, sottolineata anche dal valore strumentale di quel per (“per lei non aveva più paura”) che ricorda il “per sora luna” di San Francesco e fa venire voglia, anche di questi tempi, di dire grazie per “le cose belle / che porta ‘l ciel”.

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